sabato, 7 dicembre 2019 Ultimo aggiornamento il 3 dicembre 2019 alle ore 12:49

La voce di un maestro

L’insegnante è un intellettuale? Ne hanno dialogato, in occasione della presentazione di 'Insegnanti (il più e il meglio)' di Roberto Contu (Aguaplano, 2019), l’autore, Romano Luperini e Daniele Lo Vetere alla 25esima edizione di UmbriaLibri

 
La voce di un maestro
Perugia.  L’insegnante è un intellettuale? «(…) Chiude il discorso (il riferimento è a Romano Luperini, che incontra gli studenti del Liceo classico Properzio di Assisi, a proposito di scrittori e di voci della letteratura italiana, n.d.r.) sollecitando i ragazzi sulla distinzione tra ruolo e funzione dell’intellettuale. Lo fa con parole semplici ma nette e parla della figura dell’insegnante. Distingue tra il ruolo di chi deve sapere riempire un registro e la funzione di chi, adempiendo al proprio mandato riesce ancora ad accendere la coscienza di un adolescente o a giustificare il ‘perché Dante a scuola sì e Folcacchiero dei Folcacchieri no’».

A Pinocchio, si sa, per andare a scuola, mancava sempre qualcosa: ‘il più e il meglio’. Forse non aveva avuto degli insegnanti intellettuali in grado di accendere la sua coscienza di adolescente di legno, ma dei semplici burocrati con modo di fare impiegatizio. Gli mancava ‘il più e il meglio’. Forse la voce di un maestro, la stessa che poteva ritrovare nelle parole del vecchio e saggio padre, mastro Geppetto. L’insegnante, alle prese con i programmi ministeriali, deve ancora sapere stupire e fare appassionare i suoi studenti, raccontando, nella scuola del 2019 – riflesso di una più ampia, fluida, società, figlia di Instagram, delle pratiche dello storytelling e dei social media –, le storie di coloro che hanno fatto la tradizione letteraria, dagli stilnovisti a Leopardi, da D’Annunzio a Svevo, fino a Montale e oltre. Alcuni di questi autori reggono, altri crollano, vengono percepiti come lontani, pur essendo classici, e, in quanto tali, intramontabili nel messaggio e nell’intento comunicativo.

Su questi e su altri problemi di didattica della letteratura e di canone letterario riflette l’ultimo libro di Roberto Contu, edito per i tipi di Aguaplano nel 2019 e presentato, nella cornice della 25esima edizione di UmbriaLibri, sabato 5 ottobre in una gremita aula B del complesso monumentale di San Pietro, composta da docenti, studenti, appassionati. A dialogare con l’autore, le autorevoli voci di Romano Luperini – critico letterario e scrittore italiano di chiara fama, coautore del libro di testo La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, e direttore del blog laletteraturaenoi.it – e Daniele Lo Vetere – insegnante di lettere, pubblica sul blog laletteraturaenoi.it e sulle riviste «Petrachesca» e «Allegoria», sui blog Le parole e le cose, lavoroculturale.org e claudiogiunta.it –, che da anni studiano la didattica della letteratura e la dialettica tra classici, insegnanti e studenti.

Perché il canone letterario ‘va portato a spasso’, fosse anche sulle pagine virtuali di un blog. Meglio se all’interno del cartellone dell’edizione classe 2019 di UmbriaLibri, dedicato a ‘La strada’, uno dei paradigmi del nostro tempo, luogo dell’esplorazione e della conoscenza, del percorso di formazione dell’individuo, che, così, sperimenta, crea, fa esperienze estetiche. L’insegnante, d’altronde, sta in trincea, ‘sulla strada’, ogni giorno: la sua è una ricerca condotta sul campo, in un non sempre facile, pur se stimolante, confronto con un campione umano in grado di capire, ragionare, essere curioso. Se stimolato.

‘La scuola – è stato il commento di Davide Pairone della casa editrice Aguaplano – rappresenta un nodo-chiave della nostra società. Questo è ancora più vero se si riflette sulla funzione dell’insegnante oggi, sul ruolo del canone e sull’importanza della didattica della letteratura’. Lo ha fatto, Roberto Contu – dottore di ricerca in Italianistica e Letterature Comparate all’Università degli Studi di Perugia, professore a contratto dello stesso Ateneo e insegnante di ruolo nella scuola secondaria di secondo grado –, vestendo i panni del narratore che racconta la vita, o meglio le vite, degli insegnanti. Lo ha fatto, Roberto Contu, ricorrendo ad una narrazione saggistica, come l’ha definita Romano Luperini, che, a proposito di crisi di identità dell’insegnante e della scuola, ha affermato che tutto si inserisce in una crisi più ampia, la quale ha interessato la trasmissione del sapere. Un tempo questa era affidata alla famiglia e alla scuola ed era indirizzata alla formazione del cittadino, improduttivo dal punto di vista economico. Ora, il linguaggio economico ha permeato tutte le istituzioni scolastiche, tanto che la funzione della scuola coincide con la creazione dell’uomo economico, bravo produttore e bravo consumatore. La trasmissione del sapere è stata assunta, in ultima istanza, dal mercato. Ma la voce di un maestro non può essere sostituita da Internet: lo studente necessita di un rapporto visivo e auditivo con l’insegnante, il cui compito è quello di far diventare l’allievo ciò che è in potenza. La sua maturità poggia su una progressione dell’acquisizione di capacità intellettive ed emozionali, sulla possibilità di emozionarsi di fronte alla bellezza. Questo oggi pare negato all’insegnate-contabile, che, appunto, conta, quantifica, dà voti numerici. Di riflesso, si è trasformata anche la figura dello studente, che non legge più nulla che abbia a che fare con la nostra idea di letteratura. Fa le cose per sé e non più per la comunità: è divenuto narciso. Quali possono essere alcune strategie di resistenza? Una su tutte: affidarsi alla Costituzione, in cui si legge che la scuola è aperta a tutti e che il suo scopo è lo studio delle discipline. Già, lo studio delle discipline: oggi i corsi di aggiornamento hanno una funzione diversa che in passato, quando servivano a ricostruire continuamente una cultura in cambiamento.Per contrastare la tendenza alla burocratizzazione, il docente deve studiare: solo appassionandosi alla propria disciplina può fare appassionare gli studenti e a trasmettere loro il continuo dialogo tra aspetto scientifico ed aspetto ermeneutico. La libertà di interpretare, infatti, è sempre vincolata dal testo, dai dati scientifici: l’insegnamento è un ammaestramento alla democrazia! E deve insegnare a capire, a discutere, a interpretare, consapevole che Dante cambia continuamente: non è più solo quello di De Sanctis o di Contini. Non può insegnare Dante per ragioni burocratiche, ma deve partecipare a questa trasmissione in modo intellettivo ed emotivo, consegnando a sé e agli studenti – destinatari di questa passione – un bagaglio valoriale, una rete di concetti. L’ambizione dell’insegnante deve essere questa: far diventare intellettuali i suoi studenti.

Ha detto di essersi sentito un po’ ‘Folcacchiero dei Folcacchieri’, Daniele Lo Vetere, per il fatto di avere preso la parola dopo Romano Luperini. Il suo è stato un confronto dialettico con Roberto Contu, con il quale condivide diversi spunti di riflessione: la difesa della lezione frontale, il fatto che il sapere debba essere trasmesso da una persona, l’insegnante, che l’ha, prima, rielaborato, il mestiere empirico del docente. Roberto Contu ha fatto leva sul senso collettivo dell’educazione, che va recuperato, alla stregua di una normalità nel discorso scolastico. Gli studenti hanno ancora una chance: l’insegnante ha a che fare con un luogo, la scuola, in cui c’è ‘un eccesso di vita’.

Un luogo in cui le certezze vacillano continuamente. Ma nel quale vivere collettivamente è vitale. Forse solo così possiamo trarre, insegnanti e allievi, ‘il più e il meglio’. Come voleva il burattino uscito dalla penna di Collodi.

 

 

 

 

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