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‘Cercando Dacia Maraini’

Si sono trovati i personaggi dell'autrice de 'La lunga storia di Marianna Ucrìa', il 9 dicembre a Perugia, a inaugurazione dei cicli seminariali promossi da Umbrò Cultura. I personaggi letterari e nuovi modi di 'fare' e 'pensare' la politica.

 
‘Cercando Dacia Maraini’
Perugia. «Di solito, sono i personaggi a bussare alla mia porta, chiedendomi di poter entrare. Si siedono, mi chiedono un caffè, e mi raccontano la loro storia, pirandellianamente. Io li ascolto. Ne sanno più di me. Perché, a differenza mia, a differenza della mia penna, loro ci mettono la carne. Interrogo quei personaggi. Ma quasi mai so come andrà a finire una storia». È Dacia Maraini, a raccontarsi. In una fredda mattina perugina, ventosa. Nella sala Muro Etrusco di Umbrò, il 9 dicembre 2017, a inaugurazione dei cicli seminariali promossi da ‘Umbrò Cultura’, e con la partecipazione di Maria Borio, curatrice della sezione ‘poesia’ di «Nuovi Argomenti» e fra i fondatori del progetto ‘Umbria Poesia’, e di Simone Casini, ricercatore di Letteratura Italiana all’Università degli Studi di Perugia, che hanno fittamente dialogato con una delle figure della letteratura e della cultura più eclettiche del nostro Paese, e non solo. Interrogandosi sull’esperienza di straordinaria ricchezza di questa scrittrice, sul significato di ‘scelta responsabile’, anche alla luce dela condizione femminile, tratteggiata nel romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (Rizzoli, 1990), in Elogio di una disobbedienza (Rizzoli, 2013), nell’esempio delle figure autobiografiche come la madre della scrittrice, Topazia Alliata (La nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre, Rizzoli, 2001), e nell’ultima fatica letteraria, Tre donne. Una storia d’amore e disamore, editata da Rizzoli quest’anno, attraverso la problematizzazione, in quest’ultimo caso, della parte psicologica dell’amore nella donna, lungo il percorso che dall’adolescenza la conduce all’anzianità, rompendo ogni barriera convenzionale e culturale. Non solo ‘una scelta responsabile’, dunque, ma ‘una narrativa responsabile’. Che sa raccontare, con veemenza e incisione, dei problemi relativi agli assetti chiusi di certi sistemi culturali, dell’idea di progresso intersecata con quella di comunità sociale. Che sa condannare la violenza. Tutt’altro che meramente ‘femminista’, e anzi sfuggevole nei confronti di qualsivoglia etichetta, la scrittura di Dacia Maraini si è scelta, nel corso degli anni (il riferimento è agli anni Sessanta e Settanta), un posto ulteriore. Non più un femminismo storico, allora, non più una riflessione ideologica e di lotta, ma civile, coscienziosa, valoriale, comunitaria, senza filtri utopici. Per Un filo rosso conduttore, che riallaccia le storie delle donne raccontate dalla Maraini con quelle di altre autrici, come Elsa Morante e Natalia Ginzburg, fino a riannodare le fila dei testi trascritti (o, per meglio dire) dettati dalle mistiche dei secoli scorsi. Testi di una rara bellezza. Obliati nei fondi antichi delle biblioteche, o degli archivi.

A dialogare con Dacia Maraini sui libri legati al Giappone e sul romanzo Tre donne. Una storia d’amore e di disamore, è stato Simone Casini dell’Università degli Studi di Perugia, che ha definito quest’ultima prova letteraria «un romanzo limpido, in cui si tratteggiano i profili di tre caratteri differenti, di tre sensibilità diverse, di tre generazioni a confronto. Una storia condotta con sapienza. Un finale, che si risolve in un crescendo di intensità. In cui i personaggi vengono osservati». «Di solito sono i personaggi a bussare alla mia porta», è stata la risposta della scrittrice, che ha affermato di ‘saperne di meno’, di porsi in una condizione di ascolto. «In effetti – ha proseguito – si tratta di tre donne diverse. Una somiglia alla goldoniana Mirandolina. Un’altra è un’intellettuale, che sta traducendo una versione di Madame Bovary (e che sta, forse, ‘Cercando Emma’, n.d.r.). Una ragazza di 17 anni, che non ha una coscienza sociale molto sviluppata. Si fa tatuare un drago sulla schiena e si lancia ‘in amori barbari’, perché è convinta che l’amore coincida con un momento. La mia ‘scommessa letteraria’, se così la posso definire, è stata quella di trovare tre registri narrativi diversi, cui far corrispondere tre caratteri, tre profili femminili distinti. Ad ogni carattere corrisponde un linguaggio. Le storie si raccontano da sole. Ogni semplificazione credo coincida con la riduzione di una realtà complessa: ecco, lo scrittore deve rifuggire da ogni sorta di semplificazione».

Dopo questa prima introduzione, Maria Borio ha dirottato l’asse del discorso verso «una disamina realistica della condizione femminile di oggi: il femminismo diventa qualcos’altro, proprio in relazione a questi caratteri». «Il femminismo legato all’ideologia e all’utopia – ha prontamente commentato Dacia Maraini – non esiste più. Perché le stesse ideologia ed utopia sono morte. Non userei più il termine ‘femminismo’. Le ragazze, oggi, detestano questa parola, anche se poi, nei fatti, sono più femministe di me (ride, n.d.r.)! Ci sono state conquiste legali, nel frattempo. Il cambiamento del diritto di famiglia, il diritto d’onore, il principio di parità. Quando si butta giù un’ideologia, ne andrebbe creata un’altra. Non bisognerebbe lasciare tutto al caos, al caso, senza una nuova struttura. I divorzi, lo status di famiglia allargata hanno fatto sì che il concetto stesso di famiglia si fondasse su nuovi diritti. Si pensi alle famiglie con genitori dello stesso sesso. Meglio lasciar perdere la parola ‘femminismo’, in favore di un nuovo concetto di ‘convivenza civile’, di partecipazione gratuita al bene comune. Si pensi al volontariato, ad esempio, e non solo a quello cattolico».

«Nella tua opera – è stato il commento di Simone Casini – fai leva sulla realtà contemporanea, sulla denuncia delle ingiustizie. La funzione della letteratura, allora, pare essere quella di riportare alla luce un rimosso, di riscoprire un silenzio, sul quale gettare luce…». «La scrittura per me – ha affermato Maraini – è legata a un processo di memoria. Se la merce non deve avere memoria, per me è un atto di resistenza lavorare sulla memoria, privata e collettiva, in un rapporto dialettico. Dobbiamo tirare fuori dalla memoria un non-detto. Si pensi alle scritture delle mistiche: i conventi conservano queste memorie, che non sono andate distrutte, nonostante la Chiesa si sia scagliata contro queste tipologie testuali, molto ‘sensuali’. I laici? Le stanno prendendo in considerazione solo ora. E ancora in modo marginale. Le mistiche dettavano le proprie lettere (lettere sapienti, indirizzate a Dio) agli amanuensi. Chiara d’Assisi ha scritto tre lettere, pubblicate da Adelphi: lettere molto colte, che sottendono una cultura d’avanguardia. Il Medioevo non rappresenta un blocco unico. Ci sono stati momenti di scontri, anche interni alla Chiesa, fra chi voleva storicizzare le parole delle Sacre Scritture e chi no. Un po’ quello che avviene, oggi, con il Corano».

«La tua riflessione sulla memoria – ha proseguito Maria Borio – si ricollega a quella sull’uso del romanzo storico (il riferimento è alla Lunga vita di Marianna Ucrìa), che si struttura su due piani: uno canonico ed uno più intimo, senza tempo». «Nel romanzo storico ci sono le nostre visioni. Non c’è niente di storico. Abbiamo modo di sviluppare la memoria. Senza trascrivere un’epoca. Il passato è difficile da interpretare. Viene inevitabilmente rivisitato con la nostre mentalità, con la nostra sensibilità di oggi, che sono diverse da quelle dell’epoca storica trattata. Non possono esserci delle verità assolute, ma solo delle interpretazioni. L’umiliazione credo crei rabbia e violenza. Penso ai giovani, e all’assenza di lavoro. Al senso di frustrazione che questo ingenera, all’odio verso sé e verso gli altri. Questo senso di frustrazione e di odio verso sé e verso gli altri si pone, a mio avviso, alla base del terrorismo».

«C’è anche una paura dell’altrove, perché non lo si conosce. Oggi ci sono nuove paure: cos’è successo nel frattempo?» è stata la domanda di Simone Casini. «Ho viaggiato sin da piccolissima – ha risposto Dacia Maraini –: sono stata in Giappone, ad esempio. L’altrove non è il luogo dell’esotismo, lo si può conoscere. La crisi economica ha portato ad un impoverimento della popolazione. Ma l’allarme, prima ancora che di matrice economica, è di matrice identitaria. Le identità si sovrappongono. Non si identificano con la bandiera. Se c’è una cosa totalmente irrazionale è la politica. E le paure sono, oggi, nuove paure. Ho conosciuto l’Africa durante i miei viaggi con Moravia e Pasolini. Ci sono tornata di recente: è un’Africa del tutto diversa. L’Africa mia, di Alberto e Pierpaolo era un continente povero, ma vitale, libero. Sono stata qualche anno fa in Kenya, dove ho conosciuto delle donne che protestavano contro l’uso dei bambini-soldato. Poi mi sono diretta in Nigeria, dove non ho più trovato quei mercati gestiti da donne, tanto attivi negli anni Sessanta. Ora le donne strisciano lungo i muri, coperte di nero. La Siria? Prima della guerra era bellissima. Vi convivevano cinque o sei religioni diverse. Tutto ciò non è atavico: è una novità, introdotta dal fanatismo religioso».

«La letteratura può svolgere una funzione etica, in questa direzione? Così come il discorso sul sistema dell’informazione, che presenta tante falle…» è stata l’osservazione di Borio. «L’irrazionalità è la realtà del momento – ha detto Maraini –. Gli intellettuali hanno il compito di recuperare la memoria, attraverso la testimonianza. Chi scrive non cambia il mondo, ma dà consapevolezza. Resuscita le responsabilità. Il mercato editoriale si sta espandendo nel senso del consumo. Ma il libro è un oggetto artigianale, non una bottiglietta d’acqua minerale! Entra nel mercato, questo è vero, ma non dev’essere trattato come quella bottiglietta. Secondo questa logica, il libro si prende, si fa e si butta via. Si pensi ai libri al macero. Per me il libro è un oggetto di artigianato. Riproducibile, ma non un oggetto di consumo. Così, si fa un danno alla vera scrittura, ai giovani scrittori che non hanno tempo di farsi conoscere, alla piccola editoria, che non ha accesso alla distribuzione».

«Quali sono, allora, i libri che durano, gli autori che contano?» ha domandato Simone Casini alla Maraini. «Gli autori che contano sono quelli che durano. Che sanno donare emozioni estetiche e narrative. La letteratura è piena di cimiteri, di scrittori che muoiono, perché non hanno niente da dire. Cervantes desiderava scrivere qualcosa contro il romanzo cavalleresco! Ha toccato uno stereotipo, tanto che l’espressione ‘situazione donchisciottesca’ è diventata proverbiale. Ci sono nuove modalità di scrittura, nel panorama letterario contemporaneo. La rivista «Nuovi Argomenti»  fondata nel 1953 da Carocci e Moravia è aperta ai giovani scrittori. Oggi tutto passa attraverso lo schermo. Però stanno tornando anche i gruppi di lettura, che nascono dal desiderio di confrontarsi attorno ai libri. Il paradosso è che la tecnologia facilita gli incontri, anche se si è, di fatto, soli. Una solitudine nuova, di fronte allo schermo. Ma noi siamo ‘esseri sociali’, che cercano occasioni in cui ci si incontra, anche per discutere di letteratura. Il mio primo libro, Pinocchio, mi è stato raccontato da una ‘persona-libro’, mia madre, quando avevo 7 anni. Nella realtà dei campi di concentramento, la letteratura diventa un modo per uscire. Pinocchio è un libro per adulti. Lo si può leggere in 100 modi diversi, ed è scritto in un italiano bellissimo. L’idea di farsi un figlio da solo è all’avanguardia. Mastro Geppetto ama così tanto questo figlio di legno, che lo trasforma in un bambino in carne ed ossa».

Un individuo in carne ed ossa, che bussa alla porta della scrittrice. Chiedendole un caffè, raccontandole la sua storia. Insieme a quella di tanti altri personaggi, inseriti in una collettività, secondo lo schema di una convivenza civile. Forse il binomio cultura e comunità ha molte più potenzialità di quelle che sono state sinora analizzate. La testimonianza di Dacia Maraini, di questa ‘donna-libro’, getta una luce chiarificatrice ed illuminata su questo concetto, e su quello, stringente e attualissimo, di ‘fare’ e ‘pensare’ politica, oggi.

 

 

 

 

 

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