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	<title>Perugia Online &#187; insegnanti</title>
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		<title>‘Il più e il meglio’ che mancavano allo studente Pinocchio</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Feb 2020 17:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Quella figura, intellettuale, che sta accanto. Che sa leggere i cambiamenti, sa ascoltare e capire chi ha di fronte. E chi ha di fronte, spesso, è portatore di cultura. Anche se di una cultura diversa, digitale, ed è figlio di una società fluida, <em>in fieri</em>. Anche se ha una camera di <em>mirabilia</em>, alla stregua di un collezionista, e non sa, di primo acchito, ricavarne un ordine. In quell’immenso repertorio prova ‘la vertigine della mescolanza’, ma è in grado anche di mostrare ‘le cattedrali più belle’, ‘il più e il meglio’.</p>
<p>Di chi stiamo parlando? Dei ‘maestri’ – se ‘magister’ deriva da ‘magis’ – e dei loro allievi. Perché è stato questo il <em>topic</em>attorno al quale ha ruotato il prisma di voci – quelle di Roberto Contu, insegnante del liceo S. Properzio di Assisi e docente a contratto che collabora con il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia, e dei colleghi-docenti Jacopo Manna, Sonia Viscione (liceo A. Mariotti), Sergio Pasquandrea (liceo A. Pieralli), Patrizia Tabacchini (ITTS A. Volta) e Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano, moderatore dell’incontro – della tavola rotonda ‘Insegnanti, il più e il meglio? Le domande, la scuola, il nostro tempo’ promossa dalla neonata associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, all’interno del cui cartellone di attività è confluito il progetto culturale Umbrò Cultura.</p>
<p>La tavola rotonda, che ha registrato, l’11 febbraio in una gremita sala Muro di Umbrò, a Perugia, la partecipazione di docenti e studenti, ha avuto per oggetto l’ultimo libro di Roberto Contu, ‘Insegnanti (il più e il meglio)’, edito da Aguaplano, ed è stato dedicato alla scuola e alla didattica, a quei ‘più’ e ‘meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
<p>A fare gli onori di casa, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, che ora gestisce il progetto ‘Umbrò Cultura’. ‘Occorre pensare – è stato il commento di Maria Borio – ad una serie di appuntamenti che coinvolgano sempre di più le scuole e gli insegnanti per attuare un programma di politica culturale con ricadute sul territorio. Per questo, oggi, siamo partiti da questa raccolta di articoli di Roberto Contu’. ‘Questo libro – ha affermato Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano – rappresenta un seme, l’occasione per creare una eco e un dibattito attorno al mondo della scuola a partire da qualcuno che la scuola la vive. Si tratta di un testo ibrido, che raccoglie esperienze dirette, le quali sono, poi, il contrappunto di una riflessione più ampia sul ruolo dell’insegnante e sul suo rapporto con la società.</p>
<p>Si è parlato di ‘paura’, durante l’incontro, della paura dell’insegnante in quanto essere umano, ancor prima che una figura professionale, muovendo direttamente da un aneddoto contenuto nel libro, incentrato sull’impatto con la prima supplenza e con una classe ‘fuori dalla grazia di Dio’. E tra classi tutte al maschile, ritorni nelle scuole in cui si è stati studenti, incarichi educativi, rapporti frustranti con la scuola da parte di alcuni studenti, prime ore di lezione in scuole di periferia rivolte a minori che hanno commesso reati prima dei 14 anni, abilitazione senza passare per le supplenze, le voci degli ospiti di Umbrò hanno dichiarato all’unisono che la prima esperienza, sì, è straniante, ma anche la ‘la scuola è uno spazio che insegna a tutti’. Per questo, alla fine, sono rimasti là.</p>
<p>Altro giro di voci, durante questo ‘collegio docenti informale’, attorno ad altri argomenti, perché, si sa, tutti, oggi, parlano di scuola, ma spesso lo fanno attraverso stereotipi. Si sono costruite, nel tempo, tante narrazioni attorno alla figura dell’insegnante, che ‘si vuole’ psicotico, sfortunato… Gli insegnanti, invece, devono riappropriarsi della loro funzione, partendo proprio dal dato reale della loro vita in classe e accogliendo la provocazione di Romano Luperini: ‘l’insegnante è un intellettuale?’. Molteplici sono state le risposte a questo quesito: c’è chi sostiene che ‘l’insegnante debba essere un intellettuale che si approccia al lavoro che fa e alla scuola con un atteggiamento di ricerca, sapendo leggere la realtà, riuscendo a modificarla e tenendo conto che, se lui si invecchia, i suoi studenti sono sempre più giovani’; c’è chi pensa che un peso notevole sia svolto dal rapporto diretto con gli allievi e che l’insegnante sia un intellettuale nel momento in cui fa parte del suo lavoro anche una parte di crescita delle persone cui si rivolge, e chi afferma che al docente siano richieste sostanzialmente tre cose: onestà, responsabilità e non-neutralità rispetto al suo lavoro.</p>
<p>Attraverso queste componenti l’insegnante deve riacquisire la propria dignità, mentre si trova alle prese con una forma di scissione tra dimensione etica e dimensione della ricerca pura, e con un modello di conoscenza, quello contemporaneo, che è posto sotto il segno della parcellizzazione e della divisione dei ruoli. I docenti hanno a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo, culturale e comportamentale: generazioni digitali, 0, con delle criticità pedagogiche. D’altronde, il Novecento è uscito da scuola e i maestri devono ingaggiare questa sfida. Un problema, questo generazionale, che ha suscitato numerosi spunti di riflessione tra i docenti presenti, i quali hanno cercato di ricostruire una tassonomia dei problemi relativi alle generazioni attuali di allievi: diverse forme di comunicazione, ma stessa incidenza delle dinamiche relative all’adolescenza, calo di natalità (per cui gli studenti attuali sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, senza fratelli e sorelle), assenza di gerarchia e ‘orizzontalizzazione’ delle conoscenze, e tendenze a ‘inventare un modo di concepire il concetto di libreria che sia più appettibile rispetto ad Internet’.</p>
<p>E ancora: dove collocare l’insegnante all’interno della classe? Che ruolo dare agli insegnanti nel processo educativo? L’insegnante deve stare accanto, secondo Patrizia Tabacchini, mentre per Sergio Pasquandrea il docente è inserito all’interno di un circolo ermeneutico, in quanto non è l’unico depositario della conoscenza. Se Sonia Viscione ha affermato che il docente, in quanto interprete, debba stare ‘in mezzo ai ragazzi e alla disciplina che insegna’, Jacopo Manna ha posto l’accento sull’oggetto cattedra, che originariamente indicava la seggiola con braccioli. ‘Questo oggetto è significativo – ha dichiarato Jacopo Manna –, ha una valenza simbolica: alle scuole elementari non c’è bisogno di alcuna cattedra, mentre dalle medie gli allievi si trovano catapultati in un ambiente in cui la direzione è una’.</p>
<p>Spazio, poi, dietro sollecitazione di Davide Pairone e Roberto Contu, alle cose a cui gli insegnanti, almeno i quattro presenti, non rinuncerebbero mai. Dal lavoro sul lessico specifico della disciplina – perché, si sa, gli studenti perdono le parole a causa della rapidità – al confronto diretto con ciò che gli allievi studiano, senza mediazioni, dal senso di cittadinanza e dall’esercizio democratico dati dal conoscere più lingue all’importanza della verifica orale – perché, anche questo è vero, nella vita capiterà molto più spesso di dover convincere qualcuno con le parole che si pronunciano –, le risposte sono state molte. Forse anche questo sono ‘il più e il meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
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		<title>La voce di un maestro</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Oct 2019 17:44:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> L’insegnante è un intellettuale? «(…) Chiude il discorso (il riferimento è a Romano Luperini, che incontra gli studenti del Liceo classico Properzio di Assisi, a proposito di scrittori e di voci della letteratura italiana, n.d.r.) sollecitando i ragazzi sulla distinzione tra <em>ruolo</em> e <em>funzione</em> dell’intellettuale. Lo fa con parole semplici ma nette e parla della figura dell’insegnante. Distingue tra il <em>ruolo</em> di chi deve sapere riempire un registro e la <em>funzione</em> di chi, adempiendo al proprio mandato riesce ancora ad accendere la coscienza di un adolescente o a giustificare il ‘perché Dante a scuola sì e Folcacchiero dei Folcacchieri no’».</p>
<p>A Pinocchio, si sa, per andare a scuola, mancava sempre qualcosa: ‘il più e il meglio’. Forse non aveva avuto degli insegnanti intellettuali in grado di accendere la sua coscienza di adolescente di legno, ma dei semplici burocrati con modo di fare impiegatizio. Gli mancava ‘il più e il meglio’. Forse la voce di un maestro, la stessa che poteva ritrovare nelle parole del vecchio e saggio padre, mastro Geppetto. L’insegnante, alle prese con i programmi ministeriali, deve ancora sapere stupire e fare appassionare i suoi studenti, raccontando, nella scuola del 2019 – riflesso di una più ampia, fluida, società, figlia di Instagram, delle pratiche dello storytelling e dei social media –, le storie di coloro che hanno fatto la tradizione letteraria, dagli stilnovisti a Leopardi, da D’Annunzio a Svevo, fino a Montale e oltre. Alcuni di questi autori reggono, altri crollano, vengono percepiti come lontani, pur essendo classici, e, in quanto tali, intramontabili nel messaggio e nell’intento comunicativo.</p>
<p>Su questi e su altri problemi di didattica della letteratura e di canone letterario riflette l’ultimo libro di Roberto Contu, edito per i tipi di Aguaplano nel 2019 e presentato, nella cornice della 25esima edizione di UmbriaLibri, sabato 5 ottobre in una gremita aula B del complesso monumentale di San Pietro, composta da docenti, studenti, appassionati. A dialogare con l’autore, le autorevoli voci di Romano Luperini – critico letterario e scrittore italiano di chiara fama, coautore del libro di testo <em>La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea</em>, e direttore del blog <em>laletteraturaenoi.it</em> – e Daniele Lo Vetere – insegnante di lettere, pubblica sul blog <em>laletteraturaenoi.it</em> e sulle riviste «Petrachesca» e «Allegoria», sui blog <em>Le parole e le cose</em>, <em>lavoroculturale.org</em> e <em>claudiogiunta.it</em> –, che da anni studiano la didattica della letteratura e la dialettica tra classici, insegnanti e studenti.</p>
<p>Perché il canone letterario ‘va portato a spasso’, fosse anche sulle pagine virtuali di un blog. Meglio se all’interno del cartellone dell’edizione classe 2019 di UmbriaLibri, dedicato a ‘La strada’, uno dei paradigmi del nostro tempo, luogo dell’esplorazione e della conoscenza, del percorso di formazione dell’individuo, che, così, sperimenta, crea, fa esperienze estetiche. L’insegnante, d’altronde, sta in trincea, ‘sulla strada’, ogni giorno: la sua è una ricerca condotta sul campo, in un non sempre facile, pur se stimolante, confronto con un campione umano in grado di capire, ragionare, essere curioso. Se stimolato.</p>
<p>‘La scuola – è stato il commento di Davide Pairone della casa editrice Aguaplano – rappresenta un nodo-chiave della nostra società. Questo è ancora più vero se si riflette sulla <em>funzione</em> dell’insegnante oggi, sul ruolo del canone e sull’importanza della didattica della letteratura’. Lo ha fatto, Roberto Contu – dottore di ricerca in <em>Italianistica e Letterature Comparate</em> all’Università degli Studi di Perugia, professore a contratto dello stesso Ateneo e insegnante di ruolo nella scuola secondaria di secondo grado –, vestendo i panni del narratore che racconta la vita, o meglio le vite, degli insegnanti. Lo ha fatto, Roberto Contu, ricorrendo ad una narrazione saggistica, come l’ha definita Romano Luperini, che, a proposito di crisi di identità dell’insegnante e della scuola, ha affermato che tutto si inserisce in una crisi più ampia, la quale ha interessato la trasmissione del sapere. Un tempo questa era affidata alla famiglia e alla scuola ed era indirizzata alla formazione del cittadino, improduttivo dal punto di vista economico. Ora, il linguaggio economico ha permeato tutte le istituzioni scolastiche, tanto che la funzione della scuola coincide con la creazione dell’uomo economico, bravo produttore e bravo consumatore. La trasmissione del sapere è stata assunta, in ultima istanza, dal mercato. Ma la voce di un maestro non può essere sostituita da Internet: lo studente necessita di un rapporto visivo e auditivo con l’insegnante, il cui compito è quello di far diventare l’allievo ciò che è in potenza. La sua maturità poggia su una progressione dell’acquisizione di capacità intellettive ed emozionali, sulla possibilità di emozionarsi di fronte alla bellezza. Questo oggi pare negato all’insegnate-contabile, che, appunto, conta, quantifica, dà voti numerici. Di riflesso, si è trasformata anche la figura dello studente, che non legge più nulla che abbia a che fare con la nostra idea di letteratura. Fa le cose per sé e non più per la comunità: è divenuto narciso. Quali possono essere alcune strategie di resistenza? Una su tutte: affidarsi alla Costituzione, in cui si legge che la scuola è aperta a tutti e che il suo scopo è lo studio delle discipline. Già, lo studio delle discipline: oggi i corsi di aggiornamento hanno una funzione diversa che in passato, quando servivano a ricostruire continuamente una cultura in cambiamento.Per contrastare la tendenza alla burocratizzazione, il docente deve studiare: solo appassionandosi alla propria disciplina può fare appassionare gli studenti e a trasmettere loro il continuo dialogo tra aspetto scientifico ed aspetto ermeneutico. La libertà di interpretare, infatti, è sempre vincolata dal testo, dai dati scientifici: l’insegnamento è un ammaestramento alla democrazia! E deve insegnare a capire, a discutere, a interpretare, consapevole che Dante cambia continuamente: non è più solo quello di De Sanctis o di Contini. Non può insegnare Dante per ragioni burocratiche, ma deve partecipare a questa trasmissione in modo intellettivo ed emotivo, consegnando a sé e agli studenti – destinatari di questa passione – un bagaglio valoriale, una rete di concetti. L’ambizione dell’insegnante deve essere questa: far diventare intellettuali i suoi studenti.</p>
<p>Ha detto di essersi sentito un po’ ‘Folcacchiero dei Folcacchieri’, Daniele Lo Vetere, per il fatto di avere preso la parola dopo Romano Luperini. Il suo è stato un confronto dialettico con Roberto Contu, con il quale condivide diversi spunti di riflessione: la difesa della lezione frontale, il fatto che il sapere debba essere trasmesso da una persona, l’insegnante, che l’ha, prima, rielaborato, il mestiere empirico del docente. Roberto Contu ha fatto leva sul senso collettivo dell’educazione, che va recuperato, alla stregua di una normalità nel discorso scolastico. Gli studenti hanno ancora una chance: l’insegnante ha a che fare con un luogo, la scuola, in cui c’è ‘un eccesso di vita’.</p>
<p>Un luogo in cui le certezze vacillano continuamente. Ma nel quale vivere collettivamente è vitale. Forse solo così possiamo trarre, insegnanti e allievi, ‘il più e il meglio’. Come voleva il burattino uscito dalla penna di Collodi.</p>
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		<title>&#8220;Buona scuola&#8221;, rischio esodati per migliaia di insegnanti precari</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2016 14:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="areaSingle">Perugia. </span> Rischio esodati per decine di migliaia di insegnanti precari, la cui esperienza potrebbe andare dispersa in seguito alla legge sulla “Buona scuola”: “la Giunta regionale domandi chiarimenti al ministro dell&#8217;Istruzione, Stefania Giannini, sul futuro dei docenti abilitati della seconda fascia di istituto e, allo stesso tempo, si impegni a sollecitare un Decreto che proroghi i termini del provvedimento sui Percorsi abilitanti speciali per gli insegnanti della terza fascia con adeguati livelli di esperienza”.</p>
<p style="text-align: justify;">A chiederlo è la Lega Nord Umbria attraverso due mozioni depositate dai consiglieri regionali Emanuele Fiorini e Valerio Mancini. L&#8217;operazione rientra in un&#8217;azione di respiro nazionale che il Carroccio, vista la gravità del caso che potrebbe tradursi in un&#8217;emergenza sociale, ha avviato su tre livelli istituzionali: Parlamento, Consigli regionali e Consigli comunali. Mozioni similari – presentate dalla Lega Nord &#8211; sono infatti già state approvate in Regione Marche e, quella sulla terza fascia, pure in Regione Toscana. Obiettivo: ottenere risposte sul rischio docenti esodati in seguito al comma 131 della legge 107/2015, per cui “a decorrere dal 1° settembre 2016, i contratti di lavoro a tempo determinato&#8230; non possono superare la durata complessiva di trentasei mesi, anche non continuativi”, negando la possibilità di insegnare anche a tempo determinato.</p>
<p style="text-align: justify;">
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