domenica, 25 febbraio 2024 Ultimo aggiornamento il 23 febbraio 2024 alle ore 10:44

L’Ucraina un anno dopo piazza Maidan, “qui si continua a combattere”

Intervista al giovane fotografo perugino Luca Piergiovanni che a un anno dall’inizio delle manifestazioni è tornato a Donetsk, dove “la tregua non c’è mai stata”

 
L’Ucraina un anno dopo piazza Maidan, “qui si continua a combattere”
Perugia. Appena arrivati qui a Donetsk, al check point, ci hanno controllato i documenti e ci hanno avvertito. Ragazzi ma voi lo sapete che quello che dicono in occidente non è vero. Non è vero niente, qui non c’è mai stata la tregua, la tregua non esiste abbiamo sempre continuato a combattere”. Ok, perfetto, abbiamo pensato, siamo arrivati nel posto giusto. Stanco dopo il lungo viaggio, capelli e barba più lunghi del solito Luca ci racconta com’è la situazione in Ucraina un anno dopo le manifestazioni di piazza Maidan a Kiev. Luca è un giovane fotografo freelance. Nato e cresciuto a Perugia, dove si è laureato in Scienze Politiche, da un paio d’anni vive in Spagna a Madrid. Ha già collaborato con le più importanti testate internazionali, dal New York Times a El Pais all’agenzia di stampa spagnola Efe.

Un anno dopo, a Donetsk – “Siamo arrivati qui da pochi giorni – racconta. Ci sono ancora molte cose da capire, la questione è più complicata di quello che sembra da fuori, guardando il telegiornale”. Assieme a tre giornalisti spagnoli che stanno lavorando a un documentario, Luca è partito alla volta di Donetsk dove, a dispetto della tregua annunciata, si continua ancora a combattere. Più che cercare di raccontare la verità, una delle tante possibili in un paese in guerra, Luca è alla ricerca di storie. “Stiamo cercando di entrare in contatto con qualche battaglione per arrivare alla zona dell’aeroporto, uno dei luoghi dove ci sono stati gli scontri più duri, una delle zone più colpite dalla guerra. Dicevano che il cessate il fuoco era entrato in vigore in realtà ci sono ancora uomini dell’esercito ucraino nascosti nei bunker dell’epoca sovietica. Al centro della città la situazione è tranquilla, i negozi sono aperti, i mezzi di trasporto funzionano, non c’è molta gente ma comunque si vede movimento. Donetsk è una città da più di un milione di abitanti, ma hanno calcolato che circa la metà della popolazione, chi aveva la possibilità, se n’è andata. Chi non aveva soldi è dovuto restare, così come è rimasto chi voleva difendere la propria città”.

Propaganda e verità – “Dal centro città si sentono continuamente esplosioni, la tregua non c’è, non c’è mai stata. Quanto è difficile capire dove sta la verità. La verità qui non c’è, c’è solo propaganda, da un lato e dall’altro ognuno ti racconta la sua verità. E’ tutto molto ideologico: a Kiev ti dicono  i filorussi sono terroristi che hanno invaso il loro paese. Qui invece ti dicono che sono gli Stati uniti che hanno finanziato la rivolta, terrorista è il governo di Kiev che bombarda la popolazione civile”. Se una verità non c’è, l’unica cosa certa è la difficoltà in cui versa la popolazione. “Oggi ho incontrato una signora che dallo scorso maggio vive in un rifugio sotterraneo senza elettricità, con poco cibo, senza possibilità di scaldarsi. Qui è inverno pieno, in Ucraina fa freddo. L’unica verità è nella sofferenza della gente che incontro per strada, come in quella dei familiari dei soldati che ritornano a Kiev nelle bare. Qualche giorno fa c’è stata una manifestazione a Kiev dei familiari dei soldati al fronte, per chiedere al governo che tornino a casa. La verità è che quando c’è una guerra c’è molta propaganda, riuscire  a capire chi ha ragione è complicato.

Le brigate internazionali –  Come tutti i conflitti di epoca recente, anche quello in Ucraina ha richiamato persone provenienti da altri paesi a combattere. “Arrivano qui combattenti di ideologia fascista o nazista, che combattono contro quello che loro chiamano l’invasione del comunismo russo”. Dall’altra parte invece c’è chi è venuto a combattere contro l’occidente, contro l’Europa. Uno di loro è un ragazzo di Bergamo, nome di battaglia Spartacus. “L’ho incontrato oggi, mi ha raccontato che aveva già combattuto come volontario in Jugoslavia. Non gli piace l’Italia, non gli piace l’Europa ed è venuto a Donetsk per combattere questo sistema economico sbagliato, dal suo punto di vista. Angelo viene invece da Milano.  Non aveva nessuna formazione militare, è arrivato dalla Russia con un taxi. Non aveva nessuna formazione militare, l’hanno tenuto due giorni rinchiuso in una caserma in attesa che verificassero le sue generalità. Poi gli hanno dato un’arma, l’hanno mandato vicino all’aeroporto per vedere come reagiva allo stress dei bombardamenti continui. Quando hanno visto che non era crollato, l’hanno mandato a combattere al fronte, con meno venti gradi, fermo immobile per ore e ore nella stessa posizione per non essere visto e ucciso. Dice che non se ne andrà finché non avranno vinto la guerra. Qui a Donetsk la gente è convinta che vinceranno, sono molto motivati e questa forse è la cosa che manca a Kiev, dove a combattere sono tutti giovanissimi e sono stati chiamati già 3 o 4 volte, ma vogliono tornare a casa. Ecco perché i separatisti filorussi hanno avuto vittorie importanti contro l’esercito di Kiev, loro sono motivati”.

L’economia – Dall’inizio degli scontri, ormai un anno fa, questa guerra ha fatto oltre cinquemila vittime. “Nessuno, prima di piazza Maidan, si era mai chiesto se si sentiva più filorusso o filoeuropeo. Erano ucraini e basta. Quello che è successo poi è molto difficile da spiegare, l’unica cosa certa è che l’economia ucraina è stata devastata da questo conflitto. L’anno scorso il cambio Euro/Grivna, la moneta locale, era 1/12, oggi è 1/30. I negozi chiudono, le imprese anche. Come l’aeroporto qui è crollato tutto. Questa era una zona ricca, il Donbass, con le sue miniere di carbone, era uno dei punti strategici per l’intero paese. Oggi non c’è più niente”.

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