Ad apertura del ciclo di seminari promosso da Umbrò Cultura – il progetto di seminari, attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati ai temi cruciali del contemporaneo, discussi a livello collegiale da un comitato scientifico composto, fra gli altri, da Maria Borio, Barbara Carnevali, Chiara Fenoglio, Stefano Giovannuzzi, Umberto Fiori, Gian Mario Villalta e inaugurati, il 9 dicembre, dall’incontro con Dacia Maraini – il 13 febbraio scorso, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, a Perugia, Antonio Moresco, una delle menti più illuminate del panorama letterario italiano contemporaneo (ha esordito a 45 anni, con ‘cose’, come le definisce lui, ‘scritte a 30’, e che si è forgiato in una lotta con un certo ostracismo del mondo editoriale, prima delle pubblicazioni, fra gli altri, con Mondadori, Bollati-Boringhieri, Feltrinelli) ha dialogato con Raffaello Palumbo Mosca, collaboratore del progetto BooksInItaly, la casa editrice Zanichelli e «Nuovi Argomenti» in merito alla sua fatica letteraria ‘Fiabe da Antonio Moresco’, illustrate da Nicola Semori per i tipi della casa editrice Sem, e alla fiaba tout-court. In quel libro, l’autore, fra gli altri, de ‘Gli increati’, si cimenta con le fiabe di Perrault, La Fontaine, Andersen, dei fratelli Grimm, senza rinchiuderle dentro un genere definitivo e finito, ma facendole sconfinare, combattendole e amandole. Imprimendo loro una nuova identità. Durante la conversazione con Palumbo Mosca, invece, Moresco ha descritto i personaggi fiabeschi definendoli degli emblemi. «Nella fiaba si ha una visione del mondo verticale – ha spiegato lo scrittore e saggista – L’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia, la Bibbia, Madame Bovary, i drammi di Shakespeare, Gargantua e Pantagruel hanno un’andatura da fiaba. Anche i Promessi Sposi sono una fiaba, una fiaba in cui dentro ci sono la storia, la religione…». Moresco ha inteso, dunque, rompere il diaframma fra letteratura e fiaba, che hanno in comune lo stesso passo narrativo e verticale, il medesimo processo di conoscenza.
«Nella fiaba – si chiede Palumbo Mosca – la psicologia è destino. C’è un carattere consolatorio delle fiabe nel destino?».
«Non bisogna cadere nel determinismo – ha affermato Moresco –. I personaggi sono un destino nelle fiabe, nel senso che incarnano un destino. Gli antichi ragionavano sul tema dei caratteri, in cui fissavano le categorie del destino. La determinazione genetica, poi, ci ha detto altro. Siamo diversi dai nostri stessi fratelli, proprio a causa dell’impatto con la realtà, dell’impatto fra determinazione genetica e mondo. La fiaba credo ci dica che non c’è una modifica della superficie (la strega di Biancaneve rimane tale fino alla fine): vi è una metamorfosi nella fiaba. Il ranocchio diventa principe, forse perché lo era già, senza sapere d’esserlo. Cenerentola, da ultima, diviene prima. Contro ogni forma di determinismo, appunto. L’impossibile diviene possibile. Vi è un sentimento che contempla sia la possibilità del possibile, che quella dell’impossibile. Le fiabe tirano fuori il nocciolo inscalfibile della vita: la metamorfosi. Ecco, tutto questo mi affascina, anche come romanziere».
«La metamorfosi in Pinocchio è quasi reversibile: diventa asino, ma poi ridiviene Pinocchio… Chi era il tuo lettore – è la domanda di Palumbo Mosca – quando riscrivevi queste fiabe?».
«Si tratta di un libro destinato sia a bambini che ad adulti. Si pensa che lo scrittore che non ha un referente preciso non sia attento. Non c’è un target: non so qual è il mio lettore. Mi rivolgo a lui cercando di aprirmi, di aprire la ferita che c’è al centro di ogni vita, indipendentemente da che sia giovane, vecchio, donna, bambino. Non disprezzo l’unicità e l’identità di ogni lettore. Quando scrivo, cerco di volare alto col lettore».
«Il lettore reale – è stato allora il commento di Palumbo Mosca – è qualcuno che legge, perché ha a cuore il proprio destino. Pubblicare, oggi, una raccolta di fiabe, può sembrare reversivo, invece si pone perfettamente in linea con il tuo percorso di scrittura…».
«Combatto contro l’idea che la letteratura possa solo descrivere l’apparenza del reale. Ma lo specchio della realtà, non è tutta la realtà. È solo una piccola parte della realtà, come ci insegnano anche i fisici: la materia con cui entriamo in relazione è solo una minima percentuale del reale. Siamo dentro un residuo».
Un residuo, che può essere solo un’idea della vita, e delle categorie dello spazio e del tempo. ‘Pinocchio’ ci narra la storia di un burattino di legno. E, però, l’invenzione permette di dire più cose della realtà, così come avviene nella ‘Metamorfosi’ di Kafka. La letteratura, dunque, non è un’ancella di qualcosa, ma strappa un pezzo di verità in più dentro il mondo. E, d’altronde, come ci ha insegnato Lukács, uno scrittore deve avere la capacità sonnambolica di dire una verità ulteriore: ‘mi sa che Kafka era il più realista di tutti!’.
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