martedì, 3 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

L’Italia come una groviera: il rapporto di Legambiente sulle cave

Seimila cave. Da Nord a Sud, l’Italia, è una groviera. Sono oltre sedicimila le cave dismesse e monitorate dove spesso non sono state effettuate le opere di bonifica e recupero

 
Regione Umbria.  Seimila ferite aperte in tutta Italia. I dati, sconcertati, forniti dal Rapporto di Legambiente sulle escavazioni del nostro Paese lascia poco spazio all’immaginazione. Da Nord a Sud, l’Italia, è una groviera. Le cave sono quasi seimila, oltre sedicimila quelle dismesse e monitorate dove spesso non sono state effettuate le opere di bonifica e recupero. Ma non basta, se aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17 mila.

Nonostante il settore edilizio, come confermato dai dati resi noti dall’inizio dell’anno, sia in crisi e, conseguentemente, abbia ridotto il numero dei materiali estratti dalle cave i numeri forniti da Legambiente restano impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia.

Da notare che un settore così importante e delicato per quello che riguarda, uno su tutti, l’impatto ambientale è regolato a livello nazionale da Regio Decreto del 1927, con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato e vecchio di quasi 90 anni.

La situazione, seppur grave, si può giudicare migliore al centro-nord. Qui, ad esempio, il quadro delle regole è in gran parte completo con Piani cava ( e cioè lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava, ndr) periodicamente aggiornati. Piani cava che però sono del tutto assenti in regioni come Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata.

Per questo gran parte della gestione, a causa di una situazione di stallo ed incertezza, si trova ad essere in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, ad esempio al Sud, hanno nel controllo della aree cava, è comprensibile perché è necessario regolamentare il settore.

Tornando ai numeri. Delle 6mila cave presenti in Italia le tre regioni a salire su podio per numero di siti sono la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, rispettivamente con 674, 536 e 508 cave in uso. Da evidenziare anche il numero dei siti abbandonati. Le tre regioni con il maggior numero di cave dismesse, invece, sono la Lombardia, la Puglia e il Veneto, rispettivamente con 2.895, 2.579, 2.075 siti abbandonati. Anche l’Umbria entra a far parte della classifica delle regioni che contribuiscono a ferire maggiormente il Paese con 97 cave attive e 77 siti abbandonati.

Prelevare e vendere materie prime del territorio è un’attività altamente redditizia, tant’è che sono impressionanti anche i numeri dei ricavi. Il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di Euro. In Umbria rispettivamente di 229.867 e 7.662.250 euro. Tutto ciò, ovviamente, a causa della mancanza di una regolamentazione del settore provoca l’arricchimento di pochi e un piccolissimo guadagno per gli enti pubblici.

Solo per fare un esempio, in Puglia nel 2012 sono stati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827mila euro al territorio. Ma anche dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40.

“Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in quelle dove il canone richiesto non arrivano nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti”. Si legge nel rapporto di Legambiente.

Migliorare si può. Infatti secondo Legambiente è possibile raggiungere degli obiettivi più consoni agli standard europei, riducendo drasticamente gli introiti dei privati e per questo l’associazione chiede: “di rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni”.

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