È con lo stesso sguardo che i fondatori di “Umbria Poesia”, Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, Carlo Pulsoni, Marco Paone e Massimiliano Tortora, ed i loro collaboratori intendono presentare l’incontro novembrino del progetto da loro ideato, incentrato su “Poesia e Cina”, sul contesto culturale e letterario della Cina maoista e post-maoista, sul ‘sogno cinese’, con uno sguardo, sì, un altro, stavolta a ritroso, verso le antiche tradizioni cinesi, la letteratura orientale, gli ideogrammi, e verso quel sistema di segni mediante il quale Barthes leggeva il Giappone, ma che può essere trasposto anche nell’ambito della sinologia.
A dialogare sul tema, martedì 15 novembre, nei locali di Umbrò, a Perugia, oltre a Lanbo Hu, Maria Grazia Calandrone, poetessa, drammaturga, artista visiva, conduttrice di programmi culturali per Radio 3, curatrice della rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia” – autrice, fra le altre opere, de La scimmia randagia (2013), che le è valso il premio Pasolini Opera Prima –, i cui componimenti sono stati tradotti in arabo, ceco, giapponese, iraniano, russo, etc., e Francesco Terzago, collaboratore di Poesia 2.0, UltraNovecento e Scrittori Precari – alcune sue poesie sono state pubblicate su Italian Poetry Review, Poetarum Silva, Nazione Indiana – e promotore, nell’ambito di una serie di iniziative promosse dal’Università degli Studi di Padova, dove si è laureato in Lettere, della lingua e della cultura italiana in Cina.
“Perché la Cina?”, verrebbe da chiedersi, riscrivendo L’impero dei segni di Barthes – il riferimento, lì, è al Giappone, dove Barthes si sente “non un viaggiatore, ma un lettore” –: “perché è il Paese della scrittura (…). Il luogo dei segni non è cercato negli aspetti istituzionali ma nella città, nel negozio, nel teatro, nella cortesia, nei giardini”. E poi ci sono i cibi, i volti, gli occhi, i pennelli. E le poesie.
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