Da una conversazione di Costanza Lindi con Elena Zuccaccia
Quel titolo non convinceva Elena. La sua raccolta era sine titolo, come molte opere d’arte contemporanea ci hanno, ormai, abituati. All’editore è piaciuto molto: l’ordine è una conditio interiore, che è data, pure, dalla conoscenza del corpo, dell’io, del tu, del noi, che, nella poesia di Zuccaccia, così come in tanta parte della poesia coeva, al femminile o meno, si è soliti constatare, si mescolano e si compenetrano; la mutilazione rompe segmenti, sintagmi (anche lessicali) di illusione di onnipotenza, facendoci scorgere, anche fisicamente, i nostri limiti, ciò che non riconosciamo, o che non vorremmo riconoscere.
“SINTAGMA / uno spavento a due teste / io e te / basta una sbavatura e / io è te / diluita e sparsa chi sa dove tra la 7 pelle / assorbita come sudore / ma io diversa da te / io separata da te / se vuoi possiamo unirci / sovrapporci / combinarci / nelle infinite possibilità grammaticali / – io con te io tra di te io sopra sotto dietro davanti / di a da in con su per tra fra tutte / ma non / quella con e – / succhiarci via tutti i liquidi / prosciugarci / e però, poi, asciutti, staccarci – io da te, / fino a che non ci sarà da succhiare / di nuovo”. È la prima poesia, quella che apre la raccolta, quella che fa incetta di un sintagma, lessicale e non solo. Quella che si nutre di segni interpuntivi e di una spazialità verbo-visiva che solo in parte richiama la poesia visiva e i calligrammi di Mallarmé, senza alcuna intenzione grafica da parte della Zuccaccia. Eppure piano del contenuto ed espressione si mescolano, subiscono una metamorfosi, come lo strano elemento antropomorfo che campeggia sulla copertina, sorta di verme che si mangia la coda, che cerca la sua forma attraverso una trasformazione.
“C’è un’analisi, uno studio microscopico della realtà in “Ordine e mutilazione”, un esame accurato del medium scrittorio – è Lindi a condurre l’intervista –: un’attenzione rivolta al corpo (se è vero vi è una corporeità nella scrittura, come sosteneva Roland Barthes, se è vero che la scrittura è resa col corpo, n.d.r.), una distinzione fra sé e l’altro (possiamo combinarci ma non essere tu ed io), un segno grafico, dei segni grafici che sono soggetto della tua poesia, più che oggetto. Ci sono il corpo, l’io, l’altro, lo scarto fra i due, il linguaggio, non convenzionale, né innovativo”. “In effetti, non tratto di un accoppiamento automatico con l’altro – ha affermato Zuccaccia – né sul piano del linguaggio, né su quello del contenuto. La mise en page, per quanto può sembrare bizzarro e contraddittorio, non ha alcuna intenzione grafica, o di risultare una pagina bella. Alterno poesie brevi a componimenti più lunghi, e gioco con i segni di interpunzione. Il linguaggio trova la propria libertà, come in certi componimenti futuristi, ma nel mio caso non si può parlare di avanguardia, vi è smembramento, e, affinché questo ci sia, posso agire solo sulla punteggiatura, a scapito di ogni automatismo della parola”. “Il percorso conoscitivo della tua raccolta – ha proseguito Lindi – si snoda in sette sezioni: “andando e stando”, “bava di lumaca”, “stanze”, “carne”, “battere e levare”, “mutilazione”, “fluttuazione”: cosa puoi dirci a riguardo?”. “È stato l’editore a suggerirmi questa suddivisione – ha dichiarato Zuccaccia – perché i miei componimenti potessero risultare fruibili al target di riferimento. “Carne” rappresenta il picco della raccolta, il cui corrispettivo è “mutilazione”, mentre nella “fluttuazione” i corpi approdano alla libertà, alla leggerezza, alla fluidità, come fossero liquidi.
“IL CORPO LIQUIDO / mi sento tutta liquida / non ho mani / nessun organo prensile / si stende il corpo liquido / tra le scanalature delle / mattonelle / ora acqua che corre / nervosa / ora pigra lenta cera / o stagna informe fermo in una / pozza / gli occhi spalancati al soffitto / e una paralisi del corpo liquido / immobile / fino ad inghiottirsi”.
C’è una sorta di liquefazione delle parole, che fa da contraltare a quelle “gelate” di Rabelais. Non vi è mai una stasi. Se c’è, come in “Sibilante sola”, non è una condizione permanente, ma si estende in un’ottica futura, di cambiamento.
“Sei appassionata del genere Horror, anche nella scrittura (Elena ride, n.d.r.): quanto questo ha condizionato il tuo modo di scrivere poesia”, ha chiesto con curiosità Lindi. “Leggo molto Artaud, Ivano Ferrari – reputo la sua opera “Macello” naturalmente artaudiana –e poi una poetessa che mi ha fatto conoscere Lillo, Claudia Ruggeri. Sono fermamente contraria all’uso gratuito della violenza. Il corpo senza organi di cui canto, non ha nulla a che vedere con quello del Cyber-horror, in cui la perdita è sostituita dall’elemento tecnologico: nel mio caso si procede per sottrazione, fino ad arrivare ad un corpo nuovo, che non è prefatto, preformato, e che, per questo, rinasce. Il mio, è un bestiario strambo, a tratti surreale, sono corpi terreni che poi si liberano, ma si liberano nella combinazione, che so, di un cane col corpo di una lumaca. L’analisi del corpo, lo studio anatomico si hanno perché è dal corpo che possiamo sentire, entrare in contatto con un altro, il cui sentire, alla stregua del nostro, passa per il suo, di corpo.
“CARNE / io non ho radici / nei posti / nulla mi dice la casa / la strada il sole da un verso / piuttosto che dall’altro / non metto radici nel letto / dormo bene dappertutto / (a volte la schiena, sì certo, / d’accordo) io le radici / le metto nel tempo / come cane / mi struggo d’affetto / invidio il gatto / a cui basta segnare il suo angoletto / carne senza radici / si appoggia ad altra carne / senza bisogno di terra / dove stare”.
“Pieni e vuoti – è stata l’osservazione di Lindi –: qual è il posto del nostro corpo-carne? C’è una volontà di cercare, che non è raggiunta, se non nella fluttuazione”. “La fluttuazione è una meta, che porta il corpo ad alleggerirsi, a trasformarsi, quasi secondo le dinamiche di un procedimento alchemico. Ma la mia trasformazione, a differenza di quella di Artaud, è terragna, e non divina”.
Una nota di lettura di Maria Borio, curatrice della sezione poesia su “Nuovi argomenti”
“Un piccolo libro che segna un percorso compiuto – è stata la lettura di Maria Borio –: tutto questo è inusuale in un poeta emergente che non ha raggiunto i trent’anni. La silloge segue un andamento chiaro ed un percorso definito, che si apre e si chiude nell’immagine di copertina, che richiama la simbologia degli anni Settanta, come già detto. Nel panorama poetico delle nuove generazione vi è una riflessione costante sul corpo e sulla psiche, una traslazione dal fisico al metafisico, un approdo dei grumi di una fisicità interiore. Poi c’è l’individualità di questa poesia lirica – dove per lirismo si intende un rapporto finzionale del sé, dell’interiorità – e la sua problematizzazione: le direttrici convergono sul sé per poi spanciarsi, infrangere barriere, mescolare i piani, estendendo la soggettività su più livelli, che poi si intersecano. Mi stupisce che l’elemento grafico e la mise en texte siano casuali, così come i cromatismi fra bianco e nero: il libro sta tornando ad essere un oggetto d’arte, contro la disseminazione della parola nella rete”.
Non è un caso, forse, se le letture a cura di Angelica Buonaurio siano state accompagnate, sullo schermo, dalla proiezione delle illustrazioni di Miccolis. Un “teatrino delle ombre”. L’unico vero modo di “dare lustro” al testo.
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