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Res 2014, la produzione manifatturiera resiste contro la crisi

Redazione Perugia Online

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È quanto emerge dall’approfondimento sulla manifattura e i servizi avanzati in Umbria realizzato per il Rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014 e illustrato oggi da Elisabetta Tondini dell'Aur

 
Res 2014, la produzione manifatturiera resiste contro la crisi
Regione Umbria. La produzione manifatturiera, in un mondo sempre più terziarizzato e nonostante continui a subire i contraccolpi della pesante crisi di questi anni, conserva tutta la sua centralità e strategicità. È quanto emerge dall’approfondimento sulla manifattura e i servizi avanzati in Umbria realizzato per il Rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014 e illustrato oggi da Elisabetta Tondini, responsabile dell’Area processi e politiche economiche e sociali dell’Agenzia Umbria Ricerche, nel secondo appuntamento tematico del rapporto economico e sociale dell’Umbria 2014 che si è svolto a Palazzo Donini. Ai lavori, presieduti dal presidente dell’Agenzia Umbria Ricerche Claudio Carnieri, sono intervenuti gli assessori regionali alla Cultura, Fabrizio Bracco, e all’Ambiente, Silvano Rometti.

Manifattura – Manifattura e servizi avanzati, ha sottolineato Elisabetta Tondini, rappresentano rispettivamente il 15% e il 9% del valore aggiunto regionale al 2010, con differenze strutturali che si riscontrano già a partire dalla formazione della produzione e dalla destinazione delle risorse disponibili. Secondo le elaborazioni dei dati più recenti disponibili (fonte Irpet), nel 2010, la produzione manifatturiera regionale è stata di circa 12 miliardi di euro, con il 48 per cento di beni e serviziprovenienti da fuori regione; l’offerta manifatturiera ha contato su ulteriori 11 miliardi di beni e servizi importati. Una dipendenza, ha rilevato, tipica dei sistemi di piccole dimensioni.
Gli impulsi generati dalla domanda aggregata manifatturiera sono riusciti a produrre, innescando effetti a catena, oltre il 30% del Pil regionale, circa 15 miliardi di euro: un impatto forte, che sarebbe ben più elevato se non fosse che oltre la metà dei benefici (circa 8 miliardi di euro) è andata a vantaggio delle altre regioni, quelle da cui l’Umbria dipende per l’approvvigionamento dei beni e servizi necessari alla produzione manifatturiera. Sul fronte occupazionale, la stessa domanda finale manifatturiera è riuscita a generare oltre un terzo delle unità locali della regione (il 33,6%, 125mila unità di lavoro). Nel caso dei servizi avanzati (quali editoria, telecomunicazioni, servizi It, attività legali, consulenza di gestione, contabilità, studi di architettura, ricerca scientifica e sviluppo), l’offerta complessivamente disponibile in Umbria nel 2010 è stata di oltre 4 miliardi e mezzo di euro; per circa 3/5 è stata impiegata dal sistema locale. La domanda finale collegata ai servizi avanzati ha generato il 7,3% del Pil regionale (oltre 1 miliardo e mezzo e il 9% delle unità di lavoro (31.700).
Dal confronto tra i due comparti, emerge che la domanda manifatturiera umbra riesce ad attivare quasi un quarto del valore aggiunto prodotto dai servizi avanzati umbri e il 37% delle unità di lavoro relative. Effetti di analoga portata vengono prodotti sul fronte dei servizi più tradizionali, a sottolineare la forza trainante che la produzione di “cose” esplica sul terziario. Lo sviluppo – sono le conclusioni – pretende contenuti sempre più ampi di conoscenza e innovazione: in questa direzione, la manifattura diventerebbe più competitiva e, anche attraverso una espansione della sua capacità esportativa, amplificate sarebbero le ricadute benefiche su tutto il sistema.

Settore costruzioni – Quanto al settore delle costruzioni, analizzato da Sergio Sacchi dell’Università di Perugia, con un’incidenza del 7% sul totale del valore aggiunto prodotto in Umbria nel 2012 il comparto si conferma ancora oggi parte importante dell’economia regionale. Se la crisi della finanza pubblica e le difficoltà delle famiglie hanno condizionato il mercato delle opere pubbliche e quello delle abitazioni, con una riduzione delle imprese attive, tuttavia, con 12.163 unità attive alla fine del 2013 il comparto continua a rappresentare quasi un quinto (il 18,8%) del totale delle imprese attive in Umbria. La ricerca si è soffermata su alcuni elementi caratterizzanti, tra cui un recupero di produttività del lavoro che, specialmente a partire dal 2000, ha portato le imprese umbre a ridurre il differenziale rispetto a quelle di altre regioni e che appare collegato a valori piuttosto alti dell’investimento per unità di lavoro, innalzatisi, in particolare, negli anni di crisi. Un dato, quest’ultimo, in controtendenza e da analizzare.

Green economy – Altro settore strategico nelle politiche europee e regionali, quello delle fonti di energia rinnovabili. Lo studio è stato presentato da Paolo Polinori(Università di Perugia). Per l’Umbria, ha rilevato, questo settore riveste un ruolo cruciale nelle politiche di sviluppo sebbene in una ottica integrata in cui la razionalizzazione dei consumi e l’incremento dell’efficienza energetica hanno un peso determinante. C’è una forte dipendenza del tessuto produttivo regionale dall’input energetico, evidenziata anche dal consumo elettrico nazionale per addetto che in Umbria è pari a 1,75 quello nazionale. Circa il raggiungimento degli obiettivi del Pacchetto clima energia 20-20-20, l’Umbria mostra un marcato dinamismo che fa assumere come assolutamente raggiungibili gli obiettivi di breve termine fissati dall’Unione europea: la politica energetica regionale e lo sviluppo della filiera industriale delle energie rinnovabili – secondo lo studio -potrebbe consentire il raggiungimento dell’obiettivo del 13,7 per cento di consumo energetico finale da fonti rinnovabili già prima del 2020, disegnando uno scenario che si attesterebbe sul 15 per cento.
Altro comparto importante, quello delle industrie culturali e creative, analizzato da Andrea Orlandi (Aur). In Umbria insistono 5.465 imprese culturali e creative, il 25% delle quali industrie culturali in senso stretto e il 70% costituite dalle cosiddette imprese creative le quali producono la maggior parte della ricchezza dei sistemi produttivi culturali delle regioni della cosiddetta Terza Italia (compreso quello umbro), probabilmente – è l’analisi di Orlandi -perché più legate alla veicolazione culturale della tradizione manifattura di quei territori.
Le imprese culturali e creative (“Icc”) umbre hanno svolto una importante funzione anticiclica negli anni della crisi economica: dal 2009 al 2013, infatti, è cresciuto del 2% il numero delle ICC attive e del 12,5% gli addetti. Anche in questo caso, sono le imprese creative ad essere cresciute, mentre quelle culturali hanno subito la crisi (in particolare quelle legate all’editoria e alla stampa: -4,5%). In questo quadro gli spiragli di luce: le imprese giovanili rappresentano il 10% delle Icc umbre, e lavorano prevalentemente nelle attività di comunicazione, nell’editoria, nel design, ma soprattutto nei settori più legati alla dimensione artigiana. C’è una particolare attenzione dei giovani alle possibilità espansive del made in Italy legato alla valorizzazione/rielaborazione della cultura materiale del territorio, ad esempio per le ceramiche. Le imprese femminili rappresentano il 28 per cento. Le imprese straniere, che sono il 5%, hanno dimostrato particolare vivacità negli ultimi anni (sono cresciute del 6% solo nel 2013, anno di crisi per il sistema imprenditoriale umbro).

Ambiente – “Da un punto di vista ambientale – ha spiegato l’assessore Rometti – l’Umbria ha una debolezza strutturale, ma i risultati delle politiche regionali finora adottate hanno dimostrato, indicatori alla mano, di funzionare in direzione di una maggiore efficienza energetica e del risparmio di energia, fattori che sono alla base di una nuova concezione di sviluppo e volano per una nuova economia. L’Umbria – ha ricordato Rometti – copre il 53% del fabbisogno di energia da fonti rinnovabili e sempre da fonti rinnovabili deriva il 78% della produzione energetica. Le politiche energetiche dei prossimi anni dovranno quindi essere basate su questi due capisaldi, utilizzando le ulteriori possibilità offerte oltre il fotovoltaico”.

La cultura – Per Bracco la situazione dell’Umbria deve fare i conti con un decennio “drogato dalla ricostruzione, che ha fatto convergere sulla regione una mole straordinaria di risorse, causando una spinta verso l’alto del Pil ed accrescendo il peso di alcuni settori dell’economia. Ciò ha accentuato squilibri nel sistema, anche in relazione all’attuale valutazione della crisi che interessa la regione, come il resto del Paese. Si tratta di un periodo – ha aggiunto l’assessore – , dal 1998 almeno al 2008, che non costituisce infatti una fase ordinaria dell’Umbria e che meriterebbe uno studio apposito”.
Nell’affrontare poi le diverse questioni emerse nel corso dei lavori, Bracco ha evidenziato che negli ultimi anni, l’Umbria ha saputo affinare e ottimizzare gli strumenti offerti della programmazione comunitaria verso quei settori capaci di produrre innovazione e sviluppo, concentrando e ottimizzando le risorse disponibili. “Abbiamo sostenuto – ha detto – soprattutto azioni ed imprese, le cosiddette ‘punte di freccia’, capaci di orientare e trasformare l’economia regionale verso una maggiore competitività, ed è questa la direzione da seguire anche nei prossimi anni per superare la carenze strutturali e proiettare l’Umbria oltre l’ambito locale. I settori innovativi, dalla manifattura all’agroalimentare, e la creatività culturale per richiamare turismo sono gli ambiti su cui continuare ad investire per il futuro. In questo quadro – ha concluso – si colloca anche la capacità che, pur tra notevoli difficoltà, abbiamo avuto nel costruire il “brand umbria”, orami riconosciuto a livello internazionale come sintesi di una regione sostenibile, attrattiva e luogo di eccellenze”.

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