lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

Ammalarsi per guarire dalla crisi: come stanno le aziende umbre?

L'emergenza lavoro in Umbria non si placa. Pur rilevando, nell’ultimo trimestre del 2013,un trend positivo di crescita sia per la produzione industriale che per fatturato, la situazione non è ancora rosea.

 
Perugia.  Si dice che in Umbria nell’ultimo trimestre del 2013 sia stato rilevato un trend positivo di crescita sia per la produzione industriale che per fatturato, a cui si aggiungono i risultati dell’export, su cui sembriamo andare forte.

Eppure il lavoro resta ancora un’emergenza. Un’emergenza di cui si parla troppo poco, anche se i dati sono impressionanti. Nel 2013 i lavoratori umbri colpiti dalla crisi – perché licenziati o interessati da ammortizzatori sociali – sono stati 4.000. Infinita poi la lista delle imprese che navigano in cattive acque. Un tessuto imprenditoriale alquanto martoriato dunque. Realtà economiche dove le parole d’ordine sono cassa integrazione o mobilità o, ancor peggio, chiusure, fallimenti, contratti non rinnovati.

Quando si dipinge un quadro a tinte fosche e cupe come questo, non ci si deve fermare solo ad elencare situazioni di crisi altisonanti, come Merloni, Ast, Nestlè, Slg Carbon, Colacem o Fbm, ma pensare al contesto di crisi globale. Certo, considerando che la nostra è una Regione piccola in cui l’industria non è certamente il volano dell’economia, quella che interessa la Merloni è la vertenza delle vertenze, un simbolo quasi nazionale della crisi per l’enorme numero di famiglie pugnalate prima dall’infinita eutanasia della cassa integrazione, passando poi per la processione di mancate vendite e accordi saltati che paralizzano una situazione già complessa. Uno stato di cose che richiede soluzioni concrete, non tanto accordi politico/sindacali che rimangono carta, quanto lo sblocco della vendita del complesso aziendale e finalmente, una efficiente politica industriale a supporto della riattivazione dell’attività produttiva. Tutto questo per la salvaguardia dei posti di lavoro e perché no, magari per creare nuova occupazione.

C’è poi la Perugina, con l’istanza di flessibilizzare i contratti avanzata dalla Nestlè (proprietaria dello storico marchio dolciario italiano) con l’alto rischio di precarizzazione che una trasformazione di contratti full time in part time può portare. Senza contare che i dipendenti, peraltro, da anni si destreggiano tra cassa integrazione e contratti di solidarietà. Da monitorare, inoltre, la liquidazione in corso della Sgl Carbon, dove emerge la necessità di consentire la continuazione della produzione e la tutela dei lavoratori in una fase delicata e di passaggio come è questa o il difficile contesto lavorativo in cui si trovano ormai da anni i dipendenti di Fornaci Briziarelli Marsciano.

Eppure, l’economia e il mondo del lavoro in Umbria non sono solo in mano a nomi altisonanti come quelli appena citati. C’è una lista che mette paura di piccole aziende, cooperative o enti che hanno fatto i conti con cassa integrazione in deroga, tagli di personale, mancate stabilizzazioni, abusi di ricorso al part time con la conseguente contrazione di reddito che va necessariamente ad incidere in negativo anche sui consumi. Senza contare poi le aziende e i lavoratori che attendono di poter usufruire degli ammortizzatori sociali e che non hanno ancora potuto farlo per la mancanza di risorse.

In definitiva, le aziende umbre non sono guarite dalla crisi. C’è chi è in convalescenza, chi attende un’operazione risolutiva, chi è ancora in attesa di diagnosi. Quel che è certo è che tutte le imprese in difficoltà – tutte e non solo quelle che godono di eco mediatico – necessitano di un intervento magari a cuore aperto e più rischioso, più che di cure palliative.

 

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