Incipit – Si parte con lo scambio di saluti e i complimenti agli autori del fumetto “Un uomo diventato campione”, dedicato a Fabrizio Ravanelli (che aveva terminato appena prima), dopodiché uno Sconcerti impaziente di cominciare si accende una sigaretta e inizia a rispondere alle domande dell’intervistatore, confermando la sua cultura sportiva enciclopedica e il suo carattere del tutto particolare. La prima perla è di carattere antropologico: alla domanda se si augura di vedere un calcio più pulito risponde così: “Io non mi aspetto niente di più né dal calcio, né dal futuro. L’uomo è questo: da quando esiste la storia ha sempre rubato, ammazzato, corrotto e continuerà a farlo. L’onestà, quando c’è, è una pura convenienza”.
Le origini del gol – Dopodiché si passa agli argomenti tecnici. Perché fare un libro sul gol? Risposta illuminante: il gol (o meglio “goal”, dall’inglese: meta, obiettivo) è ciò che fa nascere il gioco del calcio moderno, attorno al 1860, appunto in Inghilterra (perché genericamente a pallone si giocava già nella Firenze rinascimentale, come nella Cina imperiale o nel Messico azteco). Il termine è usato anche nel rugby, ma nel football va a indicare, anziché una porzione di terreno (indice di uno sport territoriale), un bersaglio ben preciso, la porta (anche se inizialmente, nei college inglesi veniva utilizzato “uno studente a gambe larghe, munito di apposite protezioni per le parti basse”). Si comincia quindi a passare ai raggi X una serie di squadre e campioni che hanno scritto la storia. E qui facciamo spazio alle citazioni augurandoci che siano rese il più fedelmente possibile.
Le citazioni – “Giuseppe Meazza – inizia Sconcerti – è stato il più grande calciatore italiano, uno probabilmente ai livelli di Maradona, ma era un’altra epoca, si parla dell’anteguerra, non c’era la televisione, solo pochi filmati d’epoca, quindi non sarà mai apprezzato come merita”. “Il Grande Torino – continua – è stato una squadra meravigliosa, fatto curioso nessuno si ricorda il nome dell’allenatore perché ne ha avuti ben 3 nell’arco di 4 anni, questo significa che se la squadra è forte e affiatata il tecnico non fa la differenza, diversamente da ciò che si pensa oggi”. “Poi arrivarono i giganti – prosegue il giornalista -: i danesi, gli svedesi. Erano grandi e forti perché erano gli unici in Europa che erano stati risparmiati dalla guerra, facevano valere il fisico e colpivano di testa. Fu allora che nacque il gioco all’italiana, la filosofia del “prima non prenderle”, della grande organizzazione difensiva. E il primo ad applicarla fu Alfredo Foni, allora tecnico dell’Inter”.
I grandi del passato – Sconcerti poi passa in rassegna alcuni grandi calciatori del passato. Come “Josef Masopust, un giocatore meraviglioso, recentemente scomparso e per questo lo voglio ricordare, cecoslovacco, pallone d’oro nel 1962, non era ancora un trequartista perché quel ruolo lo abbiamo inventato noi italiani, ma un mediano di estrema classe che rubava palla agli avversari e ripartiva”. E ancora “Gigi Riva, che impressionava il suo compagno di nazionale Tarcisio Burgnich (‘Quando arriva lui sembra assistere alla migrazione di un popolo’ diceva per via della sua corsa dinoccolata e asimmetrica, a testa bassa), in realtà non aveva un tiro molto potente, ma estremamente preciso, dato che prima e dopo gli allenamenti continuava a esercitarsi sulle conclusioni, con il portiere di riserva. Unico limite: aveva bisogno della palla in movimento, infatti non fu mai un grande rigorista”. Sconcerti non dimentica, ovviamente, “Platini, che è ricordato tra l’altro per aver segnato il più bel gol annullato nella storia del calcio (nella finale di Coppa Intercontinentale del 1985), disse con un pizzico d’ironia che Baggio era un 9 e 1/2, intendendo che era un ibrido tra una prima e una seconda punta: vero, ma il primo con queste caratteristiche fu proprio lui”. Non può mancare un commento su Maradona: “La mano de Dios è una truffa – sottolinea il giornalista -, parlando della storia del gol non può che essere un fatto negativo. Poi Maradona pochi minuti dopo ti scarta 6 giocatori inglesi e segna e allora gli perdoni tutto. Lui dice di aver segnato un gol più bello con la maglia dell’Argentinos Juniors da giovane, ma dopo essermelo andato a cercare posso dire di non essere d’accordo”. Infine, “Vialli non è stato un fuoriclasse, ma un ottimo giocatore (narciso, come tutti gli ottimi giocatori). Tra gli italiani ha avuto il merito di essere il primo dei giocatori “contemporanei”, così come Paolo Rossi è stato l’ultimo dei “vecchi”. Gianluca segnava i gol che tutti, da casa, volevamo vedere”.
Il calcio italiano oggi – Ma secondo Sconcerti, i calciatori italiani del presente nulla possono contro questi grandi nomi del passato. “Come calcio italiano – spiega, infatti -, spiace dirlo, abbiamo una generazione attuale davvero scarsa, una tendenza che si è delineata dopo il 2006, l’ultimo grande campione in ordine di tempo è Pirlo. Si dice: ci sono gli stranieri nel nostro campionato. Sì, ma quelli c’erano anche prima, io penso che ci sia qualcosa di più, si è persa da parte dei genitori l’attitudine educativa. Una volta c’erano la strada, l’oratorio per giocare a pallone. Ora si gioca alla PlayStation, e nelle scuole calcio devono giocare per forza tutti, sennò mamma e papà brontolano. Un’aberrazione”.
Un ragazzo fortunato – E infine alla domanda: “Qual è il gol più bello per Mario Sconcerti?”, la risposta che non ti aspetti: “Sai che ne ho visti talmente tanti che tendo a scordarmeli? Comunque dico il terzo di Pepito Rossi in Fiorentina-Juve 4-2 del 2013, se non altro per spirito di parte. Comunque ora che ci penso ho avuto una vita fortunata”. Quest’ultima cosa a dire la verità non gliel’aveva chiesta nessuno, ma se è così non possiamo che esserne felici.
Tag dell'articolo: Festival del calcio, Football Fest, mario sconcerti.
Perugia Online Scomoda, Libera, Indipendente.
