In occasione dell’edizione classe 2017 di Umbria Libri, ‘Voci dal borgo’, che si terrà a Perugia, nel complesso monumentale di San Pietro, dal 6 all’8 ottobre, la sezione ‘Workshop e Seminari’ è stata inaugurata, il 2 ottobre, rispettivamente alle 10 e alle 15.30, all’Università per Stranieri di Perugia, in Sala Goldoni, a Palazzo Gallenga, con due seminari dal titolo ‘Esercizi di stile su Cappuccetto Rosso con tecniche di scribing’ e ‘Progettare l’albo illustrato: riflessioni e sperimentazioni con tecniche di scribing’, tenuti dalla professoressa Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia, coordinatore del Dottorato in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale e ordinario di Semiotica del testo e di Critica letteraria e Letteratura comparata presso lo stesso Ateneo e di Semiotica della scrittura all’Università degli Studi Roma Tre, e da Sandro Natalini, docente di Illustrazione all’Isia di Urbino, dottorando dell’Università per Stranieri di Perugia, dove è in procinto di discutere una tesi sui percorsi dell’albo illustrato in ambito nazionale ed internazionale, illustratore e autore, con case editrici italiane ed estere, nel panorama contemporaneo della letteratura per l’infanzia.
‘Esercizi di stile su Cappuccetto Rosso’, ‘fiaba come genere fluido’, suscettibile di ‘continui adattamenti’, nella ‘versione di Perrault’ e nella ‘versione dei fratelli Grimm’, ‘interdipendenza di parole e immagini’: sono solo alcuni dei concetti esaminati nel corso del primo seminario tenutosi ieri, e illustrati, mediante schemi e disegni, e con tecniche di scribing da Ilenia Pascucci, diplomata all’Isia di Urbino in Progettazione Grafica e Comunicazione Visiva. Un viaggio, quello proposto nella mattinata del 2 ottobre, intorno alla fiaba e alla sua rimodulazione sul supporto dell’albo illustrato. «La narrazione – ha affermato la professoressa Giovanna Zaganelli – rappresenta il punto di partenza, studiato dalla linguistica, dalla linguistica cognitiva, dalla semiotica e, non da ultimo, dalla neuro-narratologia. Ma la narrazione attraversa, oggi, anche altri campi: il marketing aziendale, ad esempio, e la politica. La nostra stessa mente ricostruisce i fatti della realtà che ci circonda narrativamente, sulla base di una logica insieme temporale e causale. Siamo stati immersi nelle narrazioni fin da piccoli, anche grazie alle fiabe. Fiabe in cui, se il commento risulta essere di stampo moralistico, le categorie spazio-temporali sono azzerate, a differenza che gli aspetti sociologici: i rimandi intertestuali dipendono dal contesto territoriale. Tutti concetti, questi, che vengono veicolati, parallelamente, da parole e immagini, sulla base del rapporto che si innesca fra narrazione fatta di parole e narrazione fatta di immagini». Gli ‘esercizi di stile’ si sono incentrati su un campione testuale rappresentato da varie edizioni della fiaba di Cappuccetto Rosso, a partire, come ha illustrato Sandro Natalini, da Caperucita Roja di Gabriela Mistral, l’edizione cilena che ha ricalcato la versione di Perrault (diversa da quella che comunemente conosciamo, basata, invece, sulla versione tràdita dai fratelli Grimm) e che è risultata vincitrice, nel 2013, del Premio della Fiera dell’Editoria per Ragazzi di Bologna: l’analisi di Sandro Natalini ha focalizzato la sua attenzione sul formato di tale albo, importante, anche dal punto di vista narrativo, sul contrasto di inchiostro, sul valore narratologico delle risguardie, sul livello iconologico (il lupo, in questa riscrittura della fiaba di Cappuccetto Rosso, assume le sembianze di un serpente, simbolo di una creatura subdola), sul racconto iconico surreale, sulle ombre e sulle proiezioni, secondo precise scelte stilistiche che subiscono l’influsso spagnolo e quello dell’arte primitiva sud-americana, e sulla simmetria esasperata che connota questo picturebook e che ingenera pathos. Un pathos, riscontrabile (anche) nella quarta di copertina, in cui ‘restano’ solo il cappuccio e le scarpe di Cappuccetto. Accanto alla sua tomba, è raffigurato un procione, e viene incrementata, così, la potenzialità illustrativa rispetto alla parola. Si è passati, poi, ad altre riscritture della fiaba di Cappuccetto Rosso: il riferimento è, ad esempio, a Little Red Riding Hood di Nicoletta Ceccoli, nelle cui risguardie viene illustrato l’eterno ‘gioco’ fra vittima e carnefice, sulla base di diversi punti di vista, di una consequenzialità anche spaziale – la strada da percorrere prima, quella che arriva dopo – e di una intersecazione fra curve concave e convesse – il lupo che, dal letto della nonna, si protende verso Cappuccetto, e quest’ultima che si ritrae, o la scena compositiva dell’abbraccio fra la nonna e la bambina –. È nella quarta di copertina che vengono veicolate infinite possibilità di entrare in scenari nuovi (possibilità solitamente ‘collocate’ nella copertina, come ingresso nella ‘città del libro’): i lettori diventano spettatori di ciò che è successo o di ciò che succederà, in quanto Nicoletta Ceccoli mette loro il Cappuccio Rosso. Ma la sostanza liquida di cui sono composte le fiabe si ricompone sempre in varie storie: ne La vera storia di Cappuccetto Rosso di Agnese Baruzzi e Sandro Natalini, gli effetti della stampa a secco e il discorso cartotecnico implicano, ad un livello plastico, un coinvolgimento plurisensoriale del giovane lettore. La fiaba, in questo caso, rompe inizio e conclusione: la vera storia, infatti, prende avvio quando Cappuccetto Rosso farcisce il panino destinato al lupo con una salsiccia, che risveglia in quest’ultimo, intenzionato, dapprima, a diventare buono, gli istinti primordiali. La fiaba, infine, dal Postmodernismo in avanti, assume varie declinazioni: viene rimodulata in nuove fiabe, contaminata con altri linguaggi (quello della pubblicità, ad esempio, e quello giornalistico), trasmigra in altre arti, si incanala in ulteriori percorsi di senso. È il caso della versione creata attraverso info-grafica da un gruppo di ingegneri spagnoli, che, facendo propria l’affermazione di Calvino, secondo cui la fiaba era qualcosa di ‘reale’, si approcciano a questo genere testuale in modo scientifico. O, ancora, è il caso di uno spot svedese contro il bullismo, grazie al quale la fiaba diviene una comunicazione di pubblica utilità, di una performance pubblicitaria dell’Associazione Las rojas, o della pubblicità di Chanel, in cui la bambina dal cappuccio rosso addomestica il lupo, messo a guardia del profumo, e di quella della Red Bull. Così come, per citare un esempio posto al di fuori degli ‘esercizi di stile su Cappuccetto Rosso, ne Le avventure di Pinocchio di Gianluigi Toccafondo (un Pinocchio, questo, che non diventa bambino, ma rimane burattino), sono implicati altri codici, fra cui quello musicale di Mario Mariani.
Nel corso del secondo seminario, delle 15.30, dedicato alla progettazione dell’albo illustrato – con tecniche di scribing a cura di Ilenia Pascucci: copertina e frontespizio, quarta di copertina, dorso, fascetta, formato, risguardie, i concetti illustrati – il focus si è incentrato su una esamina degli aspetti paratestuali del picturebook. In Zoo di Suzy Lee, ad esempio, come ha messo in luce Sandro Natalini, le risguardie hanno la funzione di creare l’incipit della storia, così come lo spazio della pagina si pone a fondamento della narrazione iconica, e la composizione monocromatica – modo in cui gli adulti vedono lo zoo, a differenza della bambina-protagonista, che lo vede (forse, lo sogna?) a colori – assume un valore narratologico. L’aspetto verbale risulta, qui, in contrapposizione con l’immagine, in perfetta linea con gli albi postmoderni, che percorrono una strada più surreale, pur partendo dalla realtà. Il finale, d’altronde, rimane volutamente aperto: la bambina percorre (o immagina) lo zoo a colori, e, alla fine, perde uno stivaletto. Viene ritrovata dai genitori addormentata su una panchina. Forse è stato un sogno? Ma alla bambina manca uno stivaletto, che viene raffigurato, non a caso, nella gabbia di un gorilla. Un altro elemento paratestuale degno di nota, ha sottolineato Sandro Natalini, è la fascetta del libro: l’albo illustrato – si pensi a Il libro sbilenco di Peter Newell, in cui il taglio obliquo assume una valenza narrativa – riesce a competere col digitale, sul piano delle sperimentazioni nell’ambito delle tecnologie di stampa (il taglio laser, ad esempio), e su quello della paratestualità (la fascetta da togliere, per immergersi nella narrazione). In Tuesday di David Wiesner, la visione surreale è restituita da alcuni elementi che compaiono in copertina: un orologio e delle foglie di ninfea. Il ritmo narrativo, invece, incalzante, è scandito dalle peripezie volanti di alcuni rospi, sulla base di un’intertestualità di fondo fra vari linguaggi, quello proprio dell’albo illustrato e quello cinematografico. In Stuck di Oliver Jeffers – il titolo resta letteralmente ‘incastrato’ nella chioma dell’albero –, le risguardie sono popolate da animali che svolgono una funzione narrativa: come in Niente di Jane Teller – in cui la catasta del significato si compone di oggetti dotati, appunto, di senso –, nella chioma dell’albero non si incastra solo l’aquilone del bambino-protagonista, ma tutti gli altri oggetti – una scala, ad esempio – che egli getta per recuperare il suo gioco. In I want my hat back di Jon Klassen, il rigore classico nell’uso della font e dei bianchi, e il rimando grafico del colore sanciscono un equilibrio fra apparato verbale ed iconico, come dire che anche uno stile essenziale, se consustanziato dall’apparato verbale, diviene estremamente accattivante. Il libro nel libro: si potrebbe riassumere così, la formula che sta alla base di Non ho fatto i compiti perché… di Davide Calì, in cui la maestra, dopo aver ascoltato tutte le scuse del suo alunno, gli risponde di non credergli, per il semplice fatto di aver letto lo stesso libro. Buchi ottici, invece, che si riveleranno degli espedienti narratologici, per Same & Dave dig a hole di Jon Klassen e Mac Barnett, in cui la storia ha inizio giù nel frontespizio: tutto sembra cadere otticamente in basso, nell’oscurità della buca scavata dai protagonisti, in cui si trovano anche le proiezioni dei giovani lettori. I due sbagliano continuamente direzione, mentre il loro cane, a un certo punto, scavando, rompe i margini del libro stesso, andando oltre la pagina. Il divertissement scaturisce, in questo caso, dal contrappunto fra l’apparato verbale e quello iconico e dal fatto che il codice cromatico sia riuscito a mettere in dubbio le deduzioni del lettore: è stato un sogno o è successo veramente? Ultima esemplificazione, con I can’t wait di Davide Calì, dal formato orizzontale, e i disegni essenziali, al tratto: i desiderata e i ‘non vedo l’ora’ del protagonista – ‘Non vedo l’ora che sia il mio compleanno’, ‘Non vedo l’ora che arrivi il Natale’, etc. – formano parte di un fil rouge lungo il quale si dipana tutta la narrazione. La tensione del formato, inoltre, implica una tensione emotiva.
E connotato da una tensione, per così dire, drammatica, è il gesto stesso di voltare pagina. La pagina dell’albo illustrato, di questa opera poetica complessa. Dalla natura artistica, e ‘camaleontica’.
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