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	<title>Perugia Online &#187; Umbria Poesie</title>
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		<title>&#8220;A Room of One&#8217;s Own&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2016 12:07:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Ci sono stati poeti, a Umbria Poesia. Ma ci sono state anche le poetesse. E ce ne sono state molte. Virginia Woolf sognava “una stanza tutta per sé”. Gli ideatori del progetto, Carlo Pulsoni, Marco Paone, Massimiliano Tortora, Costanza Lindi, Maria Borio, Francesca Regina, ed i loro collaboratori, auspicano, invece, uno spazio dilatato, in cui i confini possano essere superati, anche quelli dettati dalla letteratura di genere, con una predilizione per un formato a scapito di un altro, di una font, in luogo di un’altra, e con un accento, diversissimo, posto su vari processi cognitivi, sui più disparati caratteri, tipografici e non.</p>
<p>È così che l’ultimo incontro dell’anno solare di Umbria Poesia, in diretta sul sito del progetto (<em>http://umbriapoesia.it/</em>) il 13 dicembre, è stato dedicato al connubio fra “Poesia e donne”, attuando, da un lato, una meta-riflessione sul tema condotta direttamente da una donna, Luisa Castro, scrittrice e poetessa, laureata in <em>Filología Hispánica</em>, con all’attivo libri di poemi (<em>Odisea definitiva</em>, 1984) , volumi (<em>Señales con una sola bandera</em>), raccolte (<em>Los versos del eunuco</em>, I Premio Hiperión 1986), e racconti (<em>Correspondencia. Cuento. En: </em><a href="http://escritoras.com/escritoras/obras.php?i=2141308174"><em>Cuentos de amigas</em></a>, 2009), e da una riflessione che sulle donne, oggetto e soggetto di poesia nazionale ed internazionale, donne più o meno angelicate, più o meno petrarchesche, più o meno gentili ed oneste, hanno condotto due altre penne altrettanto fini, quelle di Silvio Mignano, scrittore e diplomatico italiano, poeta, ed illustratore, e autore, fra le altre opere, di romanzi polizieschi destrutturati, sillogi poetiche, raccolte di racconti e fiabe (da <em>Una lezione sull’amore</em>, 1999, a <em>Taccuino nero per il viaggio</em>, 2003, da <em>No tenemos un guionista de respuesto</em>, 2009, a <em>El Bolígrafo Boliviano</em>, 2015), e di Sergio Pasquandrea, poeta foggiano, giornalista e critico musicale, docente di <em>Lettere</em>, collaboratore di blog come “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Jazz nel pomeriggio”, “World Social Forum”, “Artmaker” e blogger lui stesso (<a href="http://ruminazioni.blogspot.it/">http://ruminazioni.blogspot.it</a>; <a href="http://guscidinoce.wordpress.com/">http://guscidinoce.wordpress.com</a>) – suoi, <em>Approssimazioni</em> (2014), <em>Oltre il margine </em>(2015), ed il recente <em>Un posto per la buona stagione</em> (2016).</p>
<p>Questa dicotomia, si riverbera, dunque, nella meta-riflessione condotta da Luisa Castro, e nella riflessione di Silvio Mignano e Sergio Pasquandrea, con gli intermezzi musicali di Domenico Caglioti, atti a rendere auditive anche poesie, che, come nel caso del secondo autore, non nascono come tali (anche se, poi, scrive una ballata, intitolata, “Ballata della decima assassina”): “Essendo donna – spiega la Castro – è difficile riflettere su di me. Ma posso dirvi che un’autrice che amo particolarmente è Rosalia De Castro e che la mia terra, la Galizia, è una terra intrisa di poesia”. Legge quindici poemetti in spagnolo e gallego, Luisa Castro, in cui lei medesima si scopre poetessa delle relazione amorose, anche di quelle conflittuali, come con la madre, pur non pensando di esserlo (traduzione di Danilo Manera): una madre, che lavora in una fabbrica di conserve e che afferma che l’amore stesso sia un’opera d’arte. Un nonno, invece, che collezione orologi in similoro, fino a non riconoscerne l’uso, fino a perderne il computo. E poi un cuore, che “ci mette il suo tempo a cadere”.</p>
<p>Ci sono un principe e una rondine, nella sua opera, ispirati al racconto di Oscar Wilde, in cui il piccolo uccello migratore si innamora della statua di un regnante. C’è un antico modo di sentire, che è quello del poema, e che la Castro considera “universale”. Una dicotomia che si fa via via più complessa quando sono i poeti-uomini a parlare di poesia, di “Poesia e donne”: si va oltre il referente, oltre il contenuto, si può interloquire e con l’universo femminile tutto, nella sua interezza, o nelle sue parti, anche invertite, anche parodiate, o con il femminino che è anche dentro di loro. In un suo ultimo lavoro, dedicato a delle poetesse venezuelane, ad esempio, Mignano intesse un coro di voci femminili: “In una vita si devono scrivere poche poesie d’amore (&#8230;). Una cosa breve e coincisa (&#8230;). Ma credere è già qualcosa”. Poi c’è la lettura, come quella della Fiera di Guadalajara, in cui il poeta rimpiangeva i bei tempi andati, tessendo l’elogio della “ribelle, buona educazione”. Sceglie di partire dal dialogo di Torquato Tasso con il genio familiare, Pasquandrea: “il peccato delle donne – si legge – è che riescono diverse da come ce le immaginiamo”.</p>
<p>Diverse, forse, erano anche Beatrice e Laura, seppur su di loro pesi la spada di Damocle di essere figure soverchianti di quella che il poeta foggiano definisce la sua confort-zone, la letteratura italiana: quante Laure, anche in Montale, in Leopardi, in Luzi, per non pensare alle Beatrici rovesciate di D’Annunzio. Per  non parlare, poi, della Signorina Felicita di Gozzano, che non spicca certo per bellezza, con quegli “occhi-azzurro-stoviglia”. Ma Pasquandrea, in <em>Approssimazioni</em>, riabilita sia la donna eterea, che quella carnale, che del rovesciamento della Ketty dell’amato Gozzano hanno solo qualche eco. Di letteratura riflessa.</p>
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		<title>καλὸς, il bello e il buono della poesia</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 11:25:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Fo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Perché chi è bello, non è bello che il tempo di guardarlo; chi è nobile sarà subito anche bello”. Non è un caso se, in greco antico, καλὸς significasse sia “bello” che “buono”: “l’etica e l’estetica, la bellezza e la correttezza morale risultano indissolubilmente legate nella cultura greca, su cui si fonda il pensiero occidentale. A fondamento della civiltà classica – ha proseguito Donato Loscalzo, docente di <em>Lingua e letteratura greca</em> presso l’Università degli Studi di Perugia e ospite del primo incontro della seconda edizione di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Maria Borio, Francesca Regina, Costanza Lindi, Carlo Pulsoni, Marco Paone e Massimiliano Tortora, con l’intento di concertare la parola poetica, di volta in volta, con argomenti specifici, che ieri, martedì 27 settembre, ad Umbrò, ha scelto proprio la Grecia come tema precipuo – si colloca il principio della reciprocità, del dare e dell’avere: in amore, invece – ne era consapevole Saffo, di cui alcuni versi sono stati citati, in traduzione italiana, in apertura (n.d.r.) – tale legge universale tende ad infrangersi, tanto che era necessario invocare l’intervento di Afrodite per ripristinarla”.</p>
<p>Un binomio, questo di “Poesia e Grecia”, suscettibile di una serie infinita di declinazioni: “la cultura greca – ha affermato Loscalzo – è molto utile, viene riscoperta, si attinge a piene mani dal suo bacino, nelle fasi di rinnovamento, quando si avverte, cioè, l’esigenza di un cambiamento, di una rinascita”. Legge alcuni suoi componimenti, Loscalzo, incentrati sui concetti di eternità, percepita come un aspetto positivo e non come un qualcosa che ci mette di fronte alla nostra pochezza, e di pellegrinaggio, inteso come un <em>loco</em> di ritrovo, di coesione per la comunità tutta: ci sono “inciampi fatti di paure”, “riverberi di istinti mai sopiti”, “un usignolo che tace”, poiché “ignaro dei segreti della notte”, il “vuoto lasciato dal desiderio insicuro nel suo cercare il nuovo”, nella silloge “L’Amore, invece”, editata lo scorso anno per i tipi della Editrice Ali&amp;No. Altro ospite dell’incontro, moderato da Marco Paone, in diretta streaming sul canale youtube di UmbriaPoesia e scandito dagli inframmezzi musicali di Eleonora Aleotti e Jacopo Mosesso – brani scelti, fra gli altri, dal repertorio del compositore cipriota Evagoras Karaghiorghis –, Alessandro Fo, raffinato latinista, ordinario di <em>Letteratura Latina</em> all’Università di Siena (fra le sue curatele, degne di nota sono l’edizione tradotta di Rutilio Namaziano, <em>Il ritorno</em>, Torino, Einaudi, 1994 ed una nuova traduzione in esametri barbari dell’<em>Eneide</em> di Virgilio nella “Nuova Universale Einaudi”, Torino, 2012), e fine cultore della letteratura italiana contemporanea, con curatele di varie opere poetiche di Angelo Maria Ripellino (Aragno 2006; Einaudi, 2007), saggi (<em>Il cieco e la luna. Un’idea di poesia</em>, Sargiano, Edizioni degli Amici, 2003) e proprie raccolte di poesie (<em>Otto febbraio</em>, Scheiwiller, 1995; <em>Giorni di scuola</em>, Città di Castello, Edimond, 2001; <em>Piccole poesie per banconote</em>, Firenze, Polistampa, 2002; <em>Corpuscolo</em>, Einaudi, 2004; <em>Vecchi filmati</em>, Manni, 2006).</p>
<p>Propone un’accurata selezione di <em>specimina</em>, Alessandro Fo, con l’intento di agganciarsi al tema dell’influenza della poesia greca su quella contemporanea, a partire dall’opera di Kavafis, “il primo – dichiara Fo – ad aver[lo] connesso con l’importanza dei classici greci nel periodo della maturità, contribuendo alla conversione verso il mondo antico, e la sua linfa poetica squisita, delicatissima”: “(&#8230;) Se tu sei d’Alessandria, tu capirai viandante – si legge ne <em>La tomba di Iasìs</em> – la nostra foga sai, la voluta bruciante”. Cita anche Toni Harrison, Fo, il poeta inglese contemporaneo che ha scritto la sceneggiatura <em>Prometeus</em> (editata dall’Università Cattolica di Milano) del film ricavato dal <em>Prometeo</em> di Eschilo, evidenziando il lato positivo e benefico del fuoco prometeico e quello negativo, le fiamme distruttrici e sterminatrici: nel poemetto intitolato <em>La madre delle muse</em> viene messa in scena la visita ad un ospizio dove era stato ricoverato il suocero – cretese – di Harrison, ad un cimitero della memoria, perché gli ospiti non ricordano nulla, in un costante intreccio di temi prometeici ed eschilei (“La visita del suo ospizio mi ha dato l’assillo di ricordare i versi che conoscevo”, quelli di Eschilo). E se anche le prose di Platone fossero trasposte in versi? È ciò che ha fatto, per i tipi di Aragno – il libro sarà presto in libreria – Francesco Bargellini con l’opera <em>Platone!</em>, di cui Fo è prefatore: “E dopo ciò voglio dare un oracolo (&#8230;). Splendido è non sopprimere gli altri”, e ancora “La gente non sa, senza questo tragitto, attraverso ogni cosa, senza vagabondaggio, seppure la incontri non avrai intelligenza della Verità”.</p>
<p>Da parte sua, Fo afferma di “bazzicare più i latini, che i greci, seppur i primi si nutrirono della cultura dei secondi” e si avvicina al <em>mood</em>, all’atmosfera di questo incontro di Umbria Poesia, con alcuni componimenti tratti dalla sua produzione poetica (da <em>Giorni di scuola</em>, ma anche da <em>Corpuscolo</em> e da <em>Mancanze</em>, entrambe queste sillogi edite nella collana bianca di Einaudi): “Venne alla stanza Rachele, bellissima, una dea greca (&#8230;), sul carro trainato dai passeri in volo” si legge in <em>Gitane</em>; mentre in <em>Epifania</em>, sono contenuti, fra gli altri, i seguenti versi: “(&#8230;) Andranno tutte riposte nell’armadio di un libro: dormono così anche le parole”. Tradotti in italiano da Paola Maria Minucci, docente di <em>Lingua e letteratura neogreca</em> alla Sapienza, e proiettati sul maxi-schermo, i versi di Michalis Pieris, poeta cipriota che “viene da una patria piccola – come ha affermato lo stesso autore (la citazione si legge in un recente saggio curato da Minucci) – dolce ma anche amara, segnata da guerre, distruzioni, esili (&#8230;). Un po’ in Oriente, un po’ in Occidente. L’ultima isola del Mediterraneo verso Est (&#8230;). Ha dietro di sé, lontana, la Grecia”. “Quando l’amore finirà, mi dimenticherai e ho quasi paura di gioire per ciò che ci accade. Quando l’amore finirà sarà il vuoto un luogo da omicidi”, si legge nell’omonima poesia, omonima rispetto al verso incipitario; “Se dico ti amo, non dico soltanto questa parola, per questo taccio. Come dirti questa parola, senza dirti ti amo? (&#8230;). Perché se dico ti amo, dico che non sono più io e tu non sei più tu, e il mondo intorno non è lo stesso: questo significa dire ti amo”; “(&#8230;) una città che si commuova – è alla polis, che sono dedicati molti componimenti di Pieris – che ispiri, una città affabile città conforto, città dolce consolante e tepore dela mia mente una città che nel suo caldo grembo mi chiuda (&#8230;)”.</p>
<p>L’anafora della <em>città</em>, e la sua <em>metamorfosi</em>. La metamorfosi dell’ultima isola del Mediterraneo rivolta a Oriente.</p>
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		<title>Le frontiere della poesia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2016 08:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Paone]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Abbandono le strade / d’asfalto bollente e segnaletica: / strade su strade lisce che si curvano / si affossano, si abbassano, crescono / vanno senza portarti in nessun posto”. Hone Tuwhare, poeta neozelandese scomparso nel 2008 (Marco Sonzogni titolava “Un cantastorie alla fine del mondo” l’articolo dedicato a questo “poeta della gente”, nel numero di “Poesia” di novembre 2014, anno XXVII, no. 298), era solito viaggiare. Varcare frontiere. E, quindi, percorrere sentieri, attraversare confini.</p>
<p>Di frontiere e di poesia si è parlato in occasione del terzo incontro di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, Carlo Pulsoni e Marco Paone, in collaborazione con Massimiliano Tortora, che, ogni mese, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano a Perugia, dà vita ad uno spazio di dialogo tra autori &#8211; alcuni dei massimi esponenti del panorama poetico contemporaneo &#8211; e lettori/spettatori, sospesi nella dimensione del suono dei versi, nella loro scansione temporale. E dopo “Poesia e viaggio”, con Antonella Anedda, Lorenzo Chiuchiù e Maria Borio, e “Poesia e medicina”, con Maurizio Soldini, Francesca Tuscano e Vera Lùcia de Oliveira (il quarto appuntamento con Umbria Poesia è stato fissato per il 17 maggio, con Carlo Bordini, Ernesto Livorni e Mira Yara, che rifletteranno sul binomio “Poesia e notte”), l’incontro di venerdì 15 aprile è dedicato al tema della frontiera, intesa sia come confine spaziale, che come limite di genere.</p>
<p>Un argomento ricco di implicazioni, antropologiche, sociali, cognitive, anche. Attualissime. Con l’accompagnamento musicale di Flavio Iuliani, Marco Paone, insieme a Maddalena Bergamin, giovane poetessa padovana (la sua prima raccolta, <em>Comunque, la pioggia</em>, è uscita nel 2007) attualmente impegnata in un Dottorato di ricerca alla Sorbonne, e Franco Buffoni, traduttore, fra gli altri, di Keats, Byron, Coleridge e Wilde, ordinario di Critica letteraria e letterature comparate, giornalista (dal 1989 dirige la rivista <em>Testo a fronte</em>, sulla teoria e pratica della traduzione poetica), e poeta (sue, solo per citarne alcune, le raccolte <em>Nell’acqua degli occhi</em>, <em>Quaranta a quindici</em>, <em>Scuola di Atene</em>, con cui vince il Premio Sandro Penna nel 1991, e <em>Noi e loro</em>, edita da Donzelli nel 2008 e vincitrice del Premio Maria Marino, del Premio Anna Osti e del Premio Suio Terme, hanno riflettuto sul binomio poesia-frontiera. Ed è proprio da quest’ultima raccolta che Buffoni trae, per il pubblico di Umbria Poesia, alcuni versi, che ben esemplificano la trasposizione, in versi, del linguaggio giornalistico, e, più precisamente, di due trafiletti del <em>Corriere della Sera</em>, come lui stesso dichiara: la frontiera, in questo caso, è rappresentata da un cavalcavia (“Una condanna per te, dal parapetto del cavalcavia, svegliandoti in modo più gentile”) e dal confine, valicato, di effusioni e “opinioni scambiate discretamente” durante un Gay-pride romano.</p>
<p>Legge alcuni versi della poetessa anglo-indiana Kamala Das, nella cui opera il tema della frontiera passa per la lingua, per quella zona franca in cui non c’è possesso, né della lingua di origine, né quella cui si tende: “Parlo tre lingue, scrivo in due, sogno in una sola (&#8230;). Mia diventa la lingua che io parlo”. Termine “frontiera” con un chiara valenza storico-politica: che senso ha scrivere poesie, nella realtà dei campi-profughi? Il confine, allora, passa per l’inutilità di scrivere poesia e l’insistenza e l’urgenza della scrittura? C’è una poesia inutile ed una poesia che “fa”, nell’accezione greca del termine? A queste domande ha risposto Maddalena Bergamin, la cui riflessione si è focalizzata anche sull’ironia, sull’umorismo (proprio, ad esempio, dell’opera di Vito Riviello), sullo scardinamento del linguaggio comune, insito nella poesia, specie in quella di Patrizia Cavalli (legge versi tratti da <em>La guardiana</em>, Bergamin, la guardiana che allude a una porta che non c’è, così come non può esserci un completamento, un compimento, tanto che si gioca “io alla porta, tu alle chiavi”).</p>
<p>Frontiera che passa anche per il rapporto madre e figlia, per la tensione verso un mondo che non si conosce, per due inediti in cui la malinconia e la nostalgia rappresentano “sentimenti a mezz’asta”, e la “la nebbia che si tocca” si trasforma in una parete. Frontiera, infine, come mappa, come passione cartografica, come soglia, per Marco Paone, nella cui perfomance torna ancora l’idea del confine come crepa (“L’Europa crepata si sfalda” scrive Maria Luisa Spaziani). Legge in gallego, Paone, e in italiano: “Amo le mappe perché dicono bugie, perché sul tavolo mi dispongono un mondo che non è di questo mondo”. Perché, come scrive Juan Antonio González-Iglesias, “una poesia è meglio di Google Maps”.</p>
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