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“Il Giardino dei Ciliegi” diretto da De Fusco ancora al Morlacchi

Fino al prossimo 1 febbraio in scena il dramma, elegante e raffinato, sulla decadenza dell'aristocrazia russa ai primi del '900

 
“Il Giardino dei Ciliegi” diretto da De Fusco ancora al Morlacchi
Perugia. “Il giardino dei ciliegi”, adattato e diretto dal regista napoletano Luca De Fusco, potrà essere ammirato fino a domenica prossima 1 febbraio presso il Teatro Morlacchi di Perugia. Sicuramente un grande classico del teatro russo, ultimo lavoro di Anton Checov, interpretabile e proponibile sia in chiave drammatica sia in una versione più vicina alla commedia, narra le vicende dell’aristocratica Ljuba e della sua famiglia costretta a tornare da Parigi per risolvere questioni legate ad una proprietà in Russia in occasione della sua vendita all’asta. L’intera opera gravita intorno ai tentativi della famiglia di salvare dalla vendita “Il giardino dei ciliegi”, tentativi che non vengono mai concretizzati e che restano mere riflessioni e ipotesi fino alla fine, come se ci fosse un’incapacità nell’affrontare i problemi e soprattutto nel risolverli.

La protagonista è Ljuba, interpretata da una emozionante Gaia Aprea. Insieme a lei Paolo Serra, che interpreta suo fratello. I due vorrebbero arginare i propositi capitalisti del commerciante Lopachin, che vorrebbe che i due trasformassero la proprietà e la suddividessero in tanti villini, da cui poterne trarre dei guadagni. A fare da contorno altri personaggi come la figlia diciassettenne Anja, Sarlotta la governante tedesca, Jasa il servitore, Epichodov il contabile goffo e impacciato, Verija la figlia adottiva di Ljuba, Ermolaj mercante e amico di famiglia e i servitori della casa.

Il giardino è una parte fondamentale della vita di Ljuba, rappresenta e simboleggia la sua infanzia, l’innocenza e la spensieratezza di un tempo passato, la bellezza di quel luogo, che affascina la donna e il suo ammirarlo le rievoca ricordi così lontani e così allegri, in contrapposizione con il ricordo di un passato più recente e drammatico, ancora vivo e reale, come la triste storia di suo figlio morto annegato nei pressi della tenuta.
Lo spettacolo, dai temi non leggeri e attuali nel contesto storico in cui è stato scritto e realizzato, descrive con eccezionale realismo l’immobilismo di una famiglia appartenente alla classe sociale più elevata di fronte ai problemi della vita. L’opera di Checov è una costante critica alla classe sociale privilegiata, ma allo stesso tempo immatura, incapace di affrontare le difficoltà, viziata quanto viziosa, superficiale e impantanata in affari di soldi, inciuci, storie d’amore o presunte tali. E’ una classe che non riesce ad evolversi, che non vuole crescere, non gli interessa crescere: l’immaturità della protagonista è lampante, lei non si muove ma resta ferma e chiusa nelle sue lamentale, eternamente insoddisfatta e indecisa sul da farsi.

Il tutto va inquadrato in un contesto, quello della Russia dei primi del ‘900, a cui l’opera risale, caratterizzato dalla vorticosa decadenza di un’aristocrazia, che dopo l’emancipazione dei servi del 1861, non è riuscita ad amministrare il proprio denaro senza il loro aiuto ed è stata incapace di affrontare la quotidianità e di adattarsi ai cambiamenti sociali.
Lo spettacolo di De Fusco è raffinato ed elegante, accompagnato quasi sempre da una musica piacevole e coinvolgente e da semplici coreografie che alleggeriscono un testo e dei dialoghi di certo non sempre fluidi e ritmati. Risalta l’attenta cura dei dettagli, i meravigliosi abiti di scena, una scenografia concepita in maniera quasi perfetta.

La particolarità dell’interpretazione che De Fusco dà di questa opera sta nel suo tentativo di “napoletizzazione”, cioè il regista italiano fa un vero e proprio parallelo tra le difficoltà della borghesia russa, con tutti i suoi limiti e le sue bassezze, e la società napoletana, con sprazzi di umorismo e comicità, che si intrecciano a momenti suggestivi e drammatici.
La scelta del colore bianco da parte del regista non è casuale, ma simboleggia un candore ed una purezza di tempi andati e spensierati, di una protagonista ancora legata ad un passato senza difficoltà, problemi e inconsapevole dei drammi futuri. Non è casuale neanche la scelta di non mostrare sul palco il giardino, in modo da lasciare all’immaginazione dello spettatore l’idea di un qualcosa di puro legato al prima e che ormai ha lasciato il posto ad una decadenza nei costumi e nello stile di vita, di un qualcosa che ormai non esiste più.

L’asta si fa e la proprietà viene comprata dallo spietato commerciante Lopachin. Lo spettacolo si chiude letteralmente con una specie di muro che scende dall’alto e che lascia solo uno scorcio sui personaggi che partono dopo la vendita, lasciando intuire l’abbattimento degli alberi del giardino. Uno scorcio sulla fine di un qualcosa di meraviglioso e di un tempo ormai svanito e che neanche i ricordi di belle emozioni provate riescono a salvare.

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