«Mara sbadigliò. Era una bella noia essere costretta a stare in casa per colpa del fratello! Le venne in mente che avrebbe potuto lo stesso andarsene fuori: Vinicio si sarebbe messo a strillare, e la sera lo avrebbe raccontato alla madre; ma lei avrebbe potuto sempre dire che non era vero. E, dopo, gliele avrebbe anche date, a Vinicio. Le piacque talmente l’idea che le venne una gran voglia di farlo. Ma poi indugiò a guardarsi nello specchio ovale del cassettone. Si mise le mani sotto i capelli, per vedere come sarebbe stata se li avesse avuti gonfi. Il vetro era scheggiato per traverso, sì che non ci si poteva specchiar bene: la faccia non c’entrava tutta. Dopo qualche minuto, scese in cucina. ‘Dove vai?’ le gridò dietro il fratello. ‘Sto qui. Uggioso’».
Due tipologie testuali differenti. Due Carlo Cassola differenti. Quello de Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984, a cura di Federico Migliorati ed Angelo Gaccione, editato nel 2017 dalle Edizioni Tralerighe di Lucca e presentato dal professor Stefano Giovannuzzi dell’Università degli Studi di Perugia e da Angelo Gaccione a Perugia, in Biblioteca Comunale Augusta (Sala Binni, in via delle Prome), e quello de La ragazza di Bube, Premio Strega nel 1960. Un carteggio inedito, il primo, reso pubblico, non a caso, proprio in questo anno, in occasione del centenario della nascita di Cassola, con la curatela di Angelo Gaccione, che con lo scrittore pacifista condivise una lunga e fervida stagione di impegno per il disarmo. Una ‘letteratura dell’impegno’, la si potrebbe definire. Senz’altro, un Cassola diverso da quello che abbiamo letto, gustosamente, sinora. Ottantadue lettere, sedici documenti inediti, e fotografie. Tutti, appartenenti all’archivio di Gaccione e scansionati, pazientemente, da quest’ultimo, che, a riguardo, ha dichiarato: «desideravo che il libro uscisse nel 2017. Alcuni editori non l’hanno accolto. Altri hanno detto che era troppo tardi. Un piccolo editore di Lucca, appassionato dell’autore de La ragazza d Bube, invece, l’ha pubblicato, conscio che i lettori avrebbero scoperto un altro Cassola, a loro sconosciuto fino a quel momento». Il rischio, infatti, era quello che del Cassola pacifista, presentato da Gaccione in tutta Italia, anche al Salone del libro di Torino, e nella Perugia di un altro pacifista, Aldo Capitini, non ne parlasse nessuno. A scapito (anche) del Cassola narratore. L’idea del disarmo unilaterale – ribadita dallo scrittore in numerosi scritti datati alla fine degli anni Settanta e confluita nella fondazione di una Lega disarmista – è stata mantenuta desta, dopo la morte dello scrittore, da Angelo Gaccione, destinatario delle lettere contenute nel carteggio ed uno degli intellettuali più vicini a Cassola nella sua strenua campagna pacifista. Campagna che gli valse ostilità, isolamento. Un po’ la stessa sorte che era toccata a Pasolini. «Ci sono scrittori che coinvolgono il lettore, qualsiasi argomento affrontino – si legge nell’introduzione al libro, che reca la firma di Vicenzo Pardini – Carlo Cassola è fra questi. Benché sia mancato nel 1987, la sua presenza continua ad essere assidua nel panorama della nostra letteratura. E non solo. Curati da Alba Andreini, oltre il Meridiano, Mondadori sta ristampando i suoi libri negli Oscar, apprezzati anche dai giovani. Carlo Cassola aveva fatto suo il principio che uno scrittore deve sapersi spendere fra la gente. Aspetto che emerge da queste lettere sul disarmo, indirizzate al collaboratore e sodale Angelo Gaccione, tra le cui righe incontriamo anche personaggi illustri, ai quali lui, sovente, non risparmia strali (…). Artista nato, nella sua missione di scrittore (tale bisogna definirla, non lavoro) teneva al centro la vita e la sopravvivenza dell’umanità, che vedeva a rischio estinzione a causa del proliferare delle armi, cultura a cui nessun paese aveva e ha mai rinunciato, tanto meno l’Italia. Al riguardo, il suo pensiero era assoluto e controcorrente: l’umanità avrebbe dovuto rinnegare il concetto della guerra per aderire in senso totale (oggi si direbbe globale) a quello della pace».
Della ‘missione’ di scrittore militante, hanno conversato, in occasione della presentazione del carteggio nella Perugia di Capitini, il professor Stefano Giovannuzzi e l’autore Angelo Gaccione. «Si tratta di un epistolario che si concentra sugli ultimi anni di Cassola. Cassola che, negli anni Settanta, circolava a Firenze, e che gravitava attorno al Circolo Rosselli, in piazza della Libertà, convinto che la responsabilità della letteratura dovesse tradursi in impegno, e legato al PSI. Si muoveva, dunque, in un mondo laico, poco dogmatico e disposto al dialogo con il mondo dei Radicali e della Democrazia Proletaria, in un transito di esperienze poco ortodosse. Cassola fu uno scrittore di grande successo, ma anche un personaggio che incontrò numerose difficoltà editoriali ed ostilità sul versante politico. Lui, che era stato partigiano e che aveva aderito al Partito d’Azione. Possiamo citare l’esperienza di un altro azionista ‘anomalo’, Fenoglio, che portò avanti la sua idea di letteratura rispetto agli schieramenti ed alle eterodossie». Cassola, scrittore di successo, dunque. Ma contrastato. È il caso del romanzo Fausto ed Anna, editato nella collana «I gettoni» da un lungimirante Vittorini nel 1952. Dopo continui rifiuti editoriali a partire dal 1949, nell’alveo del dibattito sulla tipicità del personaggio, che deve (o avrebbe dovuto) rappresentare il ‘tipo ideale’. La scena politica si polarizza nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, con Vittorini, Sanguineti e Calvino. Cassola nel 1960 pubblica, per i tipi di Einaudi, La ragazza di Bube, con cui vince il Premio Strega. Ma su di lui pesano due giudizi: quello di Pasolini, che lo definisce un socialista responsabile della reazione stilistica rea di aver ucciso il realismo, e quello di Calvino. La ricerca letteraria, d’altronde, nel 1963 – il riferimento è al Gruppo 63 – andava in tutt’altra direzione. «Tutto ciò – è stato il commento del professor Giovannuzzi – condiziona ancora oggi la lettura di un autore come Cassola. Così facendo, si ignora la stagione successiva del personaggio, uno scrittore prolifico, e non solo di romanzi: si pensi alla scrittura saggistica di Cassola, alla sua Lezione della storia, che costituì un vero e proprio manifesto del disarmo. In questo carteggio, la letteratura non è al centro. Vi è una fase attiva nella scrittura di Cassola, che consente di completare quello scarto cronologico fra gli anni Trenta e Settanta, la cui produzione è stata editata da «I Meridiani», e gli anni Ottanta. In questo carteggio, infatti, solo tre lettere parlano di letteratura. Per il resto, si è di fronte ad un dialogo fra ‘pari’, nonostante Cassola fosse uno scrittore ormai affermato (pur se emarginato, e, per certi versi, ritenuto ‘scomodo’) e Gaccione un giovanissimo autore. Si discute, ad esempio, di retorica, o delle bozze del romanzo che Gaccione stava scrivendo a quell’altezza cronologica. Vi si rintracciano numerose testimonianze dell’attivismo politico dei due, con riferimento alla costituzione della Lega per il Disarmo Unilaterale (LDU)». A tal proposito, il curatore del carteggio e sodale di Cassola, Angelo Gaccione, ha affermato: «Carlo Cassola divenne partigiano poco più che ventenne. Nel mio archivio si sono salvate non solo le lettere scritte fra il 1977 ed il 1984, ma anche un fascicolo di documenti sulla Resistenza, e sul suo itinerario di scrittore, che giunse alla semplicità dopo un lunghissimo e sofferto labor limae, in quanto fermamente convinto che le cose dovessero parlare della loro essenza più vera. Anche Mario Luzi sosteneva che dietro l’apparente semplicità di Cassola vi fosse un lavorìo folle. Un’attenzione maniacale volta a farsi comprendere, ad arrivare alla gente, mediante un linguaggio semplice che azzerasse ogni intellettualismo. È contenuta anche una meta-riflessione sui mezzi di pubblicazione, in queste epistole, sulla piccola editoria e sulla circolazione dei libri. Quanto alle tematiche, Cassola, come Capitini, pone al centro l’esistenza. Era uno scrittore militante, che leggeva la saggistica militante. Un militante pacifista, un patriota che combatteva per la Resistenza. E non un utopista. Estremamente attuale. Considerato lo scenario internazionale in cui viviamo e che, in opposizione all’incremento degli arsenali militari, dovremmo saper saggiamente indirizzare, sulla scorta della lezione morale di Cassola, verso la messa in sicurezza del nostro patrimonio paesaggistico-architettonico. E in difesa della vita. In questo è ancora forte il monito di Cassola».
Un’apertura, questa, dell’io verso ‘tutti’. Un appassionamento, una non accettazione del meccanicismo, un metodo della ‘non-violenza’, che imbocca la strada di un’educazione di tradizione mazziniana della pace. Così come era stato per Capitini, cui, è dedicata una esposizione, fino al 20 ottobre 2018, alla Biblioteca di San Matteo degli Armeni, a Perugia: ‘Un cammino per la Pace: percorsi di azione e ricerca a 50 anni dalla morte di Aldo Capitini’, a conclusione della catalogazione informatizzata dei volumi della Biblioteca di Capitini che la Fondazione Capitini ha depositato, appunto, nella Biblioteca di San Matteo degli Armeni.
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