Perugia. “Io ho paura di quello che non capisco”. Tuona così un’esilissima, tutt’altro che pazza, Alda Merini, interpretata da una straordinaria Anna Foglietta, prima attrice de La pazza della porta accanto di Claudio Fava, pièce, che, sabato 28 novembre, è stata messa in scena al Teatro Morlacchi di Perugia, per la regia di Alessandro Gassmann. Gassmann, che, pur non avendo mai conosciuto di persona “la poetessa dei Navigli”, scomparsa nel 2009, si è mostrato particolarmente attento al tema, labile, dai contorni sfumati, della pazzia, al centro di un altro spettacolo di cui conduce la regia: Qualcuno volò sul nido del cuculo. Un intenso atto unico, quello che è stato presentato sabato da un cast d’eccezione, con Angelo Tosto, Alessandra Costanzo, Sabrina Knaflitz; una parabola umana, prima ancora che artistica, una discesa, quella della 36enne Merini, negli inferi del manicomio, che si erige, nella psiche extra-ordinaria, visionaria e sensibilissima della protagonista, «come un’enorme cassa di risonanza in cui il delirio diventa eco». Un istituto psichiatrico che “non finisce più”, che forse non termina nemmeno nel ’78, con la Riforma Basaglia: un edificio funereo, dove esiste solo l’oggi, filtrato attraverso un reticolo nero dalla trama sottilissima, un luogo-non luogo in cui il limite, impercettibile, passa attraverso le scosse dell’elettroshock e le frustrate date all’anima immersa in acque gelide, poste fuori dallo scorrere del tempo. Una tavolozza bicromatica, diluita nel nero del carcere della mente e nell’ocra-gialla delle vesti dei pazienti, a scandire la percezione visiva dello spettatore: eppure, in questo non-luogo, ci sono anche una macchina da scrivere, sui cui tasti battono le “mani vergini” dei poeti, “soli come bestie” alle quali servono le parole, e l’amore, anche se nato tra matti, tra persone che, come dice Pierre, amante di Alda e padre del frutto del suo grembo, che le verrà barbaramente sottratto, “non si possono tenere per mano”. Figlia della “vergogna mangiata”, là dentro, ogni giorno. Ci sono l’anonimato imperante, la depressione spacciata per follia, gli angeli, che, come i pazzi, non hanno desideri, le gocce di Lexotan, Pierre che tenta di dipingere il canto, sulle musiche originali di Pivio e Aldo De Scalzi, una colpa a pervadere lo spazio, la colpa dei sensi, delle volontà, delle teste messe a tacere. Un dramma struggente, costantemente in tensione, urtato da una gestualità lentissima, come una moviola, e da urla graffianti e ghigni terribili su letti di contenzione. Ma Alda è estremamente forte, Alda diventa la poetessa degli ultimi, dei diversi, in quel moderno cottolengo della disperazione in cui l’ha scaraventata il marito, padre delle sue due figlie; Alda incendia l’ospedale psichiatrico Paolo Pini, dove il suo amato Pierre è stato lobotomizzato. Per poi “indossare quei muri come fossero un vestito di festa”, senza sentire più il carrello delle medicine. E piangere da sola.
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