In dettaglio, si parla di “working poor” relativamente ad individui che dichiarano di svolgere un’attività lavorativa e che abbiano lavorato almeno sei mesi nell’anno di riferimento percependo un reddito da lavoro inferiore al 40-50- 60% del reddito mediano. Sono identificabili per lo più in lavoratori che possiedono basse qualifiche professionali associate a titoli di studio di base e riconducibili prevalentemente al lavoro operaio. Tuttavia, negli ultimi anni, per effetto della corsa verso la flessibilità lavorativa, sempre più spesso e sempre più numerosi, sono riconoscibili all’interno di tale gamma, anche giovani che svolgono lavori precari e mal retribuiti.
La crisi economica attuale ha evidenziato la necessità di sostenere e promuovere l’occupazione e l’inclusione sociale, pertanto, come noto, alcuni Paesi per contrastare la povertà hanno adottato politiche di reddito minimo. In un Paese come il nostro, ove non sussistono tali strumenti, è necessario innanzitutto un rilancio dei Servizi pubblici per l’impiego e una riforma degli ammortizzatori sociali. Ma anche le parti sociali potrebbero fare molto, promuovendo una contrattazione collettiva che tuteli dal punto di vista retributivo la categoria dei working poor.
In effetti, la globalizzazione e l’internalizzazione delle economie se da un lato hanno generato una maggiore competitività tra le imprese, dall’altro hanno causato una riduzione degli occupati per unità produttiva e il contenimento del costo del lavoro e delle relative retribuzioni, penalizzando difatto i lavoratori meno qualificati e con un basso titolo di studio.
Sembra trattarsi di una povertà in cui la responsabilità individuale conta poco. Considerata la congiuntura economica negativa che stiamo vivendo, la povertà dei lavoratori aumenta, invero, a causa dei salari strutturalmente penalizzanti dei lavori a tempo determinato, nella nostra Regione soprattutto in alcuni settori come quello agricolo, e in generale, nelle piccole imprese.
Parliamo certamente di un fenomeno preoccupante che deve necessariamente entrare nell’agenda politica e sindacale in Italia, così come in Umbria. Oltre che una efficace politica di contrasto sembra essere necessaria una politica dei redditi, poiché quello dei working poor rappresentaun vero e proprio caso di segregazione di alcune categorie in posizioni lavorative insufficienti a garantire una vita libera e dignitosa.
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