martedì, 3 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

‘La grammatica dei cartigli’

All'Università per Stranieri di Perugia, un seminario dottorale, tenuto dalla professoressa Giovanna Zaganelli e dedicato alla relazione fra apparato linguistico ed apparato figurativo nel Blockbuch di XV secolo.

 
Perugia.  Quando parola e immagine si compenetrano. Quando icona e testo si sostengono a vicenda, sulla base di un riconoscimento funzionale delle forme. E dal cartiglio sorretto, in mano, da un personaggio ritratto nell’atto di recitare, in latino, dei versetti biblici, scaturisce una precisa responsabilità enunciativa e comunicativa. Perché la funzione di indicalità, quella che lega l’effigiato all’oggetto dell’enunciazione è nelle xilografie, più attiva e fervida che mai. È allora che il messaggio linguistico va a costituire uno specifico dispositore di senso. È allora che, secondo il concetto di ‘figurabilità del testo’, la materia linguistica si presenta per essere ridistribuita sulla base di altri schemi, in quanto il modo di pensare per immagini viene traslato su fatti e processi verbali. È allora che, attraverso un pellegrinaggio all’interno della pagina impressa, nella sua componente verbo-visiva, mediante matrici lignee, che si può parlare di una vera e propria ‘grammatica dei cartigli’, cartigli che intessono, da una prospettiva prettamente semiotica, ‘maglie dialogiche’ fra ciò che è dentro e ciò che resta fuori dalla cornice che li delimita, intesa, quest’ultima, come una totalità significante.

È al libro tabellare o silografico tout-court, ovvero al ‘libro-blocco’, che è stato dedicato, nel pomeriggio di oggi, 7 giugno, presso la Sala Docenti della Palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia, il seminario dal titolo ‘La relazione tra l’apparato linguistico e quello figurativo in alcuni Blockbuch del XV secolo’, tenuto, per i docenti e gli allievi del Dottorato Innovativo ed Internazionale in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dello stesso Ateneo, dalla professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatore del Dottorato e ordinario di Semiotica del testo e di Critica letteraria e Letteratura comparata all’Università per Stranieri di Perugia, e di Semiotica della scrittura all’Università degli Studi Roma Tre.

‘Un approfondimento, il mio – ha dichiarato la professoressa Zaganelli –, di una tematica complessa, intricata, e poco studiata. Un ambito, al quale mi sono approcciata nell’ultimo periodo, in occasione di una conferenza tenuta a Trento, dietro invito del professor Edoardo Barbieri, ed incentrata sul Blockbuch. Mi sono affacciata a questo filone di studi, partendo da una robusta bibliografia, costruita lungo tre direttive scientifiche ed interdisciplinari: le ricerche condotte, nell’alveo della storia del libro, da Chartier, Febvre, Martin, da Bolter ed Ong, e, in ambito squisitamente semiotico, da Lotman e Uspenskij, e, quanto all’interdipendenza fra testo e immagine, da Giovanni Pozzi e da Lina Bolzoni’. Una questione, quella inerente al Blockbuch o libro-blocco o incunabolo xilografico o, ancora, libro tabellare, che è, prima di tutto, terminologica, con tutti i rischi di sterilità che le nomenclature comportano o portano con sé: ‘Blockbuch’ è un iperonimo, un termine riassuntivo che racchiude in sé lo spettro semantico degli altri, che si pongono, invece, in un rapporto di sinonimia. Il sostantivo in questione designa un testo, impresso intorno alla metà del Quattrocento, mediante tecnica incisoria, con matrice di legno, o, per meglio dire, attraverso l’applicazione di un unico blocco ligneo, di modo che la porzione testuale e l’apparato figurativo – in sostanza, testo e immagine – venissero stampati in modo pressoché simultaneo: si fa leva, dunque, sull’unicità di incisione, a differenza che nel ‘Semi-Blockbuch’, editato per mezzo del ricorso ad una tecnica mista – caratteri mobili per il testo, incisione o miniatura per le immagini –, secondo una scansione e combinazione di lingua e immagine, grazie a mezzi e linguaggi differenti. Un esempio è rappresentato dalla Hypnerotomachia Poliphili, edita da Aldo Manuzio nel 1499, e definito ‘romanzo d’invenzione’ da Giovanni Pozzi, in cui l’apparato testuale è impresso con caratteri mobili, mentre le illustrazioni silografiche, sono, appunto, ad incisione: si pensi ai disegni architettonici – un’altra definizione è quella, non a caso, di ‘manuale di architettura’ –, ma anche alle riproduzioni cartografiche, ed alle vignette dedicate a Polia. Blockbuch e Semi-Blockbuch, dunque, seguono percorsi differenti, che pur si sono incrociati, anche se mai posti in rapporto genetico, in un segmento identificato della storia del libro illustrato.

Prima di tracciare un itinerario bibliografico all’interno del campione testuale ed esemplificativo prescelto, e scandito dalla raccolta e dal catalogo illustrato, recentissimo – datato al 2017 –, messo in rete dalle biblioteche bavaresi, la professoressa Zaganelli ha identificato tre ambiti tematici ricorrenti nei libri tabellari impressi, intorno alla metà del Quattrocento e oltre, sia in Italia che in Olanda, Francia e Germania, e, più in generale, nel Centro-Europa: la tematica religiosa – il riferimento è alla Biblia Pauperum –, quella didascalica, in rapporto di interconnessione con la prima, propria dei manuali, delle grammatiche, degli abbecedari, e, per fare un esempio, dell’Ars Minor di Donato, e, infine, quella profana e ludica, peculiare della cartomanzia o dei Mirabilia Urbis Romae. È così che è stato possibile ‘leggere’, da una prospettiva semiotica, libri di aritmetica, la già citata Ars Minor di Donato, la leggenda del ‘martire dell’ospitalità’, Meinrad, datata al 1466 circa, in cui la teoria della narrazione si sviluppa a partire da un flashback, e, non da ultimo, la Biblia Pauperum, pubblicata in Olanda a cavallo fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XV secolo, e oggi conservata, in uno splendido esemplare, al fondo estense di Modena. Tutt’altro che ‘Bibbia dei poveri’: tale opera, di astrusa interpretazione, svolgeva la funzione di ‘testo di servizio’ per i predicatori ambulanti, che si facevano mediatori, nelle omelie, fra il messaggio dell’antico e del nuovo Testamento ed il pubblico di fedeli. Suddivisa in quaranta pagine, ciascuna delle quali articolata in nove blocchi, la Biblia Pauperum è suscettibile (anche) di una lettura interpretativa data dalla distribuzione spaziale della pagina stessa, la cui struttura orienta il fruitore ancora prima del contenuto, sulla base di una scomposizione tripartita in senso orizzontale: una prima fascia, in alto, scandita dalle immagini dei profeti che parlano attraverso i cartigli, una seconda fascia, mediana, definita dalla professoressa Zaganelli ‘piano nobile’, in grado di rivelare tutta la complessità architettonica della pagina, incorniciata da architravi – tutto ruota attorno alla scena centrale, quella dell’Annunciazione –, ed una terza fascia, in cui, di nuovo, i profeti comunicano, in qualità di mediatori ed in latino, attraverso i cartigli. Per dirla con Lotman ed Uspenskij, la struttura della pagina si fonda su di un significato che poggia su un altro significato: l’aspetto della convenzionalità è dato dalla tripartizione teatrale, in cui vi è una vera e propria mimesi, quella propria dei personaggi della rappresentazione, ritratti in procinto di dialogare fra loro. Un dialogo, questo, per ricorrere alle categorie di Lotman, fra dentro e fuori: i profeti si rivolgono sia al mediatore, che spiega, sia a chi ascolta. Sullo sfondo, secoli di esegesi biblica. Sulla base dei rapporti indicali, in ultima istanza, vi è una totale compenetrazione fra parola e immagine: le prime rimandano alle seconde e viceversa, come guide per l’interpretazione, facendo forza sull’autorità della parola stessa, del versetto biblico.

Tanto che la parola è considerata alla stregua dell’immagine. La parola è inquadrata in un cartiglio. E il cartiglio, a sua volta, è inserito in una grammatica della leggibilità, ed è dato da una identificata responsabilità enunciativa. Lina Bolzoni parlava di una ‘rete delle immagini’. Con Zaganelli, potremmo parlare di una ‘grammatica dei cartigli’, di percorsi memorizzabili, che altro non sono, se non arte della memoria.

 

 

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