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“Non è tempo per noi”, storia di una non generazione mai sbocciata

Con un incontro-spettacolo Andrea Scanzi ha presentato il suo ultimo libro nell’ambito del Festival internazionale del giornalismo

 
“Non è tempo per noi”, storia di una non generazione mai sbocciata
Perugia. Successo, giovedì sera (Primo maggio), al Teatro Pavone di Perugia per Andrea Scanzi e Giulio Casale, protagonisti dell’incontro-spettacolo “Non è tempo per noi”, nell’ambito dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Giornalismo. L’evento ha dato modo allo stesso Scanzi di presentare il suo ultimo libro: “Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina”, edito da Rizzoli.

Le ballate di Edoardo Bennato interpretate da Giulio Casale fanno da colonna sonora ad un ritratto inedito e a tratti impietoso, ma pur sempre ironico, della “non generazione” degli attuali quarantenni, che non hanno (ancora) né vinto né perso poiché si sono limitati a restare in panchina, in attesa di un motivo. Come canta Ligabue in “Non è tempo per noi”: “Certi giorni ci chiediamo è tutto qui? E la risposta è sempre sì…”.

La generazione precedente ha cercato di combattere lotte ideologiche, rivendicando e conquistando vittorie importanti come l’aborto e il divorzio e perdendone altre, ma portando a casa almeno un pareggio.

Vero che Gaber, nel suo album del 2001: “La mia generazione ha perso”, ne dubita : “La mia generazione ha visto le strade, le piazze gremite di gente appassionata, sicura di dare un senso alla propria vita, ma ormai sono tutte cose del secolo scorso, la mia generazione ha perso”. Ma almeno non è restata in panchina.

Il quarantenne di oggi, descritto da Scanzi, si arrabbia “urlando contro il cielo”, ma non troppo. Sputa contro il cielo ma non vuole cambiare troppo, sempre parafrasando Ligabue, esattamente come il nostro attuale Presidente del Consiglio. Matteo Renzi, figlio degli anni Settanta, è uno degli esempi citati da Scanzi: il giovane gattopardo che vuole cambiare ma non troppo, il rottamatore che non riesce a rottamare, forse anche perché figlio di una generazione durante la quale l’ideologia è totalmente scomparsa, anche dalla sfera musicale. Non troviamo più testi come “L’avvelenata” di Guccini o “La domenica delle Palme” di Faber. L’Io prevale sul Noi, la canzone diventa meramente intrattenimento musicale e la politica resta orfana dell’ ideologia.

L’ideologia si sposta, o almeno prova a farlo, attraverso il cinema, sia con i girotondi di Nanni Moretti e Paolo Flores D’ Arcais sia attraverso la comicità di Paolo Rossi, Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese o Daniele Luttazzi o, infine, Beppe Grillo, che diventa personaggio politico prima di esserlo perché racconta ciò che gli altri non dicono.

Paolo Sorrentino, classe 1970, il regista de “La Grande Bellezza” Premio Oscar come miglior film straniero, riesce a raccontare perfettamente non la sua generazione ma quella precedente, scegliendo un attore che può essere suo padre. Qualcuno verrà a mancare prepotentemente a questa generazione, che ha dovuto elaborare lutti come la scomparsa di Marco Pantani, di cui non si saprà mai la verità, o di Massimo Troisi, il quale ha lasciato un enorme patrimonio, insegnando a ridere e soprattutto ad inseguire il proprio sogno fino alla fine.

E ancora: nel 1992 verranno a mancare, a distanza di 57 giorni l’uno dall’ altro, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, precipitando il Paese nel terrore prima e nell’oblio poi. Antonino Caponnetto, ricorda un emozionato Andrea Scanzi, in visita ai licei dopo la scomparsa dei suoi “figli” che aveva voluto fortemente nel Pool antimafia, cerca di strappare una promessa ai giovani: “Ora tocca a Voi ricordarli e far camminare le loro idee sulle vostre gambe”. Per troppo tempo, invece, qualcun altro ha invaso prepotentemente i media. Per almeno vent’anni le opportunità dei quarantenni si sono tradotte nel poter votare Silvio Berlusconi, dimenticando la promessa fatta a Caponnetto.

E il riscatto, ha concluso Scanzi nel ringraziare il pubblico e la direttrice del Festival Arianna Ciccone, potrebbe proprio iniziare nel ricordare i due magistrati uccisi. Non prima di essersi scusati con Patrizia Moretti, per quei lunghi cinque minuti di applausi agli assassini di suo figlio Federico Aldrovandi.

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