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L’Apocalisse degli animali gregari

L’11 ottobre, nei locali di Umbrò a Perugia, si è aperta la nuova stagione del progetto Umbrò Cultura: Francesco Pecoraro, finalista al Premio Strega 2014, ha dialogato con Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Marchese su 'Letteratura e Sessantotto'.

 
L’Apocalisse degli animali gregari
Perugia.  «Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta) (…)». È quanto si legge in uno degli ultimi articoli di Piera Paolo Pasolini, datato al 1° febbraio 1975 e apparso nel Corriere della Sera. Si faceva riferimento alla mutazione che interessò il popolo italiano fra gli anni Sessanta e Settanta, tanto che le masse popolari risultavano omologate dalla società dei consumi che distrusse, a detta dell’intellettuale, le peculiarità, le tradizioni. Innescando una rivoluzione tutt’altro che silenziosa. Un’Apocalisse, tutt’altro che integrata. Due, le fasi del periodo storico che va dal 1956 ai nostri giorni, secondo Romano Luperini: la prima, che va dal 1956 al 1973, è quella del miracolo economico e dei movimenti sociali e politici di contestazione; la seconda è quella della frana economica, della rivoluzione informatica, della globalizzazione dell’economia, del postfordismo nell’organizzazione del lavoro. Un movimento di lotta nato in seno all’ambito studentesco delle Università e delle scuole nel biennio 1967-1968 e nell’alveo di movimenti giovanili che dagli Stati Uniti si diffusero con punte d’acutezza politica in Francia, Germania e Italia, il Sessantotto, poi allargatosi all’intera ‘cosa culturale’ – dal giornalismo, al cinema, al teatro – e alla ‘questione sindacale e operaia’: ‘un autunno caldo’, contestatore delle autorità costituite e mirante a forme democratiche dal basso, come l’assemblea studentesca, i consigli operai.

Ossessionati, tutti, trasversalmente, da un senso della catastrofe imminente. Da un dialogo fitto fra caos e ordine, distruzione e rinnovamento. Dalla necessità di un’Apocalisse che non arriva mai: le rovine del passato è come se impedissero la costruzione di qualcosa di nuovo. Ecco, il Sessantotto rappresentò, forse, proprio questo: un tentativo di dare forma a qualcosa di nuovo, che poi non si è compiuto interamente. Solo gli altri, dopo, avrebbero potuto razionalizzarlo. Altri, che avrebbero avuto la consapevolezza di non essere individui, ma ‘animali gregari’, in grado di stare insieme, di costruire città. Di razionalizzare, appunto. Abdicando, spesso, ad un pensiero originale.

L’11 ottobre, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2 a Perugia, si è aperta la nuova stagione 2018-2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’ (http://www.umbrocultura.com), che, per il secondo anno consecutivo, propone attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. L’obiettivo principale degli incontri, discussi a livello collegiale da un comitato scientifico – composto, fra gli altri, da Maria Borio, Barbara Carnevali, Chiara Fenoglio, Stefano Giovannuzzi, Umberto Fiori, Gian Mario Villalta -, è quello di creare uno spazio che offra una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media. Nell’alveo di questo progetto – inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, che si terranno a partire dal mese di ottobre 2018 fino a giugno 2019 nei locali di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia.

E si è aperta la nuova stagione nel segno di Francesco Pecoraro – scrittore romano, finalista allo Strega 2014 con La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie 2013), opera risultata vincitrice al Premio Mondello, al Premio Volponi e al Premio Viareggio, e autore dei racconti Dove credi di andare (Mondadori 2007), vincitori del Premio Napoli, delle poesie Primordio vertebrale (Ponte Sisto 2012) e di Questa e altre preistorie (Le Lettere 2008) –, che nella sala Libreria di Umbrò ha, dapprima, incontrato gli studenti del Liceo Statale ‘A. Pieralli’ di Perugia, e ha, poi, dialogato con Lorenzo Marchese e Raffaello Palumbo Mosca intorno al binomio letteratura-Sessantotto.

«Sin dalle prime pagine di questo romanzo, La vita in tempo di pace – ha esordito Lorenzo Marchese – viene presentato al lettore un alter ego dell’autore, Ivo Brandani, ossessionato dal senso della catastrofe e sospinto dall’esigenza di un’Apocalisse che non arriva mai. Brandani e altri personaggi di Pecoraro – ha proseguito Marchese – vogliono vedere il mondo vecchio distrutto, come se le rovine del passato impedissero la costruzione di qualcosa di nuovo. Il caos può essere combattuto con la razionalità della forma. Lo sa bene Brandani: per lui la vita è un continuo inseguimento, un tentativo di mettere ordine, di trovare qualcosa di nuovo, ma c’è sempre un evento o qualcuno che lo ostacola, come ad esempio i colleghi di lavoro o i suoi superiori, riproduzione in vitro della guerra di tutti contro tutti…». Cosa c’entra questo col Sessantotto? Il Sessantotto, in effetti, rappresenta un tentativo di dare forma a qualcosa di nuovo, che poi non si è compiuto interamente, ma che è chiaro nell’intento dei principali attori del movimento, così come in quello del protagonista dell’ultima fatica letteraria di Pecoraro. Nella visione dello scrittore romano la battaglia è caos, che solo in seguito può essere razionalizzato, tirandone, in qualche modo, le fila.

«La formazione di Pecoraro – ha aggiunto Marchese – è atipica: ha iniziato a scrivere e a pubblicare relativamente tardi e ha esordito con la scrittura online, facendosi conoscere sui blog letterari di inizio anni Duemila. Negli anni hai continuato – qui Marchese si è indirizzato a Pecoraro – con una scrittura autobiografica. C’è un rapporto fra il tuo scrivere di te stesso e lo scrivere del sé?».

«A dire il vero non scrivo più niente online – è stata la risposta di Pecoraro –, tranne che qualche post giornaliero. Ho scritto molto. Internet è stato fondamentale per la mia formazione di scrittore, o di ‘scrivente’ come mi piace definirmi: la scrittura può non essere, ora, più empiricamente faticosa come lo era quando si scriveva con la macchina da scrivere o manualmente. La parola è andata avanti: la maggior parte delle persone scrive cose. Si ha un’implementazione della scrittura. Con Internet si può essere letti nel momento in cui scriviamo. Più che fare scrittura autobiografica, parlo dei miei tempi, di soggetti che raccontano il contesto in cui vivono. Scrivere la propria vita in tempo di pace è un’esperienza storica che penso sia capitata solo alla mia generazione».

«’La verità è che siamo semplici, bidimensionali e gregari’, recita un brano del romanzo» ha affermato Marchese.

«Pensiamo di essere degli individui, mentre non lo siamo. Pensiamo di costruirci una nostra opinione, di avere un nostro gusto, ma siamo degli animali gregari, altrimenti non riusciremmo a stare insieme, non riusciremmo a costruire una città. Siamo costruiti dall’esterno: il complesso della società costruisce gli individui. Sono pochi gli uomini che sono riusciti ad avere un pensiero originale» è stata la risposta di Pecoraro.

Pecoraro, che, alla domanda di Marchese se fra padri e figli avesse vinto qualcuno – si parla nel libro finalista allo Strega di personaggi nati a ridosso della guerra, che hanno vissuto un divario incolmabile rispetto ai loro genitori – ha dichiarato: «Ci sono stati e ci sono dei segnali contraddittori. Se si va a un concerto dei Rolling Stones, si vedono i padri con i figli. Mi sembra che non abbia vinto nessuno. Quando una generazione muore, rimane solo una presenza omoeopatica nella cultura corrente. Ivo Brandani non sa reggere questo confronto. Il Sessantotto è stato un momento di formazione: una sottomissione volontaria, la dominanza di una forza intellettuale. Io ero convinto che i giornali dicessero la verità. L’uso del linguaggio è importante, perché è la prima cosa che viene sfregiata: non può che essere così, nel momento in cui stai facendo qualcosa, quella cosa vuole il suo linguaggio. Nel libro ho provato a riprodurre questo linguaggio».

«Dopo la rivoluzione illusoria del Sessantotto – ha proseguito Marchese – sembra esserci stato uno scenario post-apocalittico. E una perdita della fiducia in un ‘futuro deteriorato’». «Il cambiamento porta ad un senso di disagio – ha rincalzato Pecoraro –, perché ci costringe a riconsiderare le micro-convinzioni. Se non cambiamo è peggio: c’è un disagio maggiore. Il vecchio è saggio quando la realtà intorno a lui è fissa. Abbiamo contestato tutti i nostri genitori, ma una parte di loro è restata. Nel momento in cui siamo costretti a misurare il cambiamento giorno dopo giorno, dobbiamo assestarlo. Pensare realmente al futuro è molto difficile: bisogna prendere alcuni elementi del presente e svilupparli oppure immaginarlo come completamente differente».

«I padri pare non diventino saggi, perché la realtà supera la loro esperienza… – è stato il commento di Raffaello Palumbo Mosca –. E cosa dire dei ‘padri letterari’?». «I padri letterari? Quelli sono quelli! – ha esclamato Pecoraro –. Quest’estate ho finito di leggere l’Ulisse. Ci ho messo un anno per leggerlo. Per me lo scrittore più importante è Fenoglio. Calvino, Moravia, Pasolini, non possono tenere testa a Fenoglio. Non ho padri letterari, perché non sono degno, ma ci metterei Gadda, scrittore difficile e discontinuo, e poi Fenoglio, e tanta parte della letteratura americana».

In quella letteratura, in cui c’è un confronto assoluto con la morte, durante il quale un uomo può provare ciò che è. «Mi domando spesso com’è il morire e come saprò farlo – ha concluso Francesco Pecoraro –. Ma essendo vissuto in tempo di pace, non saprei come sarà».

Anche le lucciole, all’alba del Sessantotto, sono morte. E anche loro erano degli animali gregari.

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