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“L’io che traccia i confini”: la poesia e l’Europa

A Umbria Poesia, un incontro sulla lirica del Vecchio Continente, con Jamie McKendrick, Anna Maria Carpi e Italo Testa, e con l'accompagnamento musicale di Riccardo Medile e Silvia Argurio

 
“L’io che traccia i confini”: la poesia e l’Europa
Perugia. Una migrazione forzata. Uno spostamento forzoso. Una circolazione di idee, parole, concetti e figure, di uomini. Non necessariamente di una élite di dotti. Ma di uomini. Perché l’idea di ‘una poesia europea’ è legata più ad una diffusione di esperienze, che alla migrazione di testi letterari, di retaggi linguistici, di codici trasmessi, di intertraduzioni.

Ad affermarlo, nell’alveo dell’incontro di oggi, 14 marzo, di Umbria Poesia – incontro dedicato all’Europa e alla poesia –, Italo Testa, co-direttore della rivista di poesia “L’Ulisse”, con all’attivo sillogi poetiche come La divisione della gioia (Transeuropa, 2010, Premi Tirinnanzi, Città di Ustica, Finalista Carducci), Biometrie (Manni, 2005, Premio San Giuliano Terme, Finalista Sandro Penna), Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004, Finalista Premio Montano), ospite, insieme a Jamie McKendrick ed Anna Maria Carpi di “Poesia & Europa”, con l’accompagnamento musicale di Riccardo Medile, specializzato in musica rinascimentale e barocca presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, e Silvia Argurio, curatrice dell’esecuzione musicale delle liriche medievali per il progetto ‘Laboratorio Medievale Romanza’ della Sapienza di Roma. Ha ripercorso varie correnti e temperie culturali, Italo Testa, per estrinsecare la sua idea di ‘poesia del Vecchio Continente’, dal Petrarchismo europeo, come fenomeno di circolazione di modelli attraverso le lingue nazionali, alla lirica dei trovatori provenzali, della lirica trobadorica che ha fecondato le tradizioni di ciascun Paese, quando i volgari non esistevano ancora, sulla base di una circolazione non solo linguistica, ma delle esperienze, e di un immaginario di luoghi, di parole e figure. Un immaginario, questo, in cui poter trovare, specie con riferimento ai poeti contemporanei, un cross-over fra le diverse aree linguistiche, nonostante la crisi istituzionale europea. «Il mio, il nostro – ha dichiarato Testa – è un approccio post-letterario, basato sulla cultura visiva, e su un immaginario pop legato alle tradizioni letterarie, che ha a che fare con quelle mondiali, e non solo con lo spazio europeo»: un materiale letterario, quello che Testa si è accinto a leggere, che ha a che fare con reperti linguistici, film, video-maker, e con un bagaglio di cultura artistica e cinematografica che circola in uno spazio ampio, che non pertiene solo alla vecchia Europa. «Spogliarsi / in una stanza / disadorna – sono versi tratti dalla raccolta La divisione della gioia: Delta (sezione III) – muoversi / con violenza / contro la parete / lasciarsi prendere / da una foga / una veemenza cieca / e a testa bassa / andare / a cuneo / dalla pelle a brani / scacciare il male / sul pavimento / a piombo / lasciarsi andare / in una stanza / disadorna / precipitare».

«La poesia è l’arte più radicata nella sua matrice nazionale», l’arte più vicina all’inesprimibile, è stato il commento di Jamie McKendrick, poeta inglese nato a Liverpool, che vive e lavora ad Oxford, facente parte, nel 1994, del gruppo di venti poeti selezionati per il numero speciale della «Poetry Review» dedicato ai New Generation Poets, e, attualmente, curatore di un’antologia in lingua inglese della poesia italiana del Novecento. «L’idea di Europa – ha proseguito – mi è vicina, anche se in questa fase stiamo vivendo momenti di chiusura. È leggendo Catullo, col mio pessimo latino di adolescente, che ho capito cosa si intendesse per poesia». Una poesia, la sua, dai toni a tratti irriverenti, a tratti umoristici: «Per anni all’ombra della montagna – si legge in Sul vulcano – / mai avremmo pensato di essere noi a farle / ombra, / di sbirciarle dentro da lassù in alto (…)».

Dal canto suo, Anna Maria Carpi, germanista, scrittrice e traduttrice, docente di Traduzione letteraria dal tedesco alla Statale di Milano – le sue traduzioni dalla poesia tedesca (Nietzsche lirico, Benn, Celan et alii) le sono valsi, nel 2012, il Premio nazionale per la traduzione – ha ‘sbirciato’ nel panorama della lirica tedesca del Novecento, con un excursus sui ditirambi nietzschiani (secondo i quali il poeta, lungi dall’essere ‘il pretendente della verità’, rappresenta una maschera, un bugiardo, la preda di se stesso), sui versi di Benn, per il quale l’andare, il viaggiare è vano, così come il nomadismo contemporaneo è da sconfessionare, in una babilonia di situazioni inutili e confuse, in un transit, in un transfer continui, non in grado di segnalare ‘la segreta soglia’. «Un madido abisso – sono versi tratti dalla raccolta Quando avrò tempo – ci ha tra le mani, / che venga notte che venga giorno / tundra o tajgà, / nei vetri bianchi di ghiaccio / nei vetri imperlati di pioggia / il treno è in fuga». In fuga come quel movimento forzoso di idee e di uomini, che sottende la ‘poesia europea’.

 

 

 

 

 

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