“Abbiamo adottato una linea molto severa nei confronti di qualsiasi account che non rispetta la legislazione vaticana”, dichiara il direttore dell’autorità di rendicontazione finanziaria (AIF) della Santa Sede Tommaso Di Ruzza, nel presentare il report del 2015 dell’organizzazione.
Ad oggi, a procedura terminata, sono stati chiusi quasi 5000 conti, un numero elevatissimo, in crescita esponenziale rispetto alle 147 relazioni del 2014.
In passato, l’IOR (Istituto per le opere di religione) aveva tra i suoi clienti alcuni personaggi mafiosi, che hanno scatenato nel 1980 numerosi scandali di rilevanza internazionale. Tuttavia, a distanza di trent’anni, il Vaticano non conosceva ancora l’identità di migliaia di titolari di un conto e molti non avevano alcun legame apparente con la Chiesa e le sue attività caritative.
Giovanni D’Agata, fondatore dello “sportelo dei diritti”, si augura che questo sia un primo tassello per il recupero di tutti i capitali che sarebbero stati illecitamente esportati all’estero da parte di italiani e che possano essere utilizzati integralmente per fini di utilità sociale.
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