Rivoluzione della comunicazione – “La disaffezione dei giovani rispetto ai giornali – spiega Mentana -, e anche all’informazione televisiva, è molto diffusa non solo a causa dell’evoluzione tecnologica. La veritòà è che le redazioni sono portatrici di una cultura informativa novecentesca, con modalità che sono ancora, per priorità delle notizie e forma mentis, ancorate al passato. Il problema esiste, come si vede dalla disaffezione rispetto alla politica, che pure occupa ancora gran parte di giornali e telegiornali. C’è però in molti giornalisti una volontà di cercare un rapporto diverso con i lettori”. “C’è stata una rottura forte- sottolinea il direttore del Tg La7 -. Il Novecento italiano è arrivato alla caduta di Berlusconi, da lì in poi è stata una Babele. Berlusconi è stato l’alfa e l’omega dell’informazione degli ultimi vent’anni. I giornali hanno avuto lì l’ultimo urrà. Sopravvivono, trovano canti del cigno, ma la sostanza è che le nuove generazioni restano lontane. L’età media delle redazioni è una delle ragioni dell’allontanamento dei giovani. I prodotti fatti da sessantenni sono per sessantenni: non c’è stato ricambio, abbiamo bruciato una generazione intera”.
L’era dei selfie – “I giovani – evidenzia ancora Mentana – si aspettano qualcosa di diverso da giornali e tg, ma non è stato ancora creato un prodotto alternativo. Noi dell’era del ‘900, rimasti orfani della politica fatta di ideologie, non riusciamo a recuperare la distanza critica nei confronti di Matteo Renzi e di Beppe Grillo. Il tweet è l’ultima tappa, perchè noi dalla fase precedente abbiamo perso l’appuntamento con la sintonia. Matteo Renzi è un interprete del suo tempo e della sua generazione. Fare un selfie non è una questione anagrafica, lo possono fare tutti, lo hanno dimostrato Bruno Vespa e Grillo, ma è l’uso attivo dei nuovi mezzi di comunicazione a disposizione che conta. L’hasthag non basta”. Da qui il riferimento alla riforma della Rai, che “non può limitarsi a cambiare in corsa le modalità di elezione del cda, perché è in scadenza.Qui cambia il mondo, bisognerebbe ripensare tutto il sistema, non solo la tv pubblica. La tv deve avere un ruolo informativo, deve presentare il conflitto, non educare e deve avere un ruolo di svago ed intrattenimento. Allora sarebbe necessario fare una riforma di tutto il sistema televisivo, perchè il mondo è cambiato”.
La politica – “In realtà – interviene Damilano – al cambiamento della comunicazione corrisponde un ritorno ad una politica antica di 200 anni. Di recente stiamo tornando alla politica del “Principe” di Machiavelli, alla politica della doppiezza che sembra moderna, ma che è in realtà molto antica. Sono moderni gli strumenti della comunicazione, ma si è tornati alla personalizzazione della politica. Non credo che il personalismo sia un male assoluto, lo diventa quando è l’unica cosa in un sistema non solido e che produce del vuoto. Le foto non devono diventare l’unica forma della politica. Twitter è un modo di comunicazione immediato, che salta la mediazione giornalistica: non ci sono più scena e retroscena, manca il racconto giornalistico. La pietra dell’inciampo è la realtà, perché quando ci sono fatti come quello dei 700 morti di oggi c’è un’irruzione nella realtà che continua ad essere raccontata giornalisticamente”.
Le intercettazioni – Il richiamo alla realtà non poteva che cedere il passo ad una riflessione sulla libertà di espressione e sul tema delle intercettazioni. “Il principio è molto semplice – spiega Mentana -: tutto quello che è negli atti giudiziari è pubblico e quindi pubblicabile. Il giornalista deve poter pubblicare tutto, tranne quello che è coperto dal segreto”. “Sono d’accordo – gli fa eco Damilano -. Oggi sembra che tutta la colpa sia dei giornali, scaricando addosso ai giornalisti una responsabilità di qualcosa che in realtà appartiene ad altri. Le inchieste devono essere condotte bene: tutto quello che viene correttamente messo agli atti potrà poi essere pubblicato”. “Tranne nel caso – aggiunge Mentana – in cui ci sia una violazione della Costituzione, ognuno ha diritto di esprimere quello che che vuole. Specialmente ora la libertà di espressione deve esserci e deve essere garantita, sennò torniamo indietro invece di andare avanti”. “In base all’art. 21 della Costituzione – conclude quindi Damilano – tutti, quindi non solo i cittadini, hanno diritto di esprimere la propria opinione. Anzi c’è il bisogno di un’informazione che contraddica, che dica il contrario del mainstream. Dire tutti la stessa cosa non solo è conformista, ma è anche noioso e banale.”
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