lunedì, 11 dicembre 2017 Ultimo aggiornamento il 9 dicembre 2017 alle ore 12:22

Truman Capote – A Sangue Freddo: quando si incontrano borghesia e disperazione

Oscar come miglior attore protagonista per Philip Seymur Hoffman nel film che ripercorre i sei anni di lavoro, che occorsero all'eclettico scrittore americano, per dare alla luce il suo romanzo più letto, la storia del massacro di un'intera famiglia

 
Truman Capote – A Sangue Freddo: quando si incontrano borghesia e disperazione
Eccentrico, stravagante, geniale, ambiguo: questo fu Truman Capote, un moderno Oscar Wilde alla deriva nei turbolenti e ipocriti Stati Uniti degli anni ’50 e ’60, lande immense popolate da bigotti abituati a chinarsi di fronte a santoni e falsi profeti, deridendo poi i diversi senza alcuno scrupolo e sbandierando cultura per aver recuperato i grandi talenti letterari soltanto dopo la loro triste dipartita.
Philip Seymur Hoffman – tra i più eclettici geni della recitazione del nostro tempo – lascia nel Truman Capote – A Sangue Freddo diretto da Bennett Miller il proprio testamento artistico, insaccocciandosi un meritatissimo Oscar come Miglior Attore Protagonista per la sua immensa interpretazione di uno degli scrittori e sceneggiatori più importanti della storia americana moderna, un personaggio enigmatico e mai compreso fino in fondo, segnato da un’omosessualità mai nascosta ma sofferta e da abusi di alcol e tranquillanti che lo portarono ad una morte prematura nel 1984. Hoffman ha preso in pieno Capote, ricalcandone le posture, il modo di fumare, le espressioni facciali e la sua voce biascicata, esile e lamentosa, sfruttando non poco anche la notevole e naturale somiglianza al volto dell’autore di Colazione da Tiffany.

Miller non ricostruisce nel suo film la vita di Capote, portando sul grande schermo una pellicola ibrida che mescola sapientemente il biopic al noir, e scegliendo di narrare quell’arco di tempo tra il 1959 e il 1965 che Capote impiegò per portare a termine la stesura di “A Sangue Freddo”, il suo romanzo più letto, un capolavoro che fin dall’inizio era stato concepito al fine di creare un nuovo genere letterario, il romanzo non-fiction, in grado di fotografare e descrivere nei minimi dettagli un triste e sanguinoso fattaccio che all’epoca ebbe grande impatto morale in tutti gli States.

Truman Capote, assieme alla sua grande amica d’infanzia Harper Lee (sì, l’autrice de Il Buio Oltre la Siepe) indaga sul brutale sterminio di una tranquilla famiglia del Kansas da parte di due spietati assassini dopo un tentativo di furto, impressionato da come l’America borghese e quella più disagiata possano convergere in modo così violento e doloroso. Lo scrittore instaurerà un rapporto confidenziale con Perry Smith, uno dei due malviventi già condannati alla pena capitale, cercando di estrapolare il suo lato più umano, una confessione diretta e precisa dei fatti, nonché i motivi che spinsero lui e il suo compare ad un tale massacro, riuscendo a far rinviare la data dell’esecuzione e prendendosi a volte cura egli stesso del detenuto.

Capote resta oscuro e imperturbabile fino alla fine, tanto da non poter (e non voler) essere considerato un personaggio positivo: difficile è capire se sia davvero interessato alle sorti di Smith o se agisca soltanto per puro interesse personale, di fatto ossessionato da un romanzo che egli sente sarà la sua ultima opera da donare al mondo e da truculente verità che egli già conosce ma che non può fare a meno di voler udire direttamente dalle bocche dei colpevoli, assalito dal delirio di estrema coerenza professionale. Capote indaga dunque alacremente, ma con estrema freddezza e un quasi fastidioso cinismo, dimostrandosi spesso anche crudele e bugiardo, tutto quanto al fine di porre A Sangue Freddo prima della vita di ogni uomo di questo mondo, innalzare l’arte letteraria verso una dimensione non più terrena, ma universale. Per il resto, cenni alla vita giovanile di Truman ce ne sono davvero pochi, e l’unica traccia di un passato segnato dalle ben note angherie subite dal grande scrittore sembra essere l’ostentata fierezza e freddezza con cui egli affronta ogni sua intensa giornata, un vano ed effimero scudo contro un mondo giudice, sboccante di pregiudizio e affamato di umiliazione.

La fotografia bigia e nitidissima dipinge alla perfezione il clima disfattista e criminoso in cui si svolgono le vicende, ma la regia di Miller purtroppo non è perfetta, e l’impianto lineare e quasi documentaristico del montaggio narrativo potrebbe finire per annoiare anche gli apprezzatori più fidati di Capote, dato che – già che c’erano – una maggiore attenzione ai suoi conflitti interiori e ai disagi che portarono l’autore a provare quasi pietà per un assassino al film poteva davvero essere prestata, eliminando magari alcune scene che risultano in fin dei conti inutili e sanno di riempitivo, spezzando un ritmo altrimenti più che discreto. Nota dolente sono poi alcuni dialoghi qua e là che, nonostante l’impegno tastabile dello sceneggiatore Dan Futterman, non riescono a trasmettere le giuste emozioni e non permettono di rivelare appieno la dimensione emotiva dei protagonisti, visto che, a quanto pare, l’obiettivo del progetto era proprio questo. Si tratta comunque di piccoli nei all’interno di un comparto narrativo di ottima fattura, un film interessante, non privo di difetti, ma che merita la visione anche solo per essere diventato un simulacro alla memoria di un grande attore scomparso troppo presto.

VOTO: 8

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