L’Italia – “Siamo alla vigilia dei nuovi obiettivi di sviluppo per il 2030 – ha sottolineato Marina Sereni -. Tanti risultati sono stati raggiunti nella cooperazione allo sviluppo e nella lotta alla povertà, risultati straordinari in molti casi. Ma altrettanto straordinari sono i risultati che non sono stati raggiunti. Il 2015 è l’anno che l’Europa dedica allo sviluppo. In questo senso, l’Italia sta lavorando molto affinché le politiche di cooperazione siano politiche chiave per tutti i ministeri, affinché ci sia una coerenza e una strategia unitaria. L’Italia, infatti, rispetto ad altri Paesi e nonostante la crisi, ha continuato a lottare per mantenere gli obiettivi di lotta alla povertà. Non va dimenticato, infatti, che la povertà può creare tensioni sociali e instabilità nei Paesi, al pari del terrorismo o dei flussi migratori”.
L’Europa – “L’Europa – ha spiegato Robustelli – resta il più grande cooperatore mondiale con 60 miliardi di euro dedicati alla cooperazione. Ma restano ancora lontani gli obiettivi preposti. Oggi si sta cercando di ottimizzare il percorso per spendere al meglio le risorse disponibili. Anche perché uno dei principali problemi emersi in questi anni è stato quello della poca comunicazioni sia fra le istituzioni stesse, sia con i cittadini. Basti pensare che, seppur inondati da decine di comunicati al giorno sull’attività delle istituzioni di Bruxelles, ciò che passa nei vari Stati è veramente poco. Un dato su tutti: secondo un’indagine europea, a fronte di un 80% dei cittadini che ritiene la cooperazione importante e da incrementare, c’è un 50% che non sa nulla sulle politiche attuate in merito dall’Ue”.
I cittadini – La lotta alla povertà, infatti, può e deve partire dal basso, dai cittadini. “Pensiamo, ad esempio – ha sottolineato Da Ponte -, alla questione della fame del mondo. Si potebbe partire localmente con un lavoro nelle mense scolatiche che ci interessano direttamente perché danno dai mangiare ai nostri figli. Cosa mangiano? Da dove proviene il cibo? Perché si mangia questo e non quello? La povertà, infatti, non è più divisa per Paesi, ma sta dentro i Paesi stessi. Perciò non è più tempo di dire ‘è un problema che riguarda qualcun’altro’ o ‘nulla può cambiare’, ma è il tempo di far crescere la propria consapevolezza, la propria sensibilità e dare un contributo fattivo”.
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