Abbiamo due figli che, sa va sans dire, sono entrambi con Dsa, ma in modo diverso. Uno legge bene ma fa un sacco di errori ortografici e l’altro invece è sia dislessico che disortografico, e pure disgrafico.
Facciamo un po’ di chiarezza: dislessia significa “difficoltà di lettura”, ovvero lentezza nel decodificare le parole e poca correttezza. Che vuol dire? Più la lettura sarà lenta, minore sarà la mia comprensione di quello che sto leggendo. Se a questo aggiungo alcuni errori di lettura (“carta” per “casta”, ad esempio) la comprensione sarà notevolmente ridotta.
Il termine dislessia viene però spesso usato ben oltre il suo significato specifico e viene esteso ad altri disturbi specifici dell’apprendimento: la disortografia, la disgrafia e la disclaculia.
Per questo d’ora in poi, in questa rubrica, useremo il termine DSA che sta per Disturbo Specifico di Apprendimento, comprendendo in esso, oltre alla dislessia vera e propria, anche la disortografia (ovvero la difficoltà di comporre la parola scritta), la disgrafia (la difficoltà di produrre materialmente la scrittura a mano) e la discalculia (ovvero la difficoltà di calcolo automatico).
In comune tra loro i DSA hanno il fatto di essere disturbi emergenti nello sviluppo del bambino e non conseguenti a eventi traumatici e, in particolare, il loro carattere specifico (anche se non si sa ancora in cosa consista questa specificità), cioè settoriale, per questo non necessariamente invasivo nelle aree sensoriali o cognitive.
Il Dsa non è dunque un handicap e non risulta essere una malattia invalidante (!): si tratta di bambini “belli” (sani anatomicamente e senza tratti somatici distintivi), intelligenti, con adeguate capacità di linguaggio e normali rapporti sociali.
Sulla questione intelligenza torneremo a parlare nel prossimo articolo.
Tag dell'articolo: disgrafia, dislessia, disortografia.
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