Che senso ha, oggi, raccontare la storia della signora Zevi? Quale può essere la portata di un discorso sui temi – di un’attualità stringente – di integrazione, inclusione, coesione sociale, multiculturalità, se si tiene conto del fatto che, come sosteneva Tullia Calabi, ‘la colonizzazione ha prodotto e produce tuttora amari frutti e secerne violenza e morte’? È possibile un’‘Europa dell’etica dei diritti e dei doveri’? E ancora: per quale motivo il Fondo Tullia Zevi è giaciuto intonso, almeno fino alla presente ricerca, nell’archivio del romano Centro Bibliografico che porta il nome della signora dell’ebraismo italiano?
A questi e ad altri quesiti ha risposto l’autrice del libro Tullia Calabi Zevi, Puma Valentina Scricciolo, giornalista pubblicista iscritta all’albo umbro, collaboratrice de Il Messaggero fino al 2009 e dottoranda in Scienza del libro e della scrittura dell’Università per Stranieri di Perugia, dove sta svolgendo una tesi su Clara Sereni. Non nuova alla casa editrice ali&no, in quanto fra gli autori del libro collettivo Ricette per ricominciare. Quaranta autori in cucina per la ricostruzione del Centro Italia (2017), Puma Valentina Scricciolo è riuscita a intessere, complici anche i suoi studi sulla scrittura a firma femminile, ‘un ricamo di parole’ intrecciando sia le voci di chi Tullia l’ha conosciuta di persona, che le tessere memorialistiche che hanno composto il mosaico di questo complesso ritratto.
Dopo la presentazione romana, in anteprima nazionale, mercoledì 13 marzo al Pitigliani, il Centro Ebraico Italiano, il libro verrà fatto conoscere al pubblico umbro sabato 16 marzo, alle 17.00 alla Domus Pauperum, in Corso Garibaldi, 86, a Perugia, alla presenza dell’autrice, che dialogherà, intervallata dalle letture dell’attrice Vittoria Corallo, con la presidentessa dell’associazione Italia-Israele di Perugia, Maria Luciana Buseghin, il professor Fabrizio Scrivano dell’Università degli Studi di Perugia e l’editrice Francesca Silvestri. La collana ‘le farfalle’ fondata da Clara Sereni contribuisce alla Fondazione La Città del Sole Onlus, anch’essa una creazione della scrittrice, giornalista e traduttrice romana per aiutare i malati psichici ad avere autonomia nelle soluzioni abitative e lavorative.
Collaboratrice dei Quaderni di giustizia e libertà, del bollettino Italy against Fascism, del quotidiano israeliano Maariv e del londinese The Jewish Chranicle, curatrice per la Bnc di una rubrica destinata all’Italia, reporter sia a Norimberga che al processo Eichmann, prima donna eletta nel Consiglio dell’Ucei, che dirige dal 1983 al 1998, presidente, fra le altre cariche, dello Europen Jewish Congress e della Commission for Intercultural and Interfaith Relations. Che senso ha, oggi, raccontare la storia di Tullia Calabi Zevi?
«In tempi di revisionismo, di abbandono del tema di storia all’esame di maturità e in genere di poco rispetto per il passato, il racconto di una vita spesa in favore degli altri, delle minoranze e della democrazia, credo che abbia un significato importante. Soprattutto perché la protagonista è una donna».
Nel 1998 Tullia Calabi è nella Commissione per l’interculturalismo del ministero dell’Istruzione e nella Commissione italiana dell’Unesco per il dialogo fra i popoli, mentre dal 1997 al 1998 partecipa alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla missione italiana in Somalia e alla Commissione nazionale per la bioetica. Integrazione, inclusione, coesione sociale, multiculturalità: sembrano essere gli assiomi della missione di Tullia Calabi Zevi. Missione di un’attualità stringente: la crescita dei processi migratori comporta, di riflesso, una crescita interna delle comunità locali, che cercano di fronteggiare le difficoltà di integrazione degli immigrati?
«Tullia Calabi Zevi ripeteva spesso che ‘le condizioni in cui vivono le minoranze sono il termometro per misurare il grado democrazia di un paese’ e credo che questo messaggio sia di un’attualità disarmante. Una frase che oggi forse avrebbe ancora più validità di allora».
‘La colonizzazione ha prodotto e tuttora produce amari frutti e secerne violenza e morte. L’Europa deve profondamente riflettere e farsi carico di questi problemi È un errore parlare di scontro tra culture, lo scontro è all’interno di ciascuna cultura. Rabin e Sadat. I terrorismi si alimentano a vicenda’. Che fisionomia presenta ‘l’Europa dell’etica dei diritti e dei doveri’ sognata da Tullia Calabi Zevi?
«È una frase che ho trovato appuntata con grafia malferma su un foglio d’hotel. L’aveva scritta prima di uno dei suoi ultimi discorsi, è stato molto emozionante leggerla. Credo che il seme di questa idea d’Europa sia nato in lei durante l’esilio a Parigi, lontana dall’Italia che aveva emanato le leggi razziali. Aveva frequentato un gruppo di intellettuali provenienti da tutta Europa, tra quelli italiani c’erano Pontecorvo, Luria, Natoli, con loro aveva manifestato contro il regime spagnolo, aveva capito che solo insieme si poteva arginare l’avanzata hitleriana. Poi questo sentimento era cresciuto in America, dove aveva cercato di smarcare l’informazione proveniente dall’Italia dalla propaganda fascista e insieme a Bruno Zevi ed altri amici che gravitavano nella Mazzini’s Society aveva combattuto per creare uno zoccolo di resistenza oltreoceano».
Nell’introduzione al libro, definisci Tullia Calabi Zevi ‘un ricamo di parole’, lo stesso che hai intrecciato grazie alle voci di chi l’ha conosciuta, ad alcune tessere memorialistiche che hanno, poi, formato il mosaico di questo ritratto. Cos’ha rappresentato, per te, cimentarti con ‘l’avventurosa ricerca della signora Zevi’?
«Innanzi tutto questo libro per me è una promessa mantenuta, una promessa che avevo fatto a Clara Sereni. Mi aveva chiesto di scrivere questa biografia narrata perché stava riflettendo sulle sue radici ebraiche e Tullia Calabi Zevi è sicuramente una figura centrale in questa speculazione. Condividevano quello che la Sereni chiamava ‘ultimismo’, ovvero l’attenzione per tutte le minoranze, che siano esse religiose, culturali, di genere, etc. All’inizio avevo qualche timore non essendo io ebrea, invece credo che Clara mi abbia scelto proprio per questo, perché il valore della testimonianza della vita di Tullia Zevi è un tesoro che riguarda tutti gli italiani, non solo gli ebrei italiani. Ho parlato di ricamo di parole perché non ho conosciuto personalmente la prima presidentessa donna dell’UCEI, dunque potevo solo farmela raccontare e le persone che ho intervistato hanno utilizzato termini simili, che si rincorrevano, come eleganza, intelligenza, classe, preparazione, capacità di scelta, armonia. Cucendole insieme ho scritto il profilo di questa donna eccezionale».
Perché credi che ancora, almeno fino alle tue ricerche, il Fondo Tullia Zevi giacesse intonso nell’archivio del romano Centro Bibliografico che porta il nome della signora dell’ebraismo italiano?
«Prima di tutto perché si tratta di molto materiale, una mole importante, in varie lingue, dal contenuto che esige competenze multiculturali, un corpus che meriterebbe un lavoro lungo e certosino, quindi diciamo che avvicinarcisi è abbastanza impegnativo. E poi perché lei è stata un’icona del ‘900, solo con un pizzico di incoscienza si poteva tentare di farne un ritratto».
I dintorni del testo di una dedica, quella del libro, che omaggia Clara Sereni con una sua citazione: Che la farfalla possa volare così in alto ‘da urtare contro quel tetto di vetro che nei secoli è stato imposto alla parola delle donne, in particolar modo alla parola scritta, e che le donne hanno accettato o si sono imposte per sopravvivere’. Tullia Calabi come una ‘moderna farfalla’?
«Diciamo che è un gioco di specchi. ‘Le farfalle’ è una collana che Clara Sereni aveva fondato assieme all’editrice Francesca Silvestri, la dirigeva con l’intento di rendere luce ad alcune donne che lei considerava ingiustamente obliate. La speranza era quella di creare una raccolta divulgativa, che aiutasse le nuove generazioni femminili – e non solo – ad avere coscienza del percorso svolto da alcune donne fondamentali per la storia e la cultura italiana. Quindi per questa ‘farfalla’ ho usato le parole che Clara stessa aveva scritto nella Premessa a Zaide di Madame De la Fayette, augurandosi che il suo scritto potesse infrangere il tetto di vetro con il quale si imprigiona la parola femminile».
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