lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

“7 minuti”, dramma contemporaneo del lavoro che da diritto diventa priviegio

Stefano Massini dirige Ottavia Piccolo in uno spaccato crudo delle mutate condizioni dei lavoratori rispetto a poche decine d'anni fa. Spettacolo curato da Alessandro Gassman

 
“7 minuti”, dramma contemporaneo del lavoro che da diritto diventa priviegio
Perugia. Diritti e lavoratori, privilegiati e disoccupati, riforma del lavoro e dignità nella retribuzione: è il tema del momento, in tutte le sue sfaccettature, e da qualsiasi diversa angolazione lo si affronti sicuramente la certezza, probabilmente l’unica, è che nella società qualcosa è cambiato, forse fin troppo è cambiato.
Oggi il posto di lavoro è una vera utopia, oggi chi lotta in difesa dei suoi diritti sembra quasi un folle, perché in realtà il lavoro è un vero privilegio. In questo contesto, in questa nuova realtà che valore hanno 7 minuti nella giornata di un lavoratore? Quanto oggi un operaio è disposto a lottare per 7 minuti della propria pausa? Soprattutto oggi esiste davvero qualcuno disposto a lottare per 7 miseri minuti?

E’ questo il tema dello spettacolo di Stefano Massini in scena da martedì scorso al Teatro Morlacchi: “7 minuti” è tratto da una storia realmente accaduta nel 2012, in una fabbrica nell’Alta Loira, dove le operaie si rifiutarono di rinunciare a 7 minuti della loro pausa per la consapevolezza che questa prima rinuncia fosse solo l’inizio di una futura totale usurpazione dei loro diritti.
“7 minuti” racconta la storia di 11 operaie membri del consiglio di fabbrica, che a seguito della vendita dell’azienda Picard & Roche per cui lavorano, sono costrette a votare la richiesta dei nuovi padroni di rinunciare a pochi minuti della loro già breve pausa. Più che uno spettacolo teatrale è un’analisi tremendamente attuale delle difficoltà quotidiane legate al mondo del lavoro: la paura di perdere tutto, il terrore di non avere uno stipendio, il dramma di una famiglia da mantenere e la necessità di tenersi stretto tutto anche quando il più delle volte quel tutto è, in realtà, poco o niente, il continuo ricatto morale a cui ormai la società civile sembra essersi abituata. Il lavoro è davvero diventato un lusso? Ci siamo abituati a fare qualsiasi cosa pur di lavorare, a tal punto che i diritti oggi sono diventati dei veri privilegi, perchè quando si vive costantemente con il terrore di essere licenziati si smette anche di preoccuparsi di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato ed illegittimo.

Protagonista dello spettacolo è l’eclettica e ormai nota Ottavia Piccolo, che interpreta Bianca, la portavoce delle operaie, colei che fin dall’inizio mette in dubbio la reale convenienza dell’accettazione della richiesta, scuotendo le coscienze e le anime delle altre dipendenti.
Bianca, che lavora in quella fabbrica da 30 anni, esce dall’incontro con i nuovi padroni completamente sconvolta e con una strana “sensazione alla bocca dello stomaco” e con la determinazione di chi ha lottato per anni per difendere e tutelare i suoi diritti e quelli di tutta la classe operaia e di chi non ha nessuna intenzione di smettere di lottare. Inizia a condividere i suoi dubbi e le sue perplessità con le colleghe, incontrando inizialmente molte difficoltà, ma piano piano generando in alcune di esse altrettanti dubbi e mostrando una realtà diversa, più dura e più subdola. All’ennesima votazione la situazione è cambiata ma sul 5 pari lo spettacolo si chiude prima dell’ultimo voto, quello decisivo, perchè l’importante non è se rinunciare o meno ai famosi 7 minuti di pausa, ma il senso sta nel riacquisire quella lucidità utile a riscoprire la necessità di analizzare criticamente le questioni e di lottare per difendere quello che ci viene fatto passare per un lusso, ma che in realtà spetta di diritto ad ogni essere umano in quanto tale.

Diretto in maniera semplice e curato da Alessandro Gassmann, pur non emozionalmente forte quanto dovrebbe vista la drammaticità del tema, lo spettacolo è sicuramente più realistico, crudo e da preferire ai tanti talk show politici ormai così di moda.

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