‘Una generazione degli anni Settanta?’ è stato il quesito che si sono posti, mercoledì 19 dicembre, il poeta Milo De Angelis – nato nel 1951 a Milano, insegna in un carcere milanese di massima sicurezza. Ha pubblicato Somiglianze (Guanda, 1976), Millimetri (Einaudi, 1983), Terra del viso (Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia Sommaria (Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010), un racconto fiabesco, La corsa dei mantelli (Guanda, 1979, ristampato da Marcos y Marcos nel 2011) e un volume di saggi, Poesia e destino (Cappelli, 1982). Le sue principali interviste sono apparse in Colloqui sulla poesia, a cura di Isabella Vicentini (La Vita Felice, 2008). Nel 2008 viene pubblicato Poesie (Mondadori, a cura di Eraldo Affinati), un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi. Ha tradotto dalle lingue classiche e dal francese Eschilo, Lucrezio, Antologia Palatina, Racine, Baudelaire. Ha diretto la rivista di poesia «Niebo» e la collana omonima per le edizioni La Vita Felice – Stefano Giovannuzzi (Università degli Studi di Perugia) e Maria Borio (membro del comitato scientifico del progetto Umbrò Cultura, che, in sinergia con l’Università degli Studi e l’Accademia di Belle Arti di Perugia e con il patrocinio dell’Ateneo perugino e della Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria, è giunto al suo secondo anno consecutivo, proponendo attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. Nell’alveo di questo progetto – inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, con cadenza mensile, fino a giugno 2019, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2, a Perugia: www.umbrocultura.com). Ne hanno discusso, Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi e Maria Borio, di fronte ad una fitta platea che si è incontrata, alle 16.00, nella Sala delle Adunanze di palazzo Manzoni presso il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia): a seguire, alle 19.00 nella Sala-Muro di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, un secondo appuntamento, sempre nell’alveo di questo terzo seminario, è stato dedicato, con Lorenzo Chiuchiù, alle modalità di interazione della poesia con un immaginario poetico contemporaneo. Come collocare, in ultima istanza, la complessa produzione di uno degli ultimi giganti della letteratura italiana all’interno del controverso scenario della poesia italiana degli anni Settanta?
Un gigante, ‘uno degli autori più significativi della generazione degli anni Settanta, della stagione post-neoavanguardia e post-Sessantotto’: ha definito così Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, prima di cedergli la parola. ‘Un autore che abbiamo trattato – ha proseguito Giovannuzzi – durante le lezioni che si sono svolte all’interno del corso dedicato alla poesia contemporanea’.
‘Gli anni Settanta: di questo vorrei parlare’ ha esordito Milo De Angelis, che ha proposto la lettura e l’analisi di una delle sue poesie, ‘Ho saputo, amica mia’, tratta da Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), tenendo conto delle vibrazioni, degli attriti della pagina e di quelli della singola parola. È partito dalla Grecia, De Angelis, da Omero, da Ulisse. Ulisse che, finita la guerra di Troia, decide di tornare a Itaca: questo, il suo unico proposito. Il cane Argo è il primo che lo riconosce, come si apprende dal libro XVII dell’Odissea. C’è, insomma, un Ulisse che torna a Itaca, per rimanere lì per sempre. Poi c’è un altro Ulisse: è l’Ulisse di Ovidio, dei frammenti dei tragici, del canto XXVI dell’Inferno dantesco: l’Ulisse che torna provvisoriamente, ma che poi continua il suo viaggio verso la ‘canoscenza’, oltre le colonne d’Ercole. Un Ulisse che si lancia in una serie di avventure, di esplorazioni, che corre il rischio, che oltraggia (anche) la volontà divina: l’Ulisse di Dante, D’Annunzio, Saba, in una eterna e ciclica migrazione del personaggio. Gli anni Settanta hanno scelto l’Ulisse dantesco, quello dell’utopia e dell’azzardo. Per De Angelis, questi sono gli anni di una continua vigilia, di una rivoluzione interiore: gli anni del teatro geniale di Carmelo Bene, della Scuola di Francoforte, delle presenze disparate che convergono in un decennio tragico, che dal Sessantotto giunge sino ai primi anni Ottanta. Sono anni difficili, che, comunque, non impediscono all’arte di produrre i propri geni; sono gli anni in cui il secondo Ulisse non vuole intraprendere l’esperienza di restare.
Per l’occasione, De Angelis propone la lettura di sette capitoletti sugli anni Settanta: dice di non credere alle generazioni, in realtà, ma ai singoli poeti, non alla storia della poesia, ma ai singoli testi. Afferma di sentirsi più vicino a Pavese che non al coevo Bellezza. C’è, prosegue, una giovinezza perenne negli anni Sessanta, periodo in cui la poesia è stata anche serva del popolo e delle masse, dei luoghi comuni. Una totale mancanza di dramma pervadeva le riunioni, ogni lunedì, della rivista «Niebo» e si esperiva una terza via, una via solitaria, esigente, lontana dalla politica, dal non-detto, dai ‘benpensanti borghesi’, dall’Oriente e dalle armonie prestabilite, dai collettivi e dalle assemblee. Non ci si accontentava, ricorda, di una rivoluzione: si voleva vivere accanto alla poesia, nella poesia. Quella nozione di impegno diffusa negli anni Settanta – nozione che veniva dalla Francia e dal dopo-guerra – ha esaurito la sua energia storica, oggi. La poesia vuol essere ‘qui e ora’, ma esistono diverse congiunzioni fra spazio e tempo: ai tempi di «Niebo» De Angelis era convinto che nel ‘qui’ dovessero irrompere tanti secoli. Sono anni di imminenza, di mutamento essenziale: gli anni del terrorismo, di piazza Fontana, del rapimento di Moro, delle Brigate Rosse (‘il sistema non si cambia, ma si abbatte’, lo slogan principe). Anni ricchissimi, anche, della controcultura americana, che puntano ad un mutamento dell’uomo, integrale. Gli anni dell’Adelphi, con la pubblicazione integrale di Nietzsche. Confessa, poi, leggendo i suoi capitoletti sugli anni Settanta, di essere stato molto attratto dal primo Ulisse, che è stato anche quello del Pavese de L’isola: calamitato, sì, dal fascino dell’avventura di conoscere, ma anche e soprattutto dall’Ulisse omerico e pavesiano, pascoliano, che sente il richiamo delle origini. Sono stati poeti della fondazione di un nuovo linguaggio, poeti dello svelamento, che rivela qualcosa che già esisteva prima di sé, come in Leopardi (Zibaldone, 1828): «Niebo» appartiene alla dimensione orfica dello svelamento, legata al rituale, e che giunge là dove si era già stati. Toccare il punto conosciuto e che il tempo ha cancellato: ha questo ruolo la poesia.
Maria Borio ha ringraziato Milo De Angelis per aver parlato di questo svelamento, che, sostiene, può essere compreso solo oggi. Due, gli appunti di Borio: Dario Bellezza diceva di essere nato senza padri. Si ha un crollo del senso di ‘generazione’: un’eredità, questa, che ci siamo portati sino ad oggi, partendo proprio dagli anni Settanta, tanto che, nella poesia dopo il Duemila, il concetto di ‘genealogia’ è diventato più forte di quello di ‘generazione’. Un secondo discorso interessa la definizione di ‘neo-orfismo’, abusata e chiarificata da De Angelis.
Riprendendo il filo del suo corso sulla poesia contemporanea, Stefano Giovannuzzi ha affermato, poi, che degli anni Settanta si parli per slogan, per categorie: non vogliono dire nulla, nessuno le ha riempite.
‘Sembrava che i maestri del marxismo degli anni Settanta utilizzassero la parola ‘orfismo’ là dove non capivano, là dove non si parlava del qui ed ora’ è stata la risposta di Milo De Angelis. L’orfismo di Campana, ad esempio, di Onofri, Rilke. Ha, poi, asserito che il suo Somiglianze sia un libro troppo metropolitano e psicologico per essere definito ‘orfico’. Il tempo sublime di Rilke, invece, si mischia all’elegia e alla malinconia del diario, del foglio di calendario. Anche se una mescolanza nella poesia di De Angelis c’è: se questa ultima fosse solo durata sarebbe di un classicismo imbalsamato, se fosse solo attimo, sarebbe poesia civile. Ci vuole equilibrio. Per la sua formazione molto importante è stato Montale, l’affondo verticale verso il male di vivere che questi attua. E forse, dato che ermetico è stato definito anche Luzi, Luzi anche ha avuto un’importanza.
Ha fatto seguito un denso e fitto dibattito, durante il quale sono intervenuti anche i docenti e gli studenti presenti, che hanno posto delle domande, ad esempio, sull’influsso di Heidelberg nella formazione filosofica di De Angelis, sull’incomunicabilità del ‘qui ed ora’, sul bisogno di monumentalizzarsi, sulla sua esperienza come insegnante in un carcere di massima sicurezza. De Angelis ha risposto, con dovizia di particolari, affermando che gli interessa più Sartre, di avere letto Heidelberg ma solo relativamente alla parte sui poeti, di non prediligere Una conduzione del filo del discorso che sente troppo logico, di amare Blanchot, e tutti quei filosofi che si collocano a metà fra filosofia e letteratura. ‘Il poeta è scosso – ha detto –: la filosofia può apparecchiare il battello, ma il poeta fa il viaggio, è indifeso, non corazzato filosoficamente’. Lungi da lui, poi, il monumentalizzare: la raccolta di tutte le sue poesie è stato solo un modo per dire ‘sin qui sono giunto’, con poesie inedite giovanili, scritte, appunto, negli anni Settanta. Un’esigenza di raccogliere. La parola ‘comunicare, poi, se legata alla poesia, è discutibile. Meglio scrivere un telegramma, allora, come suggeriva Montale. La poesia nasce fra barlumi, epifanie. Nel suo farsi la poesia non è comunicativa. È difficile leggerla, anche se un filo conduttore c’è. Insegnare in un carcere? ‘È particolare – ha concluso –, ma il carcere è anche chiuso ai provveditorati e ai libri di testo: l’insegnante pone le linee critiche. C’è una nudità frontale col testo, come insegna la scuola francese. Anche perché non posso dire di avere mai trovato un libro di testo convincente. Nemmeno un po’.
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