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L’Umbria della lunga crisi: economia debole, ma internazionalizzazione e innovazione ci salveranno

La fotografia scattata dal Rapporto economico e sociale 2014 dell'Aur. La presidente Marini: ripartiamo dai fondi strutturali per innovare e tornare ad essere competitivi, per formare i giovani, per incentivare il welfare

 
L’Umbria della lunga crisi: economia debole, ma internazionalizzazione e innovazione ci salveranno
E’ “l’Umbria della lunga crisi” quella descritta questa mattina a Palazzo Donini nel corso della presentazione del Rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014, realizzato dall’Agenzia Umbria Ricerche. Presenti il presidente dell’Aur, Claudio Carnieri, il direttore Anna Ascani, i due esperti Mauro Casavecchia ed Elisabetta Tondini, nonchè la presidente della Regione Catiuscia Marini, che ha concluso i lavori. L’appuntamento è il primo di un ciclo di incontri di approfondimento sul Rapporto, in programma previsti altri appuntamenti l’11 febbraio (le dinamiche e le strategie d’impresa), il 18 (approfondimenti settoriali) e il 26 (tendenze sociali).

Il Rapporto – E’ già noto che l’Umbria ha pagato la crisi più di altre regioni italiane, perdendo ben 11 punti di Pil dal 2008, rispetto ai 9  italiani. Ben il 49,8% delle aziende della regione, una su due, ha visto diminuire i propri ricavi; rispetto alla media nazionale l’Umbria ha una minore produttività del lavoro, una più bassa redditività, una peggior qualità del capitale umano ed una dimensionalità che si attesta su imprese piccole e piccolissime (1-3 addetti). A pesare è poi la minor capacità di esportazione, con un orientamento delle imprese umbre volto soprattutto al mercato locale, nazionale, nonchè molto protetto dalle Pubbliche Amministrazioni. Anche le retribuzioni restano nel settore privato tarate su livelli inferiori rispetto al resto d’Italia, ben l’87% della media nazionale.

I settori – Il Rapporto si sofferma anche ad approfondire settori fondamentali per l’economia regionale. Oltre alla manifattura e alle costruzioni, da sempre colonne portanti del mercato regionale, è interessante notare, come, ad esempio, l’industria alimentare, in controtendenza con l’Italia, abbia incrementato in questi anni di crisi l’occupazione, senza intaccare il livello di produttività. In controtendenza anche il comparto delle industrie culturali e creative, che ha avuto una dinamica in crescita per valore aggiunto (5%) e per occupazione negli ultimi anni, seppure sempre a livelli minori rispetto al resto d’Italia. Altro settore d’eccellenza quello delle fonti energetiche rinnovabili. Se è vero, infatti, che l’Umbria ha un indice di intensità energetica e di emissioni di gas serra superiore alla media nazionale, è altrettanto vero che è la quarta regione per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili e la seconda per il risparmio energetico legato ai certificati bianchi.

Da dove ripartire – “Pur in un contesto così difficile – ha spiegato Mauro Casavecchia dell’Aur -, c’è un gruppo di imprese che è cresciuto e ha avuto successo. Ciò non dipende dal settore di appartenenza o dalle dimensioni, ma dalle strategie messe in campo. Queste imprese hanno, infatti, abbinato internazionalizzazione e innovazione, differenziando le proprie strategie competitive e non riducendo semplicemente i costi”. “Interessante – continua Casavecchia – anche il settore delle start up, che anche in Umbria cominciano a svilupparsi, seppur con piccoli numeri, con una quarantina di nuove imprese innovative censite negli ultimi quattro anni. Un ottimo esempio di come la ricerca possa essere linfa vitale per il mercato, dando spazio soprattutto alle giovani generazioni”.

La presidente Marini L’Umbria – ha sottolineato la presidente Marini -, e l’Italia in generale, hanno visto una fortissima contrazione degli investimenti pubblici, a causa delle politiche di austerità intraprese nei primi anni della crisi, politiche che, in molti casi, hanno bloccato lo sviluppo. E’, invece, importante tornare a investire in finanziamenti pubblici, soprattutto nei settori dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Occorre poi privilegiare le politiche che aiutano a dare opportunità di lavoro, soprattutto in merito alle nuove generazioni, e non solamente a quelle che incentivano l’aumento dei consumi”. “Il miliardo e mezzo di risorse dei fondi strutturali – ha continuato la presidente – sono in questo fondamentali e vanno impiegati non più per costruire strutture, ma per aiutare la specializzazione intelligente del nostro sistema produttivo per irrobustirlo, caratterizzarlo e recuperare il gap di competitività perso dalla regione negli anni. Dobbiamo puntare sui nostri punti di forza, come le imprese che hanno investito in innovazione e internazionalizzazione, per esportare il loro modello virtuoso anche ad altre realtà. E ancora sull’istruzione e la formazione dei giovani, sulla caratterizzazione del territorio e sulle politiche e servizi di welfare, grandi fattori di sviluppo economico”.

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