Gli inquirenti si affrettano ad aggiungere, come da copione, che politica e istituzioni sono assolutamente aliene da qualsiasi tipo di correlazione con gli indagati e i filoni di indagine: menomale. Fino a prova contraria. Di certo il tessuto sociale perugino, ma per esteso quello umbro, si presta a permeazioni di vario genere molto più di quanto si possa supporre dall’esterno. Perugia, nella sua storia più recente, conta diverse tessere pidduiste e, pur tralasciando volutamente le numerose organizzazioni che si prestano mutuo soccorso correndo sul filo della legge italiana, non si possono comunque ignorare le varie infiltrazioni camorriste, mafiose e ‘ndranghetane che hanno interessato la nostra regione a partire dalla ricostruzione post sismica del 1997. Si parte dagli appalti per finire con i compro-oro, passando per negozi di frutta e verdura e persino boutique di calzature. Racket, minacce, violenze.
“I tempi della giustizia italiana sono lenti”, si sente dire spesso, e a ragione. Ma se la politica, se le istituzioni umbre davvero con tutto ciò non c’entrano, allora ancora a maggior ragione dovrebbero, anzi devono, cominciare a metterci le mani seriamente, onde evitare l’ulteriore dilatarsi di tempi spesso biblici. E soprattutto per offrire ai cittadini, a tutti i cittadini, parità di trattamento, libera concorrenza e percorsi certi per il rispetto dei propri diritti.
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