lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

La patria dell’agricoltura e del verde afflitta dal caporalato

Neanche il cuore verde d'Italia è risparmiato dalla becera pratica, ai limiti della schiavitù, che costringe braccianti e stagionali a turni massacranti per una paga vergognosa. Lo ha denunciato la Cgil tramite i suoi uffici territoriali

 
La patria dell’agricoltura e del verde afflitta dal caporalato
Regione Umbria. Sa quasi di termine desueto la parola caporalato, soprattutto in una Regione come l’Umbria conosciuta per le eccellenze del territorio, molte delle quali provenienti dalla una speciale tradizione fatta di terra, agricoltura e sudore contadino. Eppure, questo fenomeno che altro non è se non di adescamento illegale di manodopera a basso prezzo, sembra essere alquanto diffuso. In particolare, il segretario regionale della Cgil Mario Bravi ha segnalato, attraverso il lavoro svolto dagli uffici territoriali del sindacato, la presenza di un cospicuo numero di lavoratori stranieri – prevalentemente originari del nord Africa e del Bangladesh – impiegati a condizioni inique di lavoro, dopo essere stati reclutati nei paesi extracomunitari per la raccolta di tabacchi.

E’ stata di conseguenza presentata una specifica denuncia all’ispettorato del lavoro per vederci chiaro. Una denuncia dovuta, se si pensa al fatto che si parla di una paga irrisoria come 25 euro per 14 ore di lavoro nei campi, addirittura decurtati delle spese per il trasporto ai luoghi di lavoro, oltre che per l’acqua e per il cibo consumati durante i massacranti turni.

Una pratica infame, diffusasi certamente ancora di più dopo i massicci movimenti migratori degli ultimi anni e troppo spesso balzata agli onori della cronaca nera, come quando nel 1980 alcuni caporali tentarono di investire lavoratori e sindacalisti di Villa Castelli durante una manifestazione o recentemente, nel gennaio 2010, i lavoratori extracomunitari di Rosarno organizzarono una serie di manifestazioni poi sfociate nella violenza contro i caporali, che li costringevano a raccogliere agrumi con turni di lavoro fino a 15 ore al giorno.

Non è azzardato paragonare il caporalato ad una nuova forma di schiavitù. Chissà se il nuovo reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, introdotto nel codice penale nel 2011, potrà  fungere da deterrente. Certo, le pene previste per i cosiddetti “caporali” sono la reclusione da cinque a otto anni e una multa da mille a 2 mila euro per ogni lavoratore coinvolto, ma molto spesso si sa che l’avidità vince anche sulla comminazione delle pene più aspre.

L’augurio è quindi che la mossa della Cgil sia utile per stanare e combattere questa forma di oppressione di persone, già poste ai margini di una società che – ci si auspica – non regredisca ulteriormente.

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