lunedì, 15 luglio 2024 Ultimo aggiornamento il 14 luglio 2024 alle ore 09:37

Fury: non certo un capolavoro, ma il miglior film di Ayer

Attesa come il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni, la pellicola non può competere con i vari Kubrick, Coppola o Malick, ma resta comunque un'opera compiuta, ben interpretata e ottimamente sceneggiata

 
Fury: non certo un capolavoro, ma il miglior film di Ayer
“Il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni”, è con questo slogan che si è apriva ormai mesi fa il trailer di Fury, ultima fatica di David Ayer con Brad Pitt protagonista. In realtà il film è arrivato in Italia con mesi e mesi di ritardo rispetto al resto del mondo, e ciò ha causato una proliferazione delle voci di corridoio tale da distorcere e fuorviare le aspettative che i fan del cinema bellico avevano sviluppato nei confronti di una pellicola che sembrava incentrata completamente su battaglie tra carri armati.

E’ bene chiarire: Fury non è un capolavoro, e tanto meno il miglior film di guerra del nostro tempo. Non dimentichiamoci che gli ultimi 30 anni hanno visto venire alla luce pilastri come Apocalypse Now, Full Metal Jacket e la Sottile Linea Rossa, e un regista come Ayer – che fino ad ora dietro alla macchina da presa non ha mai combinato niente di buono – non avrebbe mai potuto eguagliare Kubrick, Coppola e Malick. Nonostante non sia perfetto, Fury ha tuttavia le carte in regola per essere un ottimo film, grazie ad una regia stavolta consapevole e pulita, un cast di tutto rispetto e momenti davvero interessanti anche per un film estremamente di genere. Ma andiamo con ordine.

Brad Pitt è come al solito molto bravo, e con quell’uniforme addosso non può non ricordare l’Aldo Raine di Bastardi Senza Gloria, ma qui Ayer – che come sceneggiatore bisogna ammettere che non è per niente male – ha creato per lui un personaggio più cupo, più rassegnato a vivere in costante compagnia della morte, un tenace soldato che cerca sempre di convincere gli altri – e più che altro se stesso – che falciare vite a bordo di un Tiger sia il mestiere più bello del mondo. Accanto a lui la vera rivelazione del film, Logan Lerman, con quel volto da ragazzino che già molti avevano potuto notare nella bruttissima saga di Percy Jackson e successivamente in film più interessanti come Noi Siamo Infinito e Noah. Lerman è stato un vero asso, ha centrato in pieno un personaggio atto a trasmettere al pubblico le brutali sensazioni che possono aggirarsi vorticose nella mente di una recluta alle prime armi, un bambino con un fucile in mano, impacciato ed esitante di fronte al sangue, alla violenza ed alla suprema manifestazione della malvagità dell’uomo.

Il film, caratterizzato da una fotografia costantemente buia, desaturata ed ultra-patinata, racconta la storia del sergente Don Collier, che a bordo del carro armato battezzato come Fury, guida un esile manipolo di uomini all’interno della Germania nazista, con l’obiettivo di raggiungere Berlino e fornire man forte agli alleati, mentre i tedeschi stanno ancora tentando di resistere all’avanzata con le unghie e con i denti. E’ così che quello di Collier, Swan, Norman e Gordo sarà destinato ad essere un viaggio di dannazione, di atrocità e di disperata sopravvivenza.

Più che davanti ad un film di guerra sembra a volte di trovarsi di fronte ad un action a tutti gli effetti, tuttavia Ayer – nonostante alcuni eccessi narrativi su cui anche il critico più severo chiuderebbe un occhio – sa sempre quando fermarsi per non scadere nella “tamarrata”. Gli uomini di Fury non vengono mai semplicemente abbozzati, il regista ha capito che al giorno d’oggi ciò che rende interessante un film di genere è la cura con cui vengono scolpiti i suoi protagonisti, che in questo caso vengono approfonditi in modo efficace nella loro psicologia, e diventa spesso assai semplice amare o odiare qualcuno fin dall’inizio. In particolare l’accento viene posto su come la guerra sia in grado di modificare anche gli animi più pacati, e l’analisi di Ayer (egli stesso veterano di guerra) si incentra sui burrascosi rapporti che si instaurano tra esseri umani molto diversi, costretti a convivere all’interno di una macchina da guerra finita per diventare una vera e propria casa. Se proprio si vuole fare un appunto al film è possibile notare ciò che accade nella maggior parte dei film bellici americani, ossia un’eccessiva faziosità e una spudorata celebrazione dell’esercito americano, con conseguente caratterizzazione iper-negativa e disumana dei soldati tedeschi. Ma anche questo ci sta tutto, mentre aspettiamo di vedere la Seconda Guerra in un film girato dai tedeschi.

Il ritmo non cede mai, l’interesse si mantiene alto e le due ore e mezzo scorrono piacevolmente. Fury si è dunque dimostrato un film davvero interessante, che piacerà a tutti nonostante a volte la violenza diventi piuttosto spietata e dura da digerire. Un’opera compiuta e meritevole, Ayer è riuscito a riscattarsi dal mediocre passato e ha scritto e diretto il film della sua carriera.

VOTO: 7 e ½

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