lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

American Sniper, la stupidità della guerra secondo Clint Eastwood

L'attore-regista, repubblicano convinto, è stato inizialmente frainteso dal pubblico della Hollywood intellettuale. Un racconto da veterani che sanno sempre come trasmettere un messaggio aalle masse

 
American Sniper, la stupidità della guerra secondo Clint Eastwood
Ogni volta che Clint Eastwood annuncia il suo prossimo film, quella parte di mondo che segue il cinema è sempre pronta a sfoderare il proprio pregiudizio, dettato da motivi prettamente politici: Eastwood, come è noto, è un repubblicano convinto, e nonostante negli ultimi tempi egli abbia rilasciato dichiarazioni fortemente progressiste, non è mai stato visto di buon occhio dal ramo più “di sinistra” del suo paese, il quale lo ha in particolar modo accusato di avere idee filo-belliche. Figuriamoci dunque l’effetto che poteva avere agli occhi del mondo democratico un film incentrato sulla guerra in Medio Oriente!

American Sniper, ultima fatica di un uomo che nel corso degli anni ha incassato un successo al botteghino dopo l’altro, è basato sull’autobiografia dello stesso protagonista, Chris Kyle, assassinato ormai due anni or sono da un reduce di guerra, poco dopo aver deposto per sempre il suo fucile. Sceneggiato da Jason Hall ed egregiamente interpretato dall’attivissimo e versatile Bradley Cooper, il soggetto di American Sniper sembra aver toccato in maniera forte la sensibilità di Eastwood, il quale, cercando con questa opera di denunciare una volta per tutte la stupidità di ogni guerra, è stato frainteso, scambiato da parte della critica per un nostalgico fascista, eccitato dal sangue iraqeno sparso dalle truppe statunitensi sul suolo di Felluja.

Chris Kyle, giovane cowboy texano cresciuto nella classica famiglia cattolico-conservatrice americana decide, dopo gli eventi di Ground Zero, di arruolarsi nei NAVY Seal della Marina, abbandonando la propria famiglia per una causa in cui egli crede come fosse una vera e propria religione, una causa che lo porterà a diventare una leggenda tra i tiratori scelti e che nello stesso tempo lo alienerà completamente dal mondo in cui risiedono i suoi affetti.

La pellicola è lucida e narrativamente compatta, utilizza una fotografia arida e asciutta, e gode della tipica regia eastwoodiana che abbiamo già potuto ammirare in capolavori come Gran Torino e Mystic River: la convinta linearità del montaggio non sfocia mai nel banale, il focus sulla recitazione di qualità sposa un fare cinema artigianale ed elegante, adatto ad ogni tipo di pubblico ma non per questo poco complesso. A dimostrarlo sono le diverse interpretazioni che il film ha subito, c’è chi ha visto in American Sniper un’incessante celebrazione della bontà americana da contrapporre ai “cattivi” terroristi, c’è chi invece, grazie ad una più attenta analisi, ha capito le vere e più innocenti intenzioni del regista, ossia semplicemente mostrare la brutalità della guerra moderna dal punto di vista di un soldato americano, astenendosi dal giudicare il suo pensiero né parteggiando per le sue azioni, ma non rinunciando a delinearne una frastagliata personalità.

Chris Kyle non è dunque il soldato assetato di sangue che gode delle sue fredde uccisioni al mirino, ma un uomo convinto di poter contribuire a rendere mondo un posto migliore, sventando la minaccia terroristica manifestatasi d’improvviso alle porte di New York. Kyle viene celebrato oggi nel suo paese come un vero eroe, ma Eastwood cerca in ogni modo di metterne in evidenza gli eccessi, gli errori, la sua costante permanenza nel limbo tra le azioni necessarie e la ricerca di soddisfazione personale, quell’incessante bisogno di giustizia che si rivelerà del tutto vano e mal posto. E’ così che colui che era un Dio nel suo mondo di sabbia si ritroverà ad essere uno straniero nella patria d’origine, un estraneo destinato a restare infine drasticamente ingannato dall’idolo della Guerra in cui tanto credeva. Ed è qui che si compie la volontà di Clint Eastwood, in grado di disegnare un film crudo dall’inizio alla fine, privo di fronzoli e soltanto nel finale vagamente auto-celebrativo, intenso nei contenuti ed assolutamente esportabile fuori dal Nuovo Continente. Dopo Jersey Boys il vecchio Clint ha fatto di nuovo centro, e nonostante la faglia venutasi a creare fra i critici, egli non ha certo deluso le aspettative di chi crede ancora nel cinema fatto alla vecchia maniera, raccontato da veterani che sanno sempre come trasmettere un messaggio alle masse.

VOTO: 8 ½

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