Le esperienze sul campo – Olevsky, che è stato arrestato e poi rilasciato (con tanto di scuse formali) a Mariupol quando la città era ancora sotto il controllo ucraino, parla di taxi utilizzati come spie e mucchi di cadaveri di militari insepolti lungo la strada e attribuisce alla Federazione Russa la responsabilità morale di aver causato e di voler proseguire il conflitto. Kanygin è quello che ha corso i pericoli maggiori, in una Sloviansk appena conquistata dai filorussi: dopo aver rischiato il linciaggio da parte di una folla inferocita che gli imputava servizi “contrari allo spirito patriottico” e di essere una spia della CIA, è stato arrestato e subito rilasciato; in seguito è riuscito a intervistare il generale Darkovskij, uno dei capi dei combattenti della Nuova Russia. Ma l’ottimismo che avevano suscitato in lui le prime immagini di Maidan è totalmente scemato, anche alla luce della discussione in atto presso il Parlamento ucraino di rendere fuorilegge il Partito Comunista. La Akhmedova ha anche lei subito un arresto, da parte degli ultranazionalisti ucraini di Pravij Sektor, a Donetsk; ha parlato della situazione di estrema povertà del Donbass e del gran numero di vittime civili; ha poi riferito di un commovente dialogo che ha avuto con una donna ucraina su Facebook dopo aver postato la foto raffigurante un soldato ferito che si è rivelato essere il marito di lei, dato per morto.
La Crimea – Shakirov è il più fortunato dei quattro, essendo stato inviato in Crimea, regione subito occupata dai Russi e in cui perciò un conflitto non c’è mai stato, ma non per questo priva di problemi: il crollo del rublo negli ultimi mesi ha provocato seri problemi legati all’inflazione; il Governo di Mosca ha provveduto, oltre a sostituire completamente l’establishment della regione, a fornire tutti gli abitanti del passaporto russo, ma c’è anche chi (soprattutto Ucraini e Tatari) lo ha rifiutato ed è stato perciò costretto a richiedere, tra grandi difficoltà, un permesso di soggiorno.
La propaganda – Dopo la visione di alcuni filmati girati sui luoghi del conflitto e alcune considerazioni interessanti scambiate tra i quattro (il miraggio proposto alle fasce inferiori della popolazione di uno stile di vita “alla Putin”, il vagheggiamento di un ritorno di una grande Unione Sovietica, visto come “una patologia”), il moderatore ha proposto una riflessione sul ruolo della propaganda: se ne è evinto che, come da molti dei nostri mass media è facile intuire una posizione filo atlantista e quindi a favore dell’esercito ucraino, in Russia la vulgata ufficiale parla di guerra di liberazione nazionale da parte delle autoproclamatesi repubbliche, desiderose di riunirsi alla madrepatria russa. Molto interessante (anche se potrebbe apparire un dettaglio secondario) la discussione riguardo a come chiamare gli insorti nel Donbass: ribelli o separatisti? È risaputo, d’altronde, che la propaganda attribuisce un ruolo centrale alle emozioni suscitate dalle parole stesse.
Il futuro del conflitto – In conclusione gli ospiti, che pure hanno espresso nel corso del dibattito posizioni diverse, discutendo a tratti anche animatamente su diverse questioni, si sono detti concordi su un punto cruciale: questa è una guerra in cui, date anche le molteplici intromissioni da parte di soggetti esterni, non è assolutamente semplice prevedere sviluppi futuri, motivo in più per il quale sarebbe auspicabile una soluzione su base negoziale, necessaria a placare l’escalation di violenza e odio reciproci che sta diventando giorno dopo giorno sempre più preoccupante.
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