Ci sono l’ipocrisia di un salotto borghese, arredato con gusto, ma senza lusso – perché il lusso non può permetterselo ancora l’avvocato Torvald Helmer, che attende, trepidante, “la meraviglia” della sua promozione a direttore di banca –, i sobri addobbi natalizi collocati, con cura e premura, accorgimento delicato, in un soggiorno che è un ring, dove agiscono umanità stanche, indolenti, fittiziamente allegre, ma non felici, irretite nelle asfissianti convezioni sociali, il matrimonio fra Torvald e Nora, che si rivelerà, dopo otto anni di unione altrettanto allegra, ma non felice, una mera sovrastruttura… C’è tutto questo nel teatro borghese di Ibsen di fine Ottocento, rivisitato in chiave tragicomica, da una audace Andrée Shammah, “che con i classici – come ha acutamente osservato Magda Poli in un articolo apparso sul Corriere della Sera – ha un rapporto di lievità giocosa”: si pone alla costante ricerca del maschile, Shammah, e alla crisi di identità innescata in quest’ultimo – o, per meglio dire, in questi ultimi: i ruoli del marito Torvald, del dottor Rank, del procuratore Krogstad sono tutti affidati all’estro espressivo di Filippo Timi – da Nora, magistralmente interpretata da Marina Rocco, protagonista indiscussa del dramma, inscenato, fino ad oggi, domenica 19 marzo, al teatro Morlacchi di Perugia (“Una casa di bambola” con Filippo Timi, Marina Rocco, e con la partecipazione di Mariella Valentini, Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli e Paola Senatore: traduzione, adattamento e regia, Andrée Ruth Shammah; una produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana).
Uno “scoiattolino”, Nora, che saltella in un salotto in cui giocare con le bambole – i tre figli avuti da Torvald –, in cui inventare ogni giorno “il romanzo” della sua vita di bambina capricciosa e innocente, totalmente dedita al marito, ma in grado di arrivare a compromettersi (anche legalmente) e di sedurre altri uomini per rispondere, furbescamente e in modo tutt’altro che ingenuo, alla logica del “dio danaro”: Nora truffatrice per procacciarsi i soldi necessari per portare il marito, malato, in Italia, Nora affabulatrice e seduttrice, Nora sensibile al fascino delle moine, Nora attrice, che svela il gioco del teatro nel teatro, e che si avvicenda, inerme e al contempo consapevole, al suo stesso destino di teatrante, Nora leggera, eppure tragicamente greve, fragile, bambinesca, ma non bambolesca. Perché Nora gioca soltanto, in otto anni di recita, a fare la bambola, imprigionando tutti i personaggi maschili del testo in una solitudine soffocante, disarmante: non una proto-femminista, come nelle letture classiche del dramma di Ibsen, ma una donna, alla fine, risoluta e ribelle che manda all’aria il perbenismo di una vita che non sente come sua, asfittica, per volgersi alla ricerca di sé, e di un’analisi lucida e spietata di rapporti sociali non convenzionali, la cui essenza non sia più la finzione, la menzogna.
Bambola del padre, prima, bambola del marito, poi, e, nella finzione, madre delle sue bambole – i suoi stessi figli – Nora – “che femmina, questa Nora!” esclama Camilla Tagliabue in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano – si alza – recitano le note di regia – e risponde a Torvald, marito dolce e affabile, nella versione di Shammah, che la esorta a ravvedersi, a non andarsene, a credergli quando le dice che avrebbe trovato la forza di “diventare diverso”: “Sì, forse, se ti si toglie la bambola”. Vola fuori dalla gabbia delle ipocrisie e degli “artigli assassini dello sparviero”, “lo spaventato uccellino canoro”. Per non continuare “a fare la commedia”. Dietro le quinte di un teatro leggero ed epifanico, costantemente mutevole e piegato ai colpi di scena, concettuale, tutto giocato sulla forma dialogica e monologica. Un teatro che si disvela. Come le coperte, rosa, verdi, arancioni, gettate, e poi tolte, sulle e dalle poltrone del salotto. A coprirlo, e poi disvelarlo, quel salotto borghese arredato con gusto, ma senza lusso.
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