lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

‘La madre’ di Giovanni Staibano e il patto narrativo con i suoi lettori

Intervista a Giovanni Staibano sul suo romanzo d'esordio, pubblicato per i tipi di LFA Publisher. Il libro verrà presentato, il 22 dicembre prossimo, alle 18.00, nei locali del ristorante 'Il Moderno', a Perugia

 
Perugia.  ‘Camminava senza meta, seguendo il fascio di luce giallo smorto della sua torcia malandata; ogni tanto si spegneva, lei si fermava, dava una piccola botta, la luce tornava: come diapositive proiettate da un invisibile caricatore il vecchio biliardo, il vecchio jukebox, il vecchio bancone’.

Chi vede in questo testo? Qual è il punto di vista percettivo? Chi regola l’informazione, operando una selezione di informazioni, calibrate sulla base di ciò che è espressamente mostrato nel testo e di ciò che, invece, rimane fuori? L’angolo visuale pare essere ‘0’, il narratore onnisciente, ‘un invisibile’ burattinaio che muove le pedine del gioco narrativo in un crescendo di suspense.

La madre di Giovanni Staibano (LFA Publisher, 2018), che sarà presentato a Perugia, il prossimo 22 dicembre, alle 18, nei locali del ristorante ‘Il Moderno’, è un thriller psicologico tutto giocato sulla vita di tre donne appartenenti a tre generazioni diverse, i cui destini si intrecciano in una successione di eventi, che si dipana a partire da una festa organizzata al Whispering Pines Pool in una notte di agosto del 1995. Margareth Winstorn, signora di mezza età che vive nel Nord della Florida, Elizabeth Ashley, giovane e intraprendente, membro dell’Ocala Health and Rehabilitation Center, e Natalie Torres, infermiera cresciuta in ambienti malfamati: tutte, legate da un destino comune e, ognuna a suo modo, dall’aver vissuto, anche solo come mera ricerca, la maternità, dalla prospettiva di madri o di figlie.

Abbiamo intervistato, sul suo romanzo d’esordio, l’autore, Giovanni Staibano, tenendo presente che ‘autore’ e ‘narratore’ abbiano significati diversi dal punto di vista narratologico: il primo è lo scrittore dotato di una precisa fisionomia storica, il secondo è un meccanismo narrativo, una persona fittizia, data, cioè, dalla finzione letteraria, che ha il ruolo di narrare una storia. L’autore instaura uno specifico rapporto col lettore: la lettura di questo romanzo corale ha suscitato in noi lettori un processo di identificazione nei personaggi e di immedesimazione nella vicenda narrata. È il patto narrativo, la relazione implicita tra autore e lettore durante l’atto della lettura, basata sulla sospensione dell’incredulità da parte del lettore, che accetta di credere a ciò che legge, pur rimanendo consapevole della natura fittizia del testo. Specie quando il testo, nella intentio auctoris, come in questo caso, vuole essere ‘paura pura’.

Abbiamo avuto modo di conoscerci a vari corsi sulla narrativa, interrogando i nostri testi e quelli altrui, convinti che dovessero essere attivati nell’atto della lettura, dell’interpretazione e della riscrittura: la scrittura è, per te, un fatto di cancellatura e, appunto, di riscrittura?

Ahimè sì. Vorrei essere uno di quei geniacci dalla penna facile, che riescono a mettere in fila anche i pensieri più tortuosi, ma non lo sono. Io faccio parte di quell’enorme fetta di scrittori che hanno solo l’1% di talento (forse), e il resto ce lo devono mettere con l’impegno, la dedizione e la costanza. Per cui testa bassa e tanto lavoro!

Sei tornato a scrivere, dopo una prima fase giovanile, negli ultimi dieci anni, appassionandoti ai gialli e ai thriller: cos’è cambiato, oggi, rispetto a quelle prime prove di scrittura e a cosa va ascritta la scelta di questa precisa tipologia testuale?

Ho iniziato a scrivere intorno ai vent’anni, erano racconti e brevi astrazioni ermetiche, che hanno visto il loro culmine in un aporema tra prosa e poesia, L’incubo immortale. Poi le situazioni della vita mi hanno allontanato da carta e inchiostro, ma non del tutto: mi sono appassionato al mondo di Crichton, Cornwell, Koontz, Deaver, e nel contempo ho sempre tenuto traccia di potenziali trame da trasformare un giorno in romanzi. Per questo, quando qualche anno fa le vicissitudini mi hanno ravvicinato al mondo della ‘creazione con le parole’ ho scelto il genere che, a quel punto, era diventato a me più caro.

Hai pubblicato il tuo romanzo d’esordio, La madre, per i tipi di LFA Publisher, ottenendo un successo di pubblico e di critica. È stato definito ‘un thriller psicologico’: affibbieresti al tuo libro questa etichetta? O, forse, è meglio parlare di ‘un romanzo corale e polifonico’, in cui i punti di vista delle protagoniste, tre donne appartenenti a generazioni diverse, si moltiplicano?

La Madre volevo che fosse paura allo stato puro, volevo che andasse a sollecitare quei reconditi meandri della mente umana dove si instillano dubbi e inquietudini. E non esiste nessun motore produttore di paura più potente del nostro cervello, se opportunamente sollecitato. Quindi, sì, La Madre è un thriller psicologico. Quello che esce fuori dalle tre donne protagoniste è invece quella sfumatura noir che credo nessuno si aspettava, quei limiti che vengono rotti quando il normale procedere della vita ci pone di fronte a ‘mostri’ che mai pensavamo di dover affrontare.

Margareth Winstorn, Elizabeth Ashley e Natalie Torres, la festa organizzata al Whispering Pines Pool in una notte di agosto del 1995, e ‘il mostro’ Stew Knight: la fabula e l’intreccio non coincidono, continue sono le anacronie, i salti in avanti e all’indietro, l’incremento e l’intersecarsi degli eventi, i dialoghi fitti tra voci appartenenti a generazioni diverse. Cosa scegli di mostrare in una storia? Quanto rimane nella sfera del non-detto? Riscriveresti il tuo romanzo adottando una mappatura diversa?

Io riscrivo sempre i miei romanzi, almeno due volte. Nella prima stesura devo far conoscenza con tutti i componenti del gioco, definire in maniera impeccabile luoghi, date e avvenimenti, cogliere i punti di maggiore suspance, limare i raccordi e dare aria agli snodi fondamentali. Poi, da lì devo essere bravo a cogliere il diamante che si cela nella pietra, e se c’è, per estrarlo, mi faccio aiutare da alcuni collaboratori che pazientemente analizzano le mie storie quando sono ancora in divenire. Credo che ogni autore dovrebbe avere sempre avere questa sorta di umiltà, scrivere un romanzo è un’opera complessa, difficile e faticosissima: pensare di potercela fare da solo, per me, è impensabile.

Il titolo che hai scelto, ‘La madre’ introduce il tema da te trattato nel libro e, per certi versi, orienta il lettore, prolungando idealmente il significato del testo. La trama pare ruotare attorno a questo quesito: ‘fino a che punto si può spingere una madre a cui sono stati sottratti i figli’? Il narratore, come è tua consuetudine, è onnisciente, muove dall’alto le pedine del gioco narrativo e legge la psicologia delle tre donne protagoniste, soffermandosi sulla maternità. Come costruisci i tuoi personaggi? Dacia Maraini ha recentemente affermato che i suoi personaggi bussano alla sua porta, le chiedono di entrare e cominciano a raccontarsi…

‘Scrivere è un processo di scoperta e di invenzione, quindi più aumenta la complessità della storia da raccontare, maggiori saranno le probabilità che si sviluppi in maniera imprevista. Perciò non basta sviluppare una trama, occorre tenerla sotto controllo’. Questo è un insegnamento che ho tratto da un corso di scrittura creativa: non vuol dire chiudere tutte le porte in faccia ai propri personaggi, dico solo che se uno dei miei mi viene a fare qualche proposta, io gli rispondo: ‘Sediamoci e parliamone’.

La lettura del tuo libro suscita nel lettore un processo di identificazione nei personaggi e di immedesimazione nella vicenda narrata. Il patto narrativo si fonda sulla ‘sospensione dell’incredulità’ da parte del lettore, che considera come veri i personaggi, la storia, le situazioni descritte, pur rimanendo consapevole della natura fittizia del testo che sta leggendo. Qual è il tuo rapporto con il lettore?

Riprendo il non-detto citato prima. Quando si pensa a un thriller si sottoscrive un patto con il lettore: tutto deve essere reso senza trucchi, né inganni. Io devo essere solo bravo a manipolare le pedine per distrarre, portare l’attenzione altrove, e ricalarla nel cuore della storia quando questa è ormai entrata nella mente di chi legge. Per questo, posso dire che il mio rapporto con il lettore è di assoluta onestà. Alla fine di ogni mio romanzo tutti si devono sentire soddisfatti nell’aver speso il loro tempo in una sfida, che immancabilmente devono, però, perdere: altrimenti, che gusto ci sarebbe?

 

 

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