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‘Torchi e stampa al seguito’

Presentato oggi, 18 maggio, all'Università per Stranieri di Perugia, l'omonimo libro di Maria Gioia Tavoni e Alessandro Corubolo, incentrato sulla storia delle stamperie mobili nel corso dei secoli

 
Perugia. «Non amo la definizione di bibliofilo. Preferisco bibliografo. Tra i due termini c’è la stessa differenza che passa tra un filatelico e uno studioso di storia postale: il primo colleziona francobolli, il secondo li colloca dentro un’epoca e un luogo geografico, studia la busta, conosce il mittente e destinatario… Forse ci siamo inimicati i filatelici che possono essere anche bibliografi! (…) ad un certo punto, chiedevo se non avesse mai avuto la sensazione, nel procedere nella costruzione della sua Storia (…) di essere la reincarnazione di uno dei due personaggi – il riferimento è a Bouvard e Pécuchet (n.d.r.) – che, lontani dal mondo, rinchiusi in una villa agricola, tendono progressivamente a mettere alla berlina l’Enciclopedismo? A dichiarare, ma lo disse Roland Barthes, che dopo questo loro lavoro è impossibile il linguaggio? E così la costruzione della summa bibliografica alla fine è un monumento ai ridicoli sogni di poter tutto ordinare?». Una costruzione, o per meglio dire, una ricostruzione, quella della summa bibliografica, che si muove lungo il percorso tracciato da indizi, spie, fonti, in una costante tensione a catalogare, inventariare un corpus documentario, che, lungi dal costituire una sorta di ‘ubriacatura erudita’, permette di gettare un ponte fra l’atto interpretativo e le fonti stesse.

E che dire quando le tipologie testuali inventariate e catalogate, censite vengono oggettivate su supporti librari, di formato più o meno piccolo, tascabile, impressi ricorrendo a torchi ambulanti, portabili? Da quale prospettiva guardare al problema, quando la stessa tipografia si fa mobile? I primi tipografi ambulanti, la cui presenza effettiva, nell’Alto Tevere Umbro, si registra a partire dal 1538 – come ci informa Giovanna Zaganelli, Coordinatore del Dottorato Innovativo ed Internazionale in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia, e Ordinario di Semiotica del testo e di Critica letteraria e Letteratura comparata all’Università per Stranieri di Perugia, e di Semiotica della scrittura all’Università degli Studi Roma Tre, nel capitolo intitolato La cultura tipografica del volume Tipografi, librai, illustratori. Uno sguardo alle arti editoriali (Perugia, Pliniana, 2014) – «lavoravano organizzandosi intorno ai centri maggiormente sviluppati socialmente dove è presente la richiesta editoriale da parte di università, o accademie, o studi. In effetti – prosegue la professoressa Zaganelli – l’arte della tipografia si sviluppa all’insegna dello spostamento continuo, del nomadismo, evidenziando il carattere avventuroso di un percorso che inizia dal momento in cui gli artigiani/artisti si allontanano dall’officina dove hanno appreso le prime conoscenze alla ricerca di luoghi più redditizi, e condizioni più favorevoli, accompagnati dalle loro attrezzature e spinti, si potrebbe dire, da un certo spirito imprenditoriale.

‘Torchi (e stampa) al seguito’, dunque. L’espressione, però, non è nostra: si intitola proprio così, ‘Torchi e stampa al seguito’, l’ultimo libro di Maria Gioia Tavoni – direttrice, dal 1973 al 1984 della Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza, Professore Associato all’Università di Pisa, Professore Ordinario di Archivistica Bibliografica e Biblioteconomia all’Università di Bologna, con all’attivo numerose pubblicazioni nella storia del libro (fra le altre, Percorsi minimi (2007) e Circumnavigare il testo (2009)), e già direttore, insieme al compianto Marco Santoro, della rivista «Paratesto» – e di Alessandro Corubolo – direttore, fin dalla fondazione, negli anni sessanta del secolo scorso, con Gino Castiglioni, dell’Ex-Officina Chimaerea, a Verona, micro-editore tipografo, grafico editoriale e studioso di storia del libro, storia della editoria e tipografia, dell’incisione e dell’illustrazione libraria –, edito nel 2016 nell’alveo della collana Studi e ricerche, e presentato oggi, 18 maggio, alle 16, nella Sala Docenti della Palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia, nell’ambito di un evento promosso dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali e dal Dottorato di ricerca Innovativo ed Internazionale dello stesso Ateneo, in collaborazione con la Cattedra di Biblioteconomia dell’Università degli Studi di Perugia, alla presenza dei due autori.

Scorrendo il percorso conoscitivo dell’indice del volume – solo per citare alcuni capitoli, Protagoniste anche le macchine,  Produrre in itinere tra fiere, feste e celebrazioni, Torchi al seguito nelle guerre – si deduce che le esigenze che hanno indotto, nel corso dei secoli, ‘una stampa al seguito’ non vanno tanto rintracciate, o, almeno, non esclusivamente, nella rete intessuta dai committenti, quanto in necessità politiche, propagandistiche, di censura o di anti-censura, e, perché no, in quelle connesse a riti e festività, in Italia, e altrove.

Ne hanno dialogato, gli autori, insieme ai tre relatori, la già citata Giovanna Zaganelli, coordinatore del Dottorato Innovativo ed Internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia, Andrea Capaccioni, docente di Archivistica, Bibliografia e Biblioteconomia dell’Università degli Studi di Perugia, e Carlo Pulsoni, Ordinario di Filologia e linguistica romanza dell’Università degli Studi di Perugia, e con l’eterogeneo pubblico, composto da docenti e dai dottorandi dei quattro indirizzi del Dottorato di ricerca dell’Università per Stranieri di Perugia.

«L’incontro odierno – è stato il commento della professoressa Zaganelli – collima con uno spazio proprio del nostro Dottorato, e, in particolar modo, dell’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura, che da tempo sta indagando nel settore delle tipografie, in generale, e delle stamperie ambulanti, in particolare, con progetti di ricerca finanziati, ad esempio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello: è il caso, ad esempio, del volume Tipografi, librai, illustratori. Uno sguardo alle arti editoriali, stampato nel 2014 dall’Editrice Pliniana di Selci Lama, con il sostegno della medesima Fondazione. Questo bisogno di stampare – ha proseguito Zaganelli –, di comunicare gli eventi in situazioni contingenti, anche ludiche e carnascialesche, al confine fra sacro e profano, di cui il libro che oggi viene qui presentato tratta mi ha affascinato molto, così come il fatto che i molti volumi o fogli volanti venissero editati durante le campagne militari, o le guerre mondiali, quando stampare significava (anche) sopravvivere. Un filone, questo, che, mi pare, può essere ricondotto all’ambito delle scienze cognitive: cosa significa ricorrere a un torchio di stampa in momenti di crisi? Comunicare, allora, equivaleva, in primis, a trovare una ragione di sopravvivenza per se stessi. Lo storytelling della guerra coincide, essenzialmente, col salvaguardare il proprio io, con il raccontare se stessi, tanto che la forma ‘io-io’ è una forma linguistica specifica». «Il rapporto fra la stampa (corale) ed il diario di guerra (personale, che diventa poi corale quando qualcuno decide di imprimerlo) – è stato il commento di Maria Gioia Tavoni – è degno di nota». Ha fatto leva sulla mobilità della tipografia, Andrea Capaccioni, e sul fatto che si sia, con l’ultima fatica di Tavoni e Corubolo, al cospetto di un ‘libro eccentrico’, che si allontana, appunto, dal centro. Quello degli studi di storia del libro, per indirizzarsi alla storia dei tipografi, un ambito pressoché misconosciuto o poco trattato dalle ricerche più marcatamente settoriali. Un’opera sui generis, dunque, che trae la propria origine dalla contaminazione fra l’intelligenza di una storica del libro della levatura di Maria Gioia Tavoni e di un raffinato editore-tipografo qual è Alessandro Corubolo. «Meritevole – ha proseguito il professor Capaccioni –, anche per il tentativo insito di ricategorizzazione e sistematizzazione dei materiali, e alla loro ridistribuzione nei territori più diversi, dall’Italia alla Francia, alla Spagna, alla Germania. Ma i tipografi ambulanti rappresentano una categoria a sé stante?». «Non esattamente – è stata la risposta di Tavoni –: le finalità che muovono i caratteri ed il torchio sono diverse da quelle tracciate dall’itinerario dei tipografi ambulanti stessi, e ciò dipende dalla tipologia documentaria veicolata e dalla necessità che può indurre un individuo a muoversi, a trasportare una macchina. Per non parlare delle differenze che sottendono fra ciò che si pubblica con un torchio e ciò che si edita in trincea, in missione». «Il valore di un volume scientifico – ha affermato il professor Pulsoni –, a mio avviso, si deduce dalla quantità di informazioni in esso insite e dal modo in cui vengono esposte. Ho appreso molto dalla lettura di questo libro, innanzitutto la possibilità di stampare in itinere o al seguito. Penso all’impresa di D’Annunzio, che stampava col suo torchio al Vittoriale, nel lontano 1931, e al fatto che il torchio fece il suo ingresso anche in guerra, quando soprassiedeva all’esigenza (e al potenziale) di propaganda della stampa: il riferimento è ai manifesti, alle locandine, alle tipografie clandestine degli anni della Resistenza. Ma i torchi servivano anche ad oggettivare, su carta, aspetti ludici, e allora venivano portati in processione, ed erano funzionali all’impressione di opuscoli dedicati alle feste».

E, d’altronde, i giornali da trincea, stampati durante la guerra, non servivano ad altro che a costruire e divulgare l’ethos del combattente. Con ‘torchi e stampa al seguito’.

 

 

 

 

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