Il cast di Grand Budapest Hotel è più che nutrito, Anderson ha come al solito mobilitato mezza Hollywood, consapevole di come gli attori ormai da anni facciano a gara per comparire nelle sue pellicole, accettando anche ruoli secondari se non semplici cameo. Così, accanto ai feticci Bill Murray e Owen Wilson, troviamo tra i protagonisti l’esordiente Tony Revolori e un Ralph Fiennes in grande forma. In corso d’opera sfileranno inoltre nomi di grande rilievo come Edward Norton, Jude Law, Adrien Brody, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Willem Dafoe, Saoirse Ronan, Murray Abraham e Tilda Swinton. Se è vero che con una simile sfilza di star a disposizione il rischio più comune sia quello di sprecarne maldestramente le potenzialità senza aggiungere sostanza alla pellicola, l’autore dei Tenenbaum riesce tuttavia – quando più quando meno – a mantenere il controllo dei suoi personaggi, grazie a caratterizzazioni spesso iper-peculiari ed esasperate: senza mezze misure, i buoni hanno l’aspetto dei buoni e quali sono i cattivi si vede fin da subito.
Anderson non punta mai a riempire i suoi film di complessi significati nascosti o implicazioni psicologiche, la sua commedia è sempre infarcita di ironia grottesca e surreale, i suoi protagonisti sono in genere contraddittori e imprevedibili, mentre la trama passa in secondo piano diventando un semplice pretesto per compiere delicati esercizi di stile, un susseguirsi di eventi bizzarri impregnati di una fervida fantasia, sfruttata a sua volta per creare affreschi fiabeschi dove non conta ciò che viene raccontato, ma come viene raccontato. La sceneggiatura, scritta come sempre dallo stesso Anderson, resta comunque di altissima qualità, e contribuisce a costruire basi di piombo ad una vicenda che altrimenti non starebbe in piedi, il tutto grazie alle vivaci battute e al ritmo sostenuto impresso alle varie scene.
Costruita secondo un sistema a scatole cinesi, la storia si articola in vari periodi lungo il 1900, ma verremo trasportati in un’immaginaria repubblica chiamata Zubrowka, agli estremi confini dell’Europa orientale. Qui, a cavallo tra i monti, si trova il magnifico Grand Budapest Hotel, dove il concierge Monsieur Gustave vive e lavora solertemente. Ma quando Gustave viene coinvolto insieme al suo garzone Zero Moustafa in un caso di omicidio, per i due avrà inizio una pirotecnica avventura, ricca di colpi di scena irrazionali eppure stranamente credibili, espedienti registici sempre nuovi che offrono al pubblico la sensazione di trovarsi in un romanzo di Daniel Pennac, e chiunque guardi non vedrà l’ora di sapere cosa inventerà Anderson per proseguire il racconto. Le adorabili musiche di Alexandre Desplat accompagnano il film lungo tutto il suo corso, la fotografia di Robert Yeoman è una vera gioia per gli occhi e permette di godere al meglio della bellezza dei costumi e degli scenari, sperimentando ogni sorta di filtro cromatico e colorando la scena con tinte sgargianti.
Grand Budapest Hotel è dunque un vero gioiello di cinema, un’opera che fa dell’artificio narrativo il suo punto focale, ma che allo stesso tempo sa quando fermarsi in tempo per non sconfinare nella pomposità e nell’autocompiacimento. E’ un film che per essere apprezzato fino in fondo meriterebbe un buon numero di visioni, troppi sono i dettagli visivi e i tocchi di classe che sfuggiranno al primo giro, specialmente a chi non ha ancora avuto modo di degustare la filmografia di questo nuovo ragazzo prodigio della settima arte che è Wes Anderson.
VOTO: 9
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