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	<title>Perugia Online &#187; Meschini</title>
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		<title>Informatica umanistica, deviazioni digitali o contraddizioni cognitive?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 11:58:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Gutenberg non inventò la stampa. E la ‘Galassia’ che si costruì attorno al maguntino è una mera convenzione degli studiosi. Ma riprendere quell’astruso concetto, che ha, di fatto, sancito una rivoluzione sociale, attuando una separazione netta fra le scienze umane e quelle esatte, fino ad allora inestricabilmente unite – il riferimento è al secolo dei Lumi – e, ancora di più calarlo all’interno del campo di indagine della Digital Humanities è compito ancora più arduo. È complesso perché, come titola Lorenzo Tomasin in un articolo apparso sul Sole24Ore il 7 luglio scorso, qui non si tratta di “apocalittici o integrati”, come avrebbe voluto Umberto Eco, ma di “Umanisti scann(erizz)ati”: ma questi intellettuali, che, con fare aristocratico, si collochino al di sopra della massa o si nutrano di quella stessa cultura di massa, veramente si scannano, scannerizzando i propri documenti, ogni qualvolta registrano come un’involuzione un qualsivoglia ingresso nella sacralità delle scienze umanistiche, di cui si fanno strenui difensori?</p>
<p>Nella sala Docenti della palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia, il 15 dicembre, alle 16, il dottorando dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della Scrittura</em> del Dottorato di ricerca internazionale in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em>, Federico Meschini – docente di Informatica Umanistica presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (i suoi interessi si indirizzano verso l’ambito dell’editoria elettronica e delle biblioteche digitali), già PhD Student presso la De Montfort University di Leicester (UK), con all’attivo numerose pubblicazioni su metadati, storytelling, media, archivi digitali, edizioni critiche elettroniche, etc. – ha inaugurato il primo dei tre incontri di un ciclo che prevede altre due tappe, in data 27 febbraio (sulle edizioni critiche) e 6 marzo (sugli strumenti e sulle applicazioni, sui software, e sui grafi di visualizzazione), sempre alla Stranieri.</p>
<p>Queste, le tematiche principali attorno alle quali è ruotato l’incontro introduttivo e metodologico, organizzato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatrice dei quattro indirizzi di Dottorato, alla presenza dei dottorandi, e tenuto da Federico Meschini: filologia digitale, e suoi fondamenti conoscitivi, trasposizione dei testi cartacei in edizioni elettroniche, e, soprattutto, connubio fra aspetto teorico e tecnico, fra approccio qualitativo (codificazione del testo, Semantic Web) e approccio quantitativo (elemento computazionale e algoritmico, Big Data), già auspicato nell’alveo della “Informatica Umanistica” di Gino Roncaglia sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, quando si invitarono gli accademici a scendere dalla torre d’avorio e ad usare strumenti che sono loro propri.</p>
<p>“Si capì, allora – ha rimarcato Federico Meschini – che la questione relativa al Web 2.0 non poteva essere ignorata, nemmeno dai sociologi, in seno a processi comunicativi e cognitivi, alla stregua della collocazione delle informazioni digitali in uno spazio fisico, un po’ come è avvenuto nell’ambito della British Library nel 2008. Il Web 2.0, insomma – ha proseguito – poteva, di fatto, essere qualcosa di intellettuale: si hanno una generazione che, agendo in senso verticale, si è formato sull’oggetto libro (che è, peraltro, esso stesso una tecnologia), pur non essendo in grado di usare i media, ed una generazione che, muovendosi in direzione orizzontale, sa fare uso dei media, pur non riflettendovi criticamente. Limiti, dunque, e contraddizioni: lo scaffale contro la rete, la biblioteca versus internet, i limiti della ricerca sintattica e di quella semantica: ma la trasversalità di questi confini, operata dalla Digital Humanities è fondamentale, poiché i data-base, le grosse analisi quantitative dei Big-data necessitano della narrazione come forma di rielaborazione sotto forma di storytelling”. Già Charles Peirce parlava di una conoscenza dei corollari e di una conoscenza teorematica: due mondi, questi, chiamati a dialogare fra loro, ad interfacciarsi. Dopo averli raccolti, insomma, dopo aver portato a compimento il ruolo computazionale e algoritmico proprio delle scienze esatte, i dati devono essere narrati, raccontati, sulla base degli strumenti applicati dalle scienze umanistiche.</p>
<p>“È un po’ – afferma  Meschini – quello che sta avvenendo nei social: la narrazione passa (anche) per il modello del viaggio dell’eroe, che presenta uno schema comune, spesso fondato su archetipi junghiani o sulle categorie di Propp, comuni alle fiabe. Anche l’I-Phone è uno strumento conoscitivo, ma, proprio in quanto strumento, non è mai neutrale”. La scrittura stessa nasce con le liste, contiene il germe di questo binomio narrativo e computazionale: come combinare questi due aspetti secondo la prospettiva della Digital Humanities? Si corre spesso il rischio, pubblicizzando un evento, organizzandone reading, promuovendo un libro, o un progetto editoriale, che la stessa letteratura passi in sordina, nel settore dei crossmedia e dei transmedia. “Cesare Segre e Maria Corti – è stata la conclusione della professoressa Zaganelli – si sono dimostrati particolarmente attenti a questo dialogo fitto fra le varie discipline. La semiotica, d’altro canto, fin dagli anni Sessanta, essendo promotrice di un’unione fra tutti i saperi, ha da sempre sintetizzato le scienze umane con la cibernetica, facendo convivere matematica e logica. Narrare significa raccontare, e raccontare significa ordinare”. “E questi, in fin dei conti, sono studi ai quali ci possiamo affidare, perché non ci tradiscono”.</p>
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