Critico musicale – Fin dalla prima edizione nel 1973, quando si era trovato in uno scenario del tutto inconsueto per chi seguiva il jazz allora: una interminabile distesa di sacchi a pelo davanti ai palchi nelle storiche piazze dell’Umbria e un pubblico molto diverso da quello che frequentava il jazz club. Al contrario della maggior parte degli osservatori “puristi”, perplessi se non ostili, Franchini giudicò’ quello spettacolo, come scrisse poi sul Corriere della sera di cui era inviato, una “utopia, ma una magnifica utopia, la musica in piazza gratis come un servizio sociale”. Anche musicalmente, Franchini dimostrò sempre una straordinaria apertura mentale: pur profondo conoscitore e innamorato del jazz, riteneva che fosse giusto sperimentare strade diverse dall’ortodossia della musica afroamericana e ascoltava con curiosità’ anche chi proponeva forme di contaminazione, meglio se audaci. In Umbria, in cui era di casa anche perché’ aveva lontani antenati perugini, colpiva la non comune familiarità che gli dimostravano i grandi musicisti jazz che si esibivano al festival, soprattutto quelli più’ anziani e più famosi, da Ornette Coleman a Sonny Rollins a Wayne Shorter, che lo consideravano, semplicemente, uno del “giro”.
Scrittore – Franchini era anche uno scrittore di musica sensibile e colto; conosceva il jazz ma, ancor più, lo capiva. Piu’ volte durante il festival aveva presentato i suoi libri sulla musica, dedicati ad artisti o a storie del jazz, ma anche cronache di viaggio, perche’ Franchini aveva anche la vocazione del grande viaggiatore e aveva scritto molto sulle sue visite in Africa, a New Orleans o in Algeria. L’ultima sua visita a Umbria Jazz, espressamente invitato dal festival, Franchini la fece nella scorsa edizione, quando aveva 87 anni ed era già seriamente malato ma con la immutata voglia di ascoltare, vedere, parlare con gli artisti ai quali aveva dedicato sessant’anni di lavoro e di passione.
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