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All’ombra dell’umbritudine

52esimo agosto corcianese: "Qui non c’è il mare. Dibattito sulla nuova narrativa umbra" con Giovanni Dozzini, Gianni Agostinelli, Matteo Pascoletti, Sergio Rossi e Caterina Venturini.

 
All’ombra dell’umbritudine
Corciano.  “Forse la letteratura è nata dal mare. Forse Omero e gli altri padri della parola poetica di cui abbiamo perduto manoscritti e biografie hanno iniziato a scrivere sedendosi di fronte al mare (…) con il medesimo sguardo un po’ sperso che viene a tutti gli umani quando guardano oltre la riva. Che ci viene a tutti quando fissiamo l’andirivieni delle onde, fino alle piccole, le minime ondine che rompono le loro schiume di luce e d’acqua sulla sabbia o sugli scogli. Sono come le parole: minime, brevi, cangianti, eppure portano con sé tutta la eco del mare, del significato infinito (…)”. Davide Rondoni, in un articolo uscito il 12 settembre del 2010 nel supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore, postulava che la forza immaginifica di Omero si fosse originata fissando quel lembo di acqua salata di cui non si scorge la fine. Affermava, Rondoni, che anche lo sguardo di Virgilio si fosse posato sul luogo esatto dal quale era provenuto Enea: il mare. E che l’Ulisse dantesco avesse desiderato sfidare l’oceano, reale e metaforico, spinto o sospinto dall’amore per la conoscenza.

Ma “Qui non c’è il mare”. L’Umbria e “l’umbritudine”, strette nella morsa di valli poste ai piedi di colline dolci, “accomodanti” (solo qua e là, qualche strapiombo) e oggettivate in una ruvidezza, una coriacità, una generosità bonaria ed una incondizionata ritrosia, sono l’unica regione dell’Italia peninsulare e la sola conditio mentis degli abitanti che la popolano, a non essere bagnate, appunto, dal mare. Omonimo titolo, per il vivace dibattito letterario – “Qui non c’è il mare. Dibattito sulla nuova narrativa umbra” – che si è tenuto, ieri, giovedì 18 agosto, all’interno della cornice dell’Horto del Pievano di Corciano, nell’ambito della 52esima edizione del Corciano Festival – la stessa giornata ha registrato altri eventi culturali: su tutti, “Decameron. Dieci novelle di fortuna, amore ingegno e addirittura di virtù!” spettacolo a cura di Elisabetta Vergani e Maurizio Schmidt, dedicato al capolavoro di Boccaccio.

“Abbiamo optato per il titolo di una canzone degli Statuto (“Qui non c’è il mare”, tratta dall’album “Zighidà”, classe 1992) – ha esordito il moderatore del dibattito sullo status quaestionis della narrativa umbra contemporanea, il giornalista Giovanni Dozzini, autore, nel 2011, de L’uomo che manca (Lantana Editore) e, nel 2016, de La scelta (per i tipi della casa editrice Nutrimenti) –, anche se lì si parlava di Torino, mentre qui tenteremo di percorrere l’itinerario letterario che conduce ad un altro tipo di isolamento, culturale ancor prima che geografico”. Isolamento, o, per meglio dire, chiusura, che connota alcuni scrittori che si stanno affermando nel panorama editoriale nazionale, nati in Umbria dopo il 1970, e cresciuti nella e dalla dolce asprezza della terra di San Francesco. Con una sola provocazione: far dialogare scrittori umbri, alcuni dei quali ora vivono altrove, molto diversi fra loro, senza passare per una asettica rassegna dei loro romanzi, sul tavolo. Leitmotiv: l’umbritudine, quel senso d’appartenenza (o meno) alla nostra regione, dal punto di vista letterario o culturale tout-court. Un senso d’appartenenza “fortissimo”, per Caterina Venturini, autrice de L’anno breve, edito quest’anno da Rizzoli: “Molte cose – commenta la scrittrice, originaria di Amelia, romana di adozione, che ha scritto la sceneggiatura di Anni felici, per la regia di Daniele Luchetti – le ho imparate nella mia terra. Ho vissuto un’adolescenza burrascosa e buia in questo liceo classico del ternano. Poi mi sono resa conto, collocandomi dall’altra parte della cattedra, quando, come la protagonista del mio ultimo romanzo (abruzzese e non umbra, n.d.r.), insegnavo italiano in un ospedale romano, di quanto l’adolescenza stessa sia una malattia. I ragazzi ricoverati in questa struttura, che hanno dai 14 ai 18 anni, presentano disturbi psichiatrici: sono malati, ma vogliono vivere”.

Crede che il luogo di origine sia introiettato, Venturini, che la scrittura, per mezzo della quale si traveste la realtà, non possa che essere coriacea. “E questo non per un gusto per la maschera – precisa –, ma per una peculiarità del centro-Italia, diverso dal nord e dal sud, e caratterizzato, fatta eccezione per la Toscana, da una medietas, da un senso di resistenza, di attaccamento alle proprie radici. Un po’ come le scarpe di tufo indossate dalla protagonista del mio primo romanzo (Le tue stelle sono nane, Fazi editore, n.d.r.)”. Vive a Panicale, Gianni Agostinelli, autore di Perché non sono un sasso (Edizioni Del Vecchio, 2015) e finalista al Premio Calvino: ci sono riferimenti all’Umbria, in questa sua ultima fatica letteraria, ma non un tentativo definitorio nei confronti dei luoghi, e dei personaggi, costretti a vivere “una vita stupida, come tutte”, a non dare un nome alla provincia. “Perché la provincia è un valore – afferma l’autore –, essere provinciali no”. Parte da una pianta tropicale, la nepente, Matteo Pascoletti, scrittore che vive a Pietrafitta, ma che si sente più toscano che umbro (pubblica il suo primo romanzo, I giorni della nepente. Una storia tossica, nel 2015, con Effequ, una casa editrice di Orbetello, nel grossetano): la nepente come simbolo, intriso del valore espansivo della metafora. Simbolo dell’eroina – l’eroinomane è spinto da un suo desiderio pulsante, come l’insetto attratto da questa pianta carnivora –, e simbolo del circo mediatico, della società dello spettacolo, alla Debord, in cui lo spettatore, così come il tossicodipendente, è posto fuori da ogni logica.

“Non sono ricorso al toponimo perugino, perché avrei rischiato di appiattire la dimensione tragica del romanzo. La tragicità, in questo caso, scaturisce da un insieme eterogeneo di superstizioni collettive che non prevede catarsi. Il coro che si pronuncia sulla vicenda del protagonista non è connotato dal valore comunitario, come quello della tragedia classica: è, piuttosto, un vociferare delirante, una bolgia infera di voci. E Perugia non è affatto la capitale della droga, ma una metafora. Credo che l’isolamento sia più una categoria mentale, oggi”. Lavora da 15 anni nel campo dell’editoria scolastica e fumettistica, Sergio Rossi, scrittore umbro trapiantato a Bologna, e autore de Un lampo nell’ombra (Feltrinelli, 2013), un giallo ambientato nella sua città di adozione e di elezione, a inizio Novecento: “La scelta di ambientare il giallo a Bologna – commenta Rossi – è stata dettata fondamentalmente da due motivi: il primo, è che la Polizia Scientifica, nel 1909, era presente solo a Bologna, Roma e Milano, il secondo, stringente, è che era più facile effettuare ricerche su documenti d’archivio, avendo accesso diretto al Gabinetto della Polizia Scientifica bolognese. Ovviamente di scientifico non c’era assolutamente nulla. Credo che il provincialismo debba collocarsi, filtrato dall’imbuto di uno scrittore, sul piano dell’universalità: si pensi ai romanzi di Carré, provinciali. Eppure quei luoghi diventano universali. E in questa mia ricerca di universalità c’è anche l’Umbria, dove ho vissuto fino a trent’anni: non credo sia necessario nominare Perugia, se questa assurge a metafora”.

Il dibattito si è chiuso, su iniziativa di Giovanni Dozzini, l’unico, a dire il vero, ad aver denominato i luoghi nella sua opera, con una piccola panoramica sull’editoria, umbra e non solo. L’editoria umbra più come un insieme di tipografie? A circuito chiuso? Gli editori umbri pubblicano scrittori umbri che parlano di Umbria e che si rivolgono a lettori umbri? Quante ricadute ha, in ambito editoriale, il fenomeno della “Vanity Press”, che, come diretta conseguenza, porta ad un superamento quantitativo degli scrittori sui lettori? Per Matteo Pascoletti l’editoria piccola è quella che oggi fa scouting: “il primo romanzo – ha commentato il collaboratore del Festival Internazionale del Giornalismo – è di apprendistato per uno scrittore: la scrittura è estrattiva”. “Lavorare nell’editoria scolastica – ha replicato Sergio Rossi – è come combattere in trincea”. “Credo che in Italia – ha rincalzato Caterina Venturini – il problema editoriale sia di natura industriale”. Le domande, insomma, restano aperte. Si è trattato di una tertulia, in fondo.

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