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	<title>Perugia Online &#187; Alessandro Fo</title>
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		<title>καλὸς, il bello e il buono della poesia</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 11:25:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Fo]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbria Poesie]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Perché chi è bello, non è bello che il tempo di guardarlo; chi è nobile sarà subito anche bello”. Non è un caso se, in greco antico, καλὸς significasse sia “bello” che “buono”: “l’etica e l’estetica, la bellezza e la correttezza morale risultano indissolubilmente legate nella cultura greca, su cui si fonda il pensiero occidentale. A fondamento della civiltà classica – ha proseguito Donato Loscalzo, docente di <em>Lingua e letteratura greca</em> presso l’Università degli Studi di Perugia e ospite del primo incontro della seconda edizione di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Maria Borio, Francesca Regina, Costanza Lindi, Carlo Pulsoni, Marco Paone e Massimiliano Tortora, con l’intento di concertare la parola poetica, di volta in volta, con argomenti specifici, che ieri, martedì 27 settembre, ad Umbrò, ha scelto proprio la Grecia come tema precipuo – si colloca il principio della reciprocità, del dare e dell’avere: in amore, invece – ne era consapevole Saffo, di cui alcuni versi sono stati citati, in traduzione italiana, in apertura (n.d.r.) – tale legge universale tende ad infrangersi, tanto che era necessario invocare l’intervento di Afrodite per ripristinarla”.</p>
<p>Un binomio, questo di “Poesia e Grecia”, suscettibile di una serie infinita di declinazioni: “la cultura greca – ha affermato Loscalzo – è molto utile, viene riscoperta, si attinge a piene mani dal suo bacino, nelle fasi di rinnovamento, quando si avverte, cioè, l’esigenza di un cambiamento, di una rinascita”. Legge alcuni suoi componimenti, Loscalzo, incentrati sui concetti di eternità, percepita come un aspetto positivo e non come un qualcosa che ci mette di fronte alla nostra pochezza, e di pellegrinaggio, inteso come un <em>loco</em> di ritrovo, di coesione per la comunità tutta: ci sono “inciampi fatti di paure”, “riverberi di istinti mai sopiti”, “un usignolo che tace”, poiché “ignaro dei segreti della notte”, il “vuoto lasciato dal desiderio insicuro nel suo cercare il nuovo”, nella silloge “L’Amore, invece”, editata lo scorso anno per i tipi della Editrice Ali&amp;No. Altro ospite dell’incontro, moderato da Marco Paone, in diretta streaming sul canale youtube di UmbriaPoesia e scandito dagli inframmezzi musicali di Eleonora Aleotti e Jacopo Mosesso – brani scelti, fra gli altri, dal repertorio del compositore cipriota Evagoras Karaghiorghis –, Alessandro Fo, raffinato latinista, ordinario di <em>Letteratura Latina</em> all’Università di Siena (fra le sue curatele, degne di nota sono l’edizione tradotta di Rutilio Namaziano, <em>Il ritorno</em>, Torino, Einaudi, 1994 ed una nuova traduzione in esametri barbari dell’<em>Eneide</em> di Virgilio nella “Nuova Universale Einaudi”, Torino, 2012), e fine cultore della letteratura italiana contemporanea, con curatele di varie opere poetiche di Angelo Maria Ripellino (Aragno 2006; Einaudi, 2007), saggi (<em>Il cieco e la luna. Un’idea di poesia</em>, Sargiano, Edizioni degli Amici, 2003) e proprie raccolte di poesie (<em>Otto febbraio</em>, Scheiwiller, 1995; <em>Giorni di scuola</em>, Città di Castello, Edimond, 2001; <em>Piccole poesie per banconote</em>, Firenze, Polistampa, 2002; <em>Corpuscolo</em>, Einaudi, 2004; <em>Vecchi filmati</em>, Manni, 2006).</p>
<p>Propone un’accurata selezione di <em>specimina</em>, Alessandro Fo, con l’intento di agganciarsi al tema dell’influenza della poesia greca su quella contemporanea, a partire dall’opera di Kavafis, “il primo – dichiara Fo – ad aver[lo] connesso con l’importanza dei classici greci nel periodo della maturità, contribuendo alla conversione verso il mondo antico, e la sua linfa poetica squisita, delicatissima”: “(&#8230;) Se tu sei d’Alessandria, tu capirai viandante – si legge ne <em>La tomba di Iasìs</em> – la nostra foga sai, la voluta bruciante”. Cita anche Toni Harrison, Fo, il poeta inglese contemporaneo che ha scritto la sceneggiatura <em>Prometeus</em> (editata dall’Università Cattolica di Milano) del film ricavato dal <em>Prometeo</em> di Eschilo, evidenziando il lato positivo e benefico del fuoco prometeico e quello negativo, le fiamme distruttrici e sterminatrici: nel poemetto intitolato <em>La madre delle muse</em> viene messa in scena la visita ad un ospizio dove era stato ricoverato il suocero – cretese – di Harrison, ad un cimitero della memoria, perché gli ospiti non ricordano nulla, in un costante intreccio di temi prometeici ed eschilei (“La visita del suo ospizio mi ha dato l’assillo di ricordare i versi che conoscevo”, quelli di Eschilo). E se anche le prose di Platone fossero trasposte in versi? È ciò che ha fatto, per i tipi di Aragno – il libro sarà presto in libreria – Francesco Bargellini con l’opera <em>Platone!</em>, di cui Fo è prefatore: “E dopo ciò voglio dare un oracolo (&#8230;). Splendido è non sopprimere gli altri”, e ancora “La gente non sa, senza questo tragitto, attraverso ogni cosa, senza vagabondaggio, seppure la incontri non avrai intelligenza della Verità”.</p>
<p>Da parte sua, Fo afferma di “bazzicare più i latini, che i greci, seppur i primi si nutrirono della cultura dei secondi” e si avvicina al <em>mood</em>, all’atmosfera di questo incontro di Umbria Poesia, con alcuni componimenti tratti dalla sua produzione poetica (da <em>Giorni di scuola</em>, ma anche da <em>Corpuscolo</em> e da <em>Mancanze</em>, entrambe queste sillogi edite nella collana bianca di Einaudi): “Venne alla stanza Rachele, bellissima, una dea greca (&#8230;), sul carro trainato dai passeri in volo” si legge in <em>Gitane</em>; mentre in <em>Epifania</em>, sono contenuti, fra gli altri, i seguenti versi: “(&#8230;) Andranno tutte riposte nell’armadio di un libro: dormono così anche le parole”. Tradotti in italiano da Paola Maria Minucci, docente di <em>Lingua e letteratura neogreca</em> alla Sapienza, e proiettati sul maxi-schermo, i versi di Michalis Pieris, poeta cipriota che “viene da una patria piccola – come ha affermato lo stesso autore (la citazione si legge in un recente saggio curato da Minucci) – dolce ma anche amara, segnata da guerre, distruzioni, esili (&#8230;). Un po’ in Oriente, un po’ in Occidente. L’ultima isola del Mediterraneo verso Est (&#8230;). Ha dietro di sé, lontana, la Grecia”. “Quando l’amore finirà, mi dimenticherai e ho quasi paura di gioire per ciò che ci accade. Quando l’amore finirà sarà il vuoto un luogo da omicidi”, si legge nell’omonima poesia, omonima rispetto al verso incipitario; “Se dico ti amo, non dico soltanto questa parola, per questo taccio. Come dirti questa parola, senza dirti ti amo? (&#8230;). Perché se dico ti amo, dico che non sono più io e tu non sei più tu, e il mondo intorno non è lo stesso: questo significa dire ti amo”; “(&#8230;) una città che si commuova – è alla polis, che sono dedicati molti componimenti di Pieris – che ispiri, una città affabile città conforto, città dolce consolante e tepore dela mia mente una città che nel suo caldo grembo mi chiuda (&#8230;)”.</p>
<p>L’anafora della <em>città</em>, e la sua <em>metamorfosi</em>. La metamorfosi dell’ultima isola del Mediterraneo rivolta a Oriente.</p>
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