Milord, e i 33 passi di Murakami. I ‘lieti calici’ della Traviata di Giuseppe Verdi – scena II –, e i luoghi della mente, le stanze della memoria. I sassi riposti, e i piedi che, sbloccatisi, tornano a danzare in un modo che giunge sempre gradito. I disegni infantili, stereotipati, e una lavagna con gessetti colorati, che tratteggiano profili (anche) umani. Un ammasso di corpi, linee intersecate, ronde-jambe, pliés, arabesques, e abbracci che non si toccano. Una solitudine, quella dei ballerini, e la solitudine del testo. E un tentativo di trascrizione, e di notazione, coreografico.
La compagnia di Manuela Giulietti, Undercover Dance Company, nell’alveo della stagione ‘Indizi’, si è esibita il 28, 29 e 30 aprile, in ‘Exit 33’, nella residenza artistica – Sala Cutu – dell’Associazione Culturale Teatro di Sacco, a Perugia: un’uscita, raggiunta al ritmo di 33 passaggi che i danzatori sono stati chiamati ad effettuare, annotando coreograficamente i 33 punti di sospensione del romanzo di Murakami, da cui lo spettacolo trae origine; un’uscita, che coincide, infine, con un’entrata, nella direzione della consapevolezza del sé. Una fine che sancisce un nuovo inizio.
Por de bras, gran pliés, giri-testa, rotazioni laterali, fuori-asse, attitudes: per tornare a danzare, i piedi si sbloccano, e i sassi, sineddochi dei fardelli umani, vengono appoggiati a terra, riproducendo il suono sincopato di tante nacchere. Sassi come strumenti musicali, dunque. Voci come note, movimenti ampi e circolari come tratti costitutivi di una forma di notazione non glottica, in cui il piano del contenuto – ‘1. Danzare, rispose. 2. – Continuare a danzare, finché ci sarà musica. 3. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. 4. Danzare senza mai fermarti. 5. Non devi chiederti perché. 6. Non devi pensare a cosa significa. 7. Il significato non importa, non c’entra. 8. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. 9. E una volta che si saranno bloccati, io non potrò più fare niente per te. 10. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. 11. Finiranno per sempre. 12. E tu potrai vivere solo in questo mondo. 13. Ne sarai progressivamente risucchiato. 14. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi. 15. Anche se quello che fai può sembrarti stupido, non pensarci. 16. Un passo dopo l’altro, continua a danzare. 17. E tutto ciò che era irrigidito e bloccato piano piano comincerà a sciogliersi. 18. Per certe cose non è ancora troppo tardi. 19. I mezzi che hai, usali tutti. 20. Fai del tuo meglio. 21. Non devi avere paura di nulla. 22. Adesso sei stanco. 23. Stanco e spaventato. 24. Capita a tutti. 25. Ti sembra tutto sbagliato. 26. Per questo i tuoi piedi si bloccano. 27. Alzai gli occhi e guardai la sua ombra sul muro. 28. – Danzare è la tua unica possibilità, continuò. 29. – Devi danzare, e danzare bene. 30. Tanto bene da lasciare tutti a bocca aperta. 31. Se lo fai, forse anch’io potrò darti una mano. 32. Finché c’è musica, devi danzare! 33. Finché c’è musica, devi danzare! Fece eco la mia mente’ – si riverbera su quello dell’espressione, accordando repertoriazioni coreografico-musicali, mimiche facciali, linee fluide, sinuose, che ripercorrono, energicamente ed euritmicamente, i punti di sospensione del testo. Un testo, trascritto nuovamente in una notazione coreografica, in cui un’idea, un concetto sono tradotti – tradurre è tradire? – in empiricità, movimento, ductus, gesto manuale e antropologico di piedi che scrivono per terra, di braccia che eseguono tratti nell’aria.
È davvero possibile ‘ascoltare un gesto’? Forse sì, se si procede per elementa, per tratti costitutivi di singole lettere che divengono moto, passi, passaggi continui verso un’uscita-entrata, verso una fine-inizio. Forse sì, se financo la voce può diventare esperienza visiva, oltre che sonora, se anche la scrittura in fieri può essere tradotta in danza. E in 33 punti di sospensione.
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