sabato, 25 maggio 2024 Ultimo aggiornamento il 21 maggio 2024 alle ore 08:15

‘Prospettiva Pasolini’

Intervista a C. Pulsoni e F. Tuscano, curatori, insieme a S. Casini e R. Rettori, del volume 'Prospettiva Pasolini', edito da Morlacchi Editore. Tra i temi indagati, anche il rapporto tra l'intellettuale corsaro e l'Umbria

 
‘Prospettiva Pasolini’
Perugia.  Di Prospettiva Pasolini (5 marzo – 30 giugno 2022), volume a cura di C. Pulsoni, F. Tuscano, S. Casini e R. Rettori, edito da Morlacchi Editore e frutto della collaborazione tra l’Università degli Studi di Perugia, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia e di un dialogo fitto con il mondo delle biblioteche, abbiamo parlato con Carlo Pulsoni, Professore Ordinario di Filologia e Linguistica Romanza all’Università degli Studi di Perugia (Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne) e Francesca Tuscano, direttrice della Scuola di Ecologia e da anni massima esperta del genio pasoliniano (ha conseguito, infatti, il suo Dottorato di ricerca in Letterature comparate con una tesi sulla presenza della cultura russa nell’opera di Pier Paolo Pasolini). Nel corso del nostro racconto, l’accento è stato posto, tra gli altri aspetti, anche sul rapporto fra Pasolini e l’Umbria – la Perugia di Sandro Penna, l’Assisi legata a don Giovanni Rossi, Giotto e San Francesco, e la città ducale del Festival dei Due Mondi.

Prospettiva Pasolini (5 marzo – 30 giugno 2022), volume a cura vostra e di S. Casini e R. Rettori, edito per i tipi di Morlacchi Editore e frutto della collaborazione tra l’Università degli Studi di Perugia, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia e di un dialogo fitto con il mondo delle istituzioni bibliotecarie, ha intessuto un omaggio alle iniziative che la città di Perugia ha dedicato all’intellettuale corsaro per il Centenario della sua nascita. Lo hanno fatto, il Comune di Perugia e l’Ateneo perugino, allestendo mostre nelle biblioteche Augusta e San Matteo degli Armeni, organizzando conferenze, producendo, non da ultimo, un cortometraggio dal titolo Del mio paese popolato come un poema. Come si è originato il progetto e come interpretare quell’elemento paratestuale che è il titolo del volume: Prospettiva Pasolini?

A volte ci sono delle coincidenze che trasformano un progetto iniziale in una avventura di successo. Dopo l’esperienza delle iniziative dantesche (Dante a Porta Sole), nel gennaio del 2022 proposi all’Assessore alla Cultura, Leonardo Varasano, di organizzare una mostra su Pasolini, da abbinare a un ciclo di conferenze, per celebrarne il Centenario. Dopo aver avuto la piena disponibilità da parte di Varasano, scoprii che alcuni colleghi del mio Ateneo, Simone Casini e Roberto Rettori, avevano commissionato alla regista Vittoria Corallo un cortometraggio per celebrare a loro volta la ricorrenza. Abbiamo pertanto deciso di unire i nostri sforzi per creare un progetto unico che coinvolgesse l’Ateneo e la città. In aggiunta a queste Istituzioni, devo ringraziare l’amica Francesca Tuscano, tra le migliori studiose di Pasolini non solo in Italia, che ha subito accettato di collaborare al progetto in cantiere. La scelta degli articoli di Pasolini è nata dall’idea di presentare l’impegno del Pasolini intellettuale in tutte le sue declinazioni, a partire dagli anni Sessanta fino all’ultima intervista pubblicata postuma, oltre che ai suoi legami, tutto sommato ancora poco indagati, con l’Umbria. Grazie a questi spogli, abbiamo potuto dimostrare che proprio in Umbria, e in particolare a Spoleto durante la Settimana della Poesia del 1965, Pasolini ebbe modo di conoscere di persona Ezra Pound. Questo incontro fu decisivo per Pasolini, al punto che cambiò radicalmente la sua posizione nei confronti del poeta americano.

Si è trattato, dal vostro punto di vista, di ‘mettere in prospettiva’ la poliedricità di un intellettuale eclettico?  

Più che la poliedricità di Pasolini è stata messa in mostra la sua coerenza nella lettura critica della società consumistica neocapitalista, che si sviluppa in molte direzioni: per la difesa dell’ambiente, la critica alla tolleranza delle cosiddette diversità, nonché alla distruzione dell’identità umanistica (e delle sue antiche radici contadine), all’omologazione e alla mercificazione. L’ecletticità di Pasolini, che si desume dalla pluralità dei suoi mezzi espressivi (poesia, narrativa, teatro, cinema, saggistica, giornalismo), in realtà non esiste nei contenuti. Pasolini, con una coerenza al limite dell’autodistruttività (non a caso più di un pasolinista ha usato il termine ‘parresia’ per descrivere questa sua coerenza), partendo da un amore prima viscerale e poi intellettuale verso il Passato (ossia il mondo distrutto dalla società dei consumi), non ha mai smesso di riflettere sulla tragedia di una contemporaneità votata all’autodistruzione, ed è questo filo rosso che la mostra di Perugia (e le conferenze che le hanno fatto da contorno e approfondimento) ha scelto di indicare a chi intenda conoscere realmente un autore, divenuto, purtroppo, un’icona pop.

Scorrendo l’indice conoscitivo del libro, appare chiara, sin da subito, al lettore la suddivisione tra la sezione ‘mostra’, in cui, ovviamente, l’interdipendenza tra testo e immagine è predominante – il riferimento non è solo alle immagini, ma anche agli articoli di giornale qui presenti – e la sezione dedicata ai saggi critici. Come commentereste questa precisa scelta dispositiva?

Il catalogo contiene, ovviamente, il materiale iconografico della mostra, ma anche i testi delle conferenze che, come abbiamo già detto, si sono tenute intorno alla mostra. Il progetto che Perugia ha dedicato al centenario pasoliniano si è necessariamente allargato a momenti di studio e riflessione teorica su alcuni aspetti dell’opera e dell’esperienza umana e intellettuale di Pasolini, ‘evocati’ dalla mostra. Il catalogo riflette tutto questo, e perciò si divide nei due momenti in cui realmente si è diviso lo svolgimento delle iniziative del centenario pasoliniano perugino.

Che dire del rapporto tra Pasolini e l’Umbria? La Perugia di Sandro Penna, l’Assisi legata in particolare a tre figure (don Giovanni Rossi, Giotto e S. Francesco), la città ducale del Festival dei Due Mondi (Spoleto, dove nel 1965 si è tenuta ‘La settimana della poesia’, caldamente voluta da Giancarlo Menotti) e la nostra regione tutta, visceralmente amata dal genio pasoliniano?

L’Umbria, luogo mitico nella formazione pasoliniana (Giotto e Francesco d’Assisi sono autori già studiati e amati dallo studente che si era formato con Longhi e Contini), per Pasolini diventa un luogo importante anche da un punto di vista esistenziale attraverso l’amicizia profonda con Sandro Penna (che Pasolini considera il più grande poeta italiano contemporaneo e dal quale impara a vivere la propria omosessualità non solo tragicamente, ma anche con gioia); il legame con don Giovanni Rossi (che gli aprirà le porte della comunità della Pro Civitate Christiana di Assisi, all’interno della quale nascerà e si svilupperà il progetto del Vangelo secondo Matteo, e che sarà l’unico ‘confessore’ cattolico che comprenderà il dramma di un uomo mai pacificato con la sua identità sessuale); e infine la partecipazione alla Settimana della poesia, durante il Festival di Spoleto del 1965, grazie alla quale Pasolini entrerà in stretto contatto con alcuni tra i maggiori poeti del Novecento, da Pound alla Bachmann, Evtushenko e Ginsberg – figure che rimarranno al centro della sua esperienza umana e intellettuale, entrando persino nella sua produzione artistica. Pound, a esempio, diventerà il segno dell’intellettuale perseguitato dal potere, sia nella produzione poetica che nel romanzo postumo Petrolio. Si può dunque dire, senza esitazione, che l’Umbria nel suo complesso è uno dei luoghi pasoliniani, meritevole di ulteriore attenzione dal punto di vista scientifico.

La ‘vostra’ prospettiva indaga anche ‘un Pasolini altro’, a tratti distante dal personaggio pubblico, autore di articoli che hanno suscitato scandalo per la denuncia del ‘genocidio’ culturale di matrice consumistica… E’ corretta questa lettura? 

Difficile distinguere un Pasolini ‘altro’ rispetto all’autore che ha denunciato la tragedia dell’omologazione. In realtà, ‘Prospettiva Pasolini’ offre una pluralità di sguardi, interna ed esterna a Pasolini stesso, che permette di percepire la complessità di un intellettuale sempre coerente e perciò apparentemente contraddittorio. In realtà, il Pasolini che ama la vita con tutta la gioia, e il Pasolini tragico che denuncia il genocidio culturale, non sono affatto distanti. L’ossimoro (figura che appare continuamente anche nella sua produzione artistica) che Pasolini è, non nasce da una contraddittorietà ma da una inesorabile necessità di rendere la complessità della storia e della realtà, a partire dalla propria esperienza esistenziale.  La società neocapitalista, la sua Dopostoria, è nello stesso tempo semplice e complessa, e leggerla, interpretarla, non può che essere un atto tutt’altro che semplificante, perché, allo stesso tempo, ne deve dimostrare l’evidenza e l’ambiguità.

Pasolini-regista di film che hanno fatto la storia del cinema italiano, da Accattone a Mamma Roma, da Il Vangelo secondo Matteo a Uccellacci e uccellini, sino a Il Decameron e Salò o le 120 giornate di Sodoma… Cosa dire a tal proposito?

Ci sarebbe tanto da dire che lo spazio di un’intervista non può essere sufficiente. In estrema (e colpevole) sintesi, si potrebbe dire che il cinema di Pasolini è un cinema fortemente intellettuale, strettamente legato alla sua Weltanschauung, cioè a uno sguardo critico verso la contemporaneità che si accompagna sempre (persino nel terribile ‘Salò’) all’amore smisurato per la bellezza del creato – basti ricordare la battuta con la quale Totò chiude quel capolavoro che è ‘Cosa sono le nuvole?’ – ‘Straziante, meravigliosa bellezza del creato’ -, e per l’uomo. Nessun altro autore ha saputo rendere in modo così profondo e nello stesso tempo poetico la lettura della contemporaneità, della storia e dell’esperienza umana.

Qualche cenno, se possibile, anche al Pasolini editorialista. Il riferimento è, sì, ad articoli sul già citato ‘genocidio’ di matrice consumistica, sulla presa di posizione antifascista, sul calcio quale ‘linguaggio con i suoi poeti e prosatori’, ma anche ad un pezzo, uscito nel Tempo, in cui l’intellettuale bolognese ricordava ‘un mondo che parlava di dialetto’. Un mondo, questo, che ha tutto il sapore poetico e ‘materno’ di Poesie a Casarsa

In Pasolini l’amore per l’identità linguistica è parte integrante dell’amore per l’identità culturale del mondo contadino/umanistico. Ed è un amore che nasce certamente a Casarsa, luogo mitico sotto molti punti di vista, e la prima raccolta di poesie di Pasolini ne è la prima stupenda testimonianza. D’altro canto, l’esperienza casarsese rimarrà fondamentale in tutta l’opera pasoliniana, fino all’anno della morte. Pasolini poeta e interprete del suo tempo nasce a Casarsa, e cercherà il suo mito in ogni altro luogo ‘barbaro’ (dalle borgate romane al Terzo Mondo).

Tuttora la morte di Pasolini è avvolta nel mistero. Celebre è l’intervista dal titolo E’ stato un massacro che reca la firma di Oriana Fallaci (L’Europeo, 21 novembre 1975). Da quale ‘prospettiva’, appunto, viene raccontata nel volume la fine tragica di questa grande e controversa figura, amata e al contempo ‘odiata’ dai suoi ‘ragazzi di vita’?

Riguardo all’assassinio di Pasolini, abbiamo scelto di lasciare la parola a Pasolini stesso, alle sue ultime interviste, pubblicate dopo la sua morte. Una scelta che ha creato più di una volta meraviglia nei visitatori. Titoli e contesto di queste interviste (che, ovviamente, si perdono nelle edizioni degli scritti di Pasolini) stridono visibilmente con le parole (spesso ben note) di Pasolini, e indicano chiaramente la condanna moralistica e politica che ha preceduto e seguito la fine di un intellettuale inaccettabile a destra come a sinistra. Pasolini ha duramente pagato la scelta di essere libero e indipendente, pur sentendosi (dichiaratamente) parte dell’area marxista dell’intelligencija italiana e internazionale. Il moralismo che lo ha giudicato e condannato trova una sponda tanto facile quanto banale nella frequentazione pasoliniana (non solo sessuale) dei ragazzi della periferia romana. Il numero di ‘Gente’ che abbiamo scelto di esporre nella sezione della mostra dedicata alla morte di Pasolini, è un esempio di evidente violenza della condanna moralistica di Pasolini. L’odio dei “ragazzi di vita” verso un uomo che li sfruttava sessualmente è un mito che ancora serve al ben noto procedimento che soprattutto nell’Italia degli anni Settanta trasformava le vittime in carnefici. La copertina di ‘Gente’ dovrebbe entrare nella nostra memoria come un’altra forma di vilipendio del cadavere di Pasolini.

Concludiamo citando il titolo di un saggio di Ginevra Amadio: Il vuoto delle lucciole. Pasolini tra potere, ideologia ed ecologia. A vostro avviso tale volume ha contribuito a colmare quel vuoto e a far tornare a risplendere le lucciole?

No. Non è possibile colmare con un volume un vuoto che nasce dal degrado intellettuale e ambientale del mondo neocapitalista che ha condotto alla morte delle lucciole e del mondo di cui erano parte. Piuttosto, speriamo che, attraverso le parole di Pasolini e di chi lo studia, che noi abbiamo offerto con ‘Prospettiva Pasolini’, si possa prendere finalmente consapevolezza che ognuno di noi è tenuto a riempire quel vuoto, ogni giorno, con la stessa determinazione e lo stesso coraggio di Pasolini.

 

 

 

 

 

 

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