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	<title>Perugia Online &#187; Sessantotto</title>
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		<title>Il vento del Sessantotto: ping pong fra i due lati dell’oceano</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 10:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un vento. Che gioca a ping pong fra i due lati dell’oceano. L’anno delle contestazioni sociali e dei moti studenteschi, il Sessantotto, si apre, fra le altre correnti ed opere, con l’esposizione di Xerox Book del critico-gallerista Seth Siegelaub, alla cui elaborazione hanno partecipato una quindicina di artisti, oggettivando l’idea di editare opere collettive sotto forma di volumi realizzati con xerocopie. Lungo questi binari, fra gli altri linguaggi artistici, si è snodato il concettualismo, con opere d’avanguardia che poggiano sulla sparizione di oggetti da contemplare. Esibendo, più che opere vere e proprie, dei <em>marks</em>, delle tracce. Una, non troppo velata, contestazione. Artistica.</p>
<p>Mercoledì 28 novembre, alle 18.30, nei locali di Umbrò, in via S. Ercolano 2 a Perugia, si è tenuto il secondo incontro della stagione 2018-2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’, giunto al suo secondo anno consecutivo. Il progetto, in sinergia con l’Università degli Studi di Perugia e con l’Accademia di Belle Arti del capoluogo umbro, propone attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo, intrecciando diffusione culturale, ricerca e media. L’anno 2018-2019 si è aperto al pubblico nel segno del Sessantotto, di cui ricorre il cinquantenario, con Francesco Pecoraro – finalista allo Strega nel 2014 –, che ha dialogato con Lorenzo Marchese e Raffaello Palumbo Mosca sulla letteratura dell’anno delle contestazioni sociali e politiche e dei movimenti di lotta sorti nell’ambito studentesco delle Università e delle scuole e poi allargatisi a macchia d’olio all’intera ‘cosa culturale’, dal giornalismo al cinema alla questione sindacale e operaia.</p>
<p>Il secondo incontro promosso da Umbrò Cultura ha avuto per oggetto (ancora) il Sessantotto, esaminato, però, stavolta, da un punto di vista storico-artistico: l’accento è stato, infatti, posto sulle implicazioni sociali dei linguaggi artistici d’avanguardia durante le contestazioni sessantottine, che mettono in luce la valenza sociale dell’opera a scapito del suo valore commerciale. Land Art, Minimal Art e Arte povera rappresentano la risposta al proliferare dei linguaggi Pop, in contrapposizione con quelle culture e in contrasto al radicamento delle culture di massa. A parlarne, nell’alveo del seminario ‘Possedere la rivoluzione. Avanguardie artistiche negli anni delle contestazioni sociali’ è stato Andrea Baffoni, dottore di ricerca all’Università degli Studi di Perugia, direttore della rivista «Contemporart» e studioso del futurismo e delle avanguardie del secondo Novecento.</p>
<p>«Il 2018 è un anno particolare – ha esordito Baffoni –: l’anno del cinquantenario del Sessantotto. Questa sera, nel pubblico, ci sono artisti che il Sessantotto l’hanno vissuto. E allora non dobbiamo scivolare su stereotipi: parleremo d’arte, è vero, ma è d’obbligo un confronto con la storia. Perché, quando si parla di Sessantotto, ci si riferisce ad un momento storico di cambiamento che ha coinvolto l’Europa e gli Stati Uniti e che ha preso spunto dalle avanguardie storiche che lo avevano preceduto». Ha avuto inizio, così, la carrellata di immagini che Baffoni ha proposto ai fruitori, partendo da ‘Manifestanti in piazza’, che ha permesso di collocarsi, subito, <em>in medias res</em>: qui siamo a Milano, e ci sono il movimento, l’interesse collettivo, la voglia di esprimere un contenuto e di essere protagonisti di un cambiamento, che rinvia al ‘maggio francese’, all’energia di questa corrente, al vento rivoluzionario del Sessantotto e, non da ultimo, alla data del 13 maggio, quando si registra una convergenza fra i movimenti studenteschi e quelli operai, ed una terza fase più propriamente politica.</p>
<p>Ma pare essere continuo ‘il ping pong fra i due lati dell’oceano’: la narrazione per immagini di Baffoni prosegue con <em>Three flags</em> di Jasper Jhones e con l’indissolubile rapporto con l’oggetto. D’altronde, gli Stati Uniti e la cultura americana del secondo dopoguerra, sono stati fecondati dall’arte europea. Si pensi all’espressionismo astratto di Rothko, Klein, Pollock e all’attenzione alle strutture metropolitane: è New York ad emergere dentro a quelle tele, drammatiche nella loro poeticità. Il riferimento è (soprattutto) all’immagine, all’oggetto: le bandiere che richiamano gli States, impostisi al mondo attraverso la tecnologia, assurgono a questo compito e reiterano l’opera d’arte, sottolineando la sua riproducibilità tecnica. Il numero tre, dispari, è aperto a successive riproduzioni e l’elemento iconico rappresenta un popolo e una realtà in continuo divenire. L’oggetto: in <em>Bed</em> di Robert Rauschenberg il riferimento è a Burri, al suo oggetto drammatico, preso dalla realtà e connotato di cromatismo, di informalità, in linea con il New Dada, il momento in cui gli States passano dall’espressionismo astratto ad una nuova oggettualità. Con effetti anche in Europa: in <em>Just what it is make today home’s so different so appeling?</em> di Richard Hamilton si incontrano una pinup, una casa piena di oggetti, un soffitto che presenta la forma della luna, uno spazio’ come un nuovo territorio da esplorare, un lecca-lecca tenuto in mano, come fosse una racchetta, da un uomo muscoloso, in un vorticoso culto dell’immagine che diventa mito. Gli anni Sessanta, negli States, hanno coinciso con la Pop Art, con l’attenzione focalizzata sull’oggetto, con la guerra del Vietnam, con la questione sociale, col problema degli afro-americani, degli assassini, delle violenze che permangono nell’immaginario collettivo. Fermenti e movimenti, questi, che arriveranno in Europa, dando vita ai movimenti artistici in seno al Vecchio Continente. Che si ispirano al concetto di ‘guerriglia’ esportato da Che Guevara in Bolivia.</p>
<p>Il riferimento è alla <em>Donna fumetto</em> di Roy Lichtenstein e ai volti dei fumetti: una forma d’arte che unisce letteratura e disegno, una storia che si legge e si consuma velocemente, un oggetto e una storia di consumo di massa, dando sostanza a soggetti di un mondo ludico. Ma si pensi anche alle serigrafie di Marylin Monroe realizzate da Andy Warhol: figure reali che diventano mito, che diventano moltiplicabili, riproducibili perché passano attraverso un video. Con <em>Six cream bar</em> di Claes Oldenburg anche l’elemento-cibo diventa un prodotto di massa da esaltare in modo ludico, divertente e divertito. Lo stesso vale per <em>Merda d’artista</em> di Piero Manzoni e per le accumulazioni e le cataste di oggetti e di significati di Arman: qui l’oggetto risulta essere rotto, smembrato. Non è più tempo di dipingere, non soltanto: c’è l’oggetto. In César l’oggetto è l’automobile, desunta dalla macinazione degli oggetti che smaltiamo, amiamo e dimentichiamo, e dal lavoro della pressa, strumento contemporaneo e non artistico, un oggetto che è funzionale ad arrivare ad altri oggetti-monoliti, in cui si scorge la lamiera.</p>
<p>Si giunge, poi, alla mostra ‘Oggetti in meno’: un’esposizione non identificativa, in cui le opere di Michelangelo Pistoletto non sono riconoscibili le une alle altre, come fossero allestite da più artisti. L’artista, invece, è solo uno, e non cede alla riproduzione seriale di se stesso. Questa mostra funge da pre-manifesto dell’Arte povera, che nasce nel 1967. Se la Pop Art è stata un’arte di sistema, il Poverismo non lo è: l’Arte povera è tale perché l’artista decide di essere se stesso, di non farsi compromettere dal sistema e dal ‘gioco’ delle gallerie che fanno quello del mercato. E, allora, torna la tecnica della guerriglia di Che Guevara: ‘l’artista da sfruttato diventa guerrigliero’. Ma che significa ‘guerriglia’ per un critico d’arte? L’artista vuole possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire. Vuol essere libero, rinunciando al sistema, alla ricchezza. Anche Mario Moretti ha parlato di ‘azioni di guerriglia’, veloci, istantanee e fulminee.</p>
<p>Il concetto di liberazione dell’opera dagli orpelli e un senso di ritrovamento delle forme primarie si raggiungono, inoltre, con il Minimalismo: è il caso, ad esempio, di <em>Untitled</em> di Donald Judd o di <em>Senza titolo</em> di Dan Flavin.</p>
<p>Un’opera che sia di tutti e che sia vissuta: questo, il motto dei fautori della Land Art, che nega il principio dell’arte come proprietà privata, come nel caso di <em>Spiral Jetty</em> di Robert Smithson.</p>
<p>Per concludere, il Poverismo porta con sé le esperienze di Minimal Art e di Land Art, anche se veicola un contenuto filosofico più ampio, come si può desumere da <em>Io che prendo il sole a Torino</em> di Boetti o da <em>Tappeto natura</em> di Giraldi o, ancora, da <em>Strumenti di lavoro</em> di Pascali, in cui l’oggetto di scarto e di recupero viene ricondotto alla realizzazione di elementi che richiamano la guerra. Fino ad arrivare alla celeberrima <em>Venere degli stracci</em> di Pistoletto: l’arte povera vuol essere un’arte processuale. Non si è più responsabili dell’oggetto, ma del suo processo, della sua trasformazione: la materia è vivente, come avevano detto i futuristi, primo fra tutti Boccioni. ‘Ora’, però, gli artisti non si accontentano più di rappresentarlo, quell’oggetto, ma ce lo fanno vedere. Come fa Pistoletto nei suoi <em>Quadri specchianti</em>.</p>
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		<title>L’Apocalisse degli animali gregari</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2018 20:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Pecoraro]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta) (…)». È quanto si legge in uno degli ultimi articoli di Piera Paolo Pasolini, datato al 1° febbraio 1975 e apparso nel <em>Corriere della Sera</em>. Si faceva riferimento alla mutazione che interessò il popolo italiano fra gli anni Sessanta e Settanta, tanto che le masse popolari risultavano omologate dalla società dei consumi che distrusse, a detta dell’intellettuale, le peculiarità, le tradizioni. Innescando una rivoluzione tutt’altro che silenziosa. Un’Apocalisse, tutt’altro che integrata. Due, le fasi del periodo storico che va dal 1956 ai nostri giorni, secondo Romano Luperini: la prima, che va dal 1956 al 1973, è quella del miracolo economico e dei movimenti sociali e politici di contestazione; la seconda è quella della frana economica, della rivoluzione informatica, della globalizzazione dell’economia, del postfordismo nell’organizzazione del lavoro. Un movimento di lotta nato in seno all’ambito studentesco delle Università e delle scuole nel biennio 1967-1968 e nell’alveo di movimenti giovanili che dagli Stati Uniti si diffusero con punte d’acutezza politica in Francia, Germania e Italia, il Sessantotto, poi allargatosi all’intera ‘cosa culturale’ – dal giornalismo, al cinema, al teatro – e alla ‘questione sindacale e operaia’: ‘un autunno caldo’, contestatore delle autorità costituite e mirante a forme democratiche dal basso, come l’assemblea studentesca, i consigli operai.</p>
<p>Ossessionati, tutti, trasversalmente, da un senso della catastrofe imminente. Da un dialogo fitto fra caos e ordine, distruzione e rinnovamento. Dalla necessità di un’Apocalisse che non arriva mai: le rovine del passato è come se impedissero la costruzione di qualcosa di nuovo. Ecco, il Sessantotto rappresentò, forse, proprio questo: un tentativo di dare forma a qualcosa di nuovo, che poi non si è compiuto interamente. Solo gli altri, dopo, avrebbero potuto razionalizzarlo. Altri, che avrebbero avuto la consapevolezza di non essere individui, ma ‘animali gregari’, in grado di stare insieme, di costruire città. Di razionalizzare, appunto. Abdicando, spesso, ad un pensiero originale.</p>
<p>L’11 ottobre, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2 a Perugia, si è aperta la nuova stagione 2018-2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’ (http://<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>), che, per il secondo anno consecutivo, propone attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. L’obiettivo principale degli incontri, discussi a livello collegiale da un comitato scientifico &#8211; composto, fra gli altri, da Maria Borio, Barbara Carnevali, Chiara Fenoglio, Stefano Giovannuzzi, Umberto Fiori, Gian Mario Villalta -, è quello di creare uno spazio che offra una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media. Nell’alveo di questo progetto &#8211; inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, che si terranno a partire dal mese di ottobre 2018 fino a giugno 2019 nei locali di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia.</p>
<p>E si è aperta la nuova stagione nel segno di Francesco Pecoraro – scrittore romano, finalista allo Strega 2014 con <em>La vita in tempo di pace</em> (Ponte alle Grazie 2013), opera risultata vincitrice al Premio Mondello, al Premio Volponi e al Premio Viareggio, e autore dei racconti <em>Dove credi di andare</em> (Mondadori 2007), vincitori del Premio Napoli, delle poesie <em>Primordio vertebrale</em> (Ponte Sisto 2012) e di <em>Questa e altre preistorie</em> (Le Lettere 2008) –, che nella sala Libreria di Umbrò ha, dapprima, incontrato gli studenti del Liceo Statale ‘A. Pieralli’ di Perugia, e ha, poi, dialogato con Lorenzo Marchese e Raffaello Palumbo Mosca intorno al binomio letteratura-Sessantotto.</p>
<p>«Sin dalle prime pagine di questo romanzo, <em>La vita in tempo di pace</em> – ha esordito Lorenzo Marchese – viene presentato al lettore un alter ego dell’autore, Ivo Brandani, ossessionato dal senso della catastrofe e sospinto dall’esigenza di un’Apocalisse che non arriva mai. Brandani e altri personaggi di Pecoraro – ha proseguito Marchese – vogliono vedere il mondo vecchio distrutto, come se le rovine del passato impedissero la costruzione di qualcosa di nuovo. Il caos può essere combattuto con la razionalità della forma. Lo sa bene Brandani: per lui la vita è un continuo inseguimento, un tentativo di mettere ordine, di trovare qualcosa di nuovo, ma c’è sempre un evento o qualcuno che lo ostacola, come ad esempio i colleghi di lavoro o i suoi superiori, riproduzione in vitro della guerra di tutti contro tutti…». Cosa c’entra questo col Sessantotto? Il Sessantotto, in effetti, rappresenta un tentativo di dare forma a qualcosa di nuovo, che poi non si è compiuto interamente, ma che è chiaro nell’intento dei principali attori del movimento, così come in quello del protagonista dell’ultima fatica letteraria di Pecoraro. Nella visione dello scrittore romano la battaglia è caos, che solo in seguito può essere razionalizzato, tirandone, in qualche modo, le fila.</p>
<p>«La formazione di Pecoraro – ha aggiunto Marchese – è atipica: ha iniziato a scrivere e a pubblicare relativamente tardi e ha esordito con la scrittura online, facendosi conoscere sui blog letterari di inizio anni Duemila. Negli anni hai continuato – qui Marchese si è indirizzato a Pecoraro – con una scrittura autobiografica. C’è un rapporto fra il tuo scrivere di te stesso e lo scrivere del sé?».</p>
<p>«A dire il vero non scrivo più niente online – è stata la risposta di Pecoraro –, tranne che qualche post giornaliero. Ho scritto molto. Internet è stato fondamentale per la mia formazione di scrittore, o di ‘scrivente’ come mi piace definirmi: la scrittura può non essere, ora, più empiricamente faticosa come lo era quando si scriveva con la macchina da scrivere o manualmente. La parola è andata avanti: la maggior parte delle persone scrive cose. Si ha un’implementazione della scrittura. Con Internet si può essere letti nel momento in cui scriviamo. Più che fare scrittura autobiografica, parlo dei miei tempi, di soggetti che raccontano il contesto in cui vivono. Scrivere la propria vita in tempo di pace è un’esperienza storica che penso sia capitata solo alla mia generazione».</p>
<p>«’La verità è che siamo semplici, bidimensionali e gregari’, recita un brano del romanzo» ha affermato Marchese.</p>
<p>«Pensiamo di essere degli individui, mentre non lo siamo. Pensiamo di costruirci una nostra opinione, di avere un nostro gusto, ma siamo degli animali gregari, altrimenti non riusciremmo a stare insieme, non riusciremmo a costruire una città. Siamo costruiti dall’esterno: il complesso della società costruisce gli individui. Sono pochi gli uomini che sono riusciti ad avere un pensiero originale» è stata la risposta di Pecoraro.</p>
<p>Pecoraro, che, alla domanda di Marchese se fra padri e figli avesse vinto qualcuno – si parla nel libro finalista allo Strega di personaggi nati a ridosso della guerra, che hanno vissuto un divario incolmabile rispetto ai loro genitori – ha dichiarato: «Ci sono stati e ci sono dei segnali contraddittori. Se si va a un concerto dei Rolling Stones, si vedono i padri con i figli. Mi sembra che non abbia vinto nessuno. Quando una generazione muore, rimane solo una presenza omoeopatica nella cultura corrente. Ivo Brandani non sa reggere questo confronto. Il Sessantotto è stato un momento di formazione: una sottomissione volontaria, la dominanza di una forza intellettuale. Io ero convinto che i giornali dicessero la verità. L’uso del linguaggio è importante, perché è la prima cosa che viene sfregiata: non può che essere così, nel momento in cui stai facendo qualcosa, quella cosa vuole il suo linguaggio. Nel libro ho provato a riprodurre questo linguaggio».</p>
<p>«Dopo la rivoluzione illusoria del Sessantotto – ha proseguito Marchese – sembra esserci stato uno scenario post-apocalittico. E una perdita della fiducia in un ‘futuro deteriorato’». «Il cambiamento porta ad un senso di disagio – ha rincalzato Pecoraro –, perché ci costringe a riconsiderare le micro-convinzioni. Se non cambiamo è peggio: c’è un disagio maggiore. Il vecchio è saggio quando la realtà intorno a lui è fissa. Abbiamo contestato tutti i nostri genitori, ma una parte di loro è restata. Nel momento in cui siamo costretti a misurare il cambiamento giorno dopo giorno, dobbiamo assestarlo. Pensare realmente al futuro è molto difficile: bisogna prendere alcuni elementi del presente e svilupparli oppure immaginarlo come completamente differente».</p>
<p>«I padri pare non diventino saggi, perché la realtà supera la loro esperienza… – è stato il commento di Raffaello Palumbo Mosca –. E cosa dire dei ‘padri letterari’?». «I padri letterari? Quelli sono quelli! – ha esclamato Pecoraro –. Quest’estate ho finito di leggere l’<em>Ulisse</em>. Ci ho messo un anno per leggerlo. Per me lo scrittore più importante è Fenoglio. Calvino, Moravia, Pasolini, non possono tenere testa a Fenoglio. Non ho padri letterari, perché non sono degno, ma ci metterei Gadda, scrittore difficile e discontinuo, e poi Fenoglio, e tanta parte della letteratura americana».</p>
<p>In quella letteratura, in cui c’è un confronto assoluto con la morte, durante il quale un uomo può provare ciò che è. «Mi domando spesso com’è il morire e come saprò farlo – ha concluso Francesco Pecoraro –. Ma essendo vissuto in tempo di pace, non saprei come sarà».</p>
<p>Anche le lucciole, all’alba del Sessantotto, sono morte. E anche loro erano degli animali gregari.</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/lapocalisse-degli-animali-gregari/">L’Apocalisse degli animali gregari</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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