giovedì, 14 dicembre 2017 Ultimo aggiornamento il 13 dicembre 2017 alle ore 14:55

Intolleranza al lattosio: come riconoscerla e come conviverci

 
Intolleranza al lattosio: come riconoscerla e come conviverci
 L’intolleranza al lattosio consiste nella difficoltà o incapacità di digerire il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte e nei suoi derivati. È un disturbo causato dalla carenza totale o parziale di lattasi, l’enzima responsabile della digestione del lattosio, che si manifesta con dolori addominali, stitichezza, nausea, mal di testa, gonfiore addominale, diarrea, stanchezza, eruzioni cutanee, meteorismo e flatulenza.

La sintomatologia può insorgere subito dopo il pasto (nel giro di una o due ore) oppure a distanza di più tempo. Il primo caso si verifica quando il lattosio viene assunto a stomaco vuoto o in presenza di zuccheri semplici, contenuti nella frutta o nello zucchero da tavola, che aumentano la velocità di svuotamento gastrico; il secondo invece quando al lattosio si associano grassi o fibre che, rallentando lo svuotamento gastrico, possono ritardare o attenuare i sintomi. È inoltre possibile che i sintomi di intolleranza si manifestino a causa di un accumulo di lattosio dei giorni precedenti.

A causa di queste manifestazioni aspecifiche è importante fare un test diagnostico prima di eliminare gli alimenti o i farmaci, ove possibile, che contengono lattosio. Le due principali metodiche sono il test respiratorio all’idrogeno (H2-Breath Test) e il test genetico. Il primo valuta la presenza di idrogeno nell’espirato prima e dopo la somministrazione di 20-50g di lattosio: in caso di malassorbimento, nell’intestino si verificano processi di fermentazione con relativo aumento di produzione di idrogeno (H2), che viene assorbito ed eliminato attraverso il respiro. Il test genetico invece permette di definire la predisposizione all’intolleranza al lattosio studiando la composizione genetica del paziente, individuando quindi i soggetti che potrebbero manifestare un deficit enzimatico e consentendo di definire un comportamento alimentare e uno stile di vita adeguato nell’ottica di una medicina curativa e preventiva.

L’unica terapia per questa intolleranza si compone di due fasi: la prima prevede l’esclusione dalla dieta degli alimenti che contengono lattosio per un periodo di 2-4 mesi. È importante rivolgersi ad un esperto che possa guidare in questa fase, per escludere tutti gli alimenti che contengono, o sono a rischio di contenere, il lattosio: questo zucchero infatti è utilizzato anche come conservante e addensante, per cui si trova in molti alimenti come gli insaccati, i biscotti, il cioccolato, il caffè solubile, gli gnocchi, la pasta ripiena, i ripieni di alimenti surgelati ecc). L’aiuto di un professionista è fondamentale anche per assumere il calcio tramite altre fonti (come acqua, alici, calamari, radicchio, carciofi, mandorle, nocciole ecc) e con le giuste accortezze per migliorarne l’assorbimento.

Dopo questo primo periodo terapeutico inizia la seconda fase, quella della reintroduzione, dove si testa un alimento per volta iniziando da una dose bassa per poi raddoppiarla e triplicarla valutando gli eventuali sintomi: così facendo si crea man mano una lista della tollerabilità, che permetterà in futuro di gestire l’intolleranza assumendo lattosio in dosi controllate.

Un gruppo di ricercatori londinesi ha infatti dimostrato che in seguito alla terapia di esclusione quasi tutti i latto-intolleranti possono assumere una quota di 12 gr di lattosio (240 ml di latte), purché frazionata nella giornata. Secondo i loro studi il lattosio, reintrodotto a piccole dosi, migliorerebbe l’ambiente intestinale, essendo fonte di nutrimento per i batteri (funzione prebiotica), e aiuterebbe quindi a ridurre i sintomi dell’intolleranza stessa.

A cura della Dottoressa Ornella Zito, Dietista-Nutrizionista presso Punto Salute

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