Perugia. ‘1. Danzare, rispose. 2. – Continuare a danzare, finché ci sarà musica. 3. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. 4. Danzare senza mai fermarti. 5. Non devi chiederti perché. 6. Non devi pensare a cosa significa. 7. Il significato non importa, non c’entra. 8. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. 9. E una volta che si saranno bloccati, io non potrò più fare niente per te. 10. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. 11. Finiranno per sempre. 12. E tu potrai vivere solo in questo mondo. 13. Ne sarai progressivamente risucchiato. 14. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi. 15. Anche se quello che fai può sembrarti stupido, non pensarci. 16. Un passo dopo l’altro, continua a danzare. 17. E tutto ciò che era irrigidito e bloccato piano piano comincerà a sciogliersi. 18. Per certe cose non è ancora troppo tardi. 19. I mezzi che hai, usali tutti. 20. Fai del tuo meglio. 21. Non devi avere paura di nulla. 22. Adesso sei stanco. 23. Stanco e spaventato. 24. Capita a tutti. 25. Ti sembra tutto sbagliato. 26. Per questo i tuoi piedi si bloccano. 27. Alzai gli occhi e guardai la sua ombra sul muro. 28. – Danzare è la tua unica possibilità, continuò. 29. – Devi danzare, e danzare bene. 30. Tanto bene da lasciare tutti a bocca aperta. 31. Se lo fai, forse anch’io potrò darti una mano. 32. Finché c’è musica, devi danzare! 33. Finché c’è musica, devi danzare! Fece eco la mia mente’.
Trentatré ‘indizi’, trentatré sassolini, trentatré pesi che accatastiamo nella vita, e che, se restano a lungo nelle tasche, divengono macigni insostenibili. Ma è insostenibile ‘la leggerezza dell’essere’, e quei trentatré sassolini devono essere riposti a terra, con gentilezza, per tornare a danzare leggiadramente, in un modo che giunge sempre gradito. A noi, prima che agli altri. Trentatré, i segni di interpunzione ammassati, come sassi, e disseminati, come indizi, nel tessuto di un brano tratto dal romanzo di Haruki Murakami Dance, dance, dance (1988): il capitolo XI, dedicato all’uomo-pecora, che, con ritmo sincopato e singhiozzante, invita i danzatori/danzautori a muoversi con leggerezza, verso un’uscita, che più che una fine pare un inizio, e nella direzione di una nuova vita. ‘Sono l’uomo-pecora – disse (…) – Come puoi vedere, vivo coperto da una pelle di pecora, in un mondo che gli uomini non possono vedere. Mi inseguivano. E mi rifugiai nella foresta. Fu tanto tempo fa (…). In ogni caso, da allora nessuno mi ha più visto. Se si vuole davvero, ma davvero sfuggire agli sguardi degli uomini, ci si riesce in modo molto naturale’. Fuggire. E tornare. Tornare a danzare. Finché c’è musica. Quando i piedi, sineddoche impaurita del corpo, si sbloccheranno.
Nell’ambito della stagione ‘Indizi’, la compagnia di Manuela Giulietti, Undercover Dance Company, ospitata dalla scuola di danza Apollon di Ponte Valleceppi, si esibirà, il 28, 29 e 30 aprile, nella residenza artistica (Sala Cutu) dell’Associazione Culturale Teatro di Sacco, in ‘Exit 33’: ‘un’uscita – spiega la coreografa – nella direzione della consapevolezza del sé; trentatré, i punti di sospensione nella punteggiatura del testo di Murakami, cui corrispondono trentatré passaggi che i ballerini sono chiamati ad effettuare, per tornare a danzare con una leggerezza calvinianamente intesa’. La stessa coreografa, che ci ha aperto le porte del suo laboratorio, consentendoci di osservare attentamente, da una prospettiva altra – un po’ come dai tetti di Palomar –, come nasce una notazione coreografica, intesa da Roy Harris come una forma di scrittura non glottica che presenta un interesse speciale in quanto illustra diversi aspetti complementari fra segni scritturali, e non. Funzione diagrammatica dei piedi – non bloccati, ma in movimento costante –, tracciata nei manuali di danza, a ripercorrere compassi, sezioni di cerchio, linee rette, tutti aspetti, questi, che hanno la capacità di scandire, frazionare, solcare lo spazio adibito al tempo musicale, in termini di euritmia, armonia, coesione e coerenza nello scrivere, e nell’annotare, di ballo. La danza come scrittura, dunque. Non nell’accezione di prodotto finito, di sistema di segni grafici compiuto. Ma con riferimento al concetto dello scrivere nel suo farsi, come se i passi fossero segni di interpunzione, commi, tratti costitutivi delle singole lettere, e, poi, segni alfabetici componenti singole parole. E un imperativo: ‘Dance, dance, dance’.
Come scrivere di danza? Il piano del contenuto – i danzatori sono chiamati a leggere dei capitoli tratti dal romanzo di Murakami, per comprendere appieno il di-venire e l’av-venire della coreografia – si riverbera su quello dell’espressione, e dell’espressività, oggettivate, ad un livello materico, fisico, nei tratti costitutivi di quella forma di notazione non glottica: fuori-asse, rotazioni laterali, giri-testa, giri che recuperano in asse, ronde jambe, por de bras, grand plies, movimenti ampi, aerosi di mani in avanti, e braccia tese, attitudes. Trentatré imperativi, per i quattordici danzatori: dinamismo dei movimenti che associano fluidità e velocità di esecuzione, controllo eccellente delle pirouettes, vettorialità delle linee sinuose, mai spezzate, sequenza di passaggi, lungo il tracciato dei diversi punti e segni di interpunzione. Il movimento è ductus, tratteggio. Il passo è, come il tratto, sinonimo di ritmo. E il ronde jambe è, come il solco di un aratro, una penna che scrive. Il corpo segue il ballerino, il suo movimento ne asseconda la corporeità, in un dialogo fitto, estrinsecato nelle diagonali, in 1, 2, 3 ottavi, in cui la traiettoria può essere sinistrorsa, destrorsa, bustrofedica, tanto che le linee si dipanano in base alle contrazioni. La voce che scandisce la sequenza numerica dei passi è la musica; la sincope dei movimenti è dettata dalla metrica classica. I piedi scrivono per terra, le braccia nell’aria: si eseguono dapprima movimenti singoli, per poi tracciare i legamenti, in una spazialità, una superficie grafica oggettivata in lastre chiare di parquet, specchi, sbarre. Tradurre un’idea, un concetto in esperienza: pare essere questo, l’assioma di una coreografia che passa (anche) per la matericità dei sassolini dei danzatori, come metafore dei macigni che siamo invitati a riporre, e per il correlativo oggettivo delle parole. Perché la danza è emotiva, corporea, e le nostre fobie passano, spesso, per mere associazioni di idee. I movimenti dei ballerini sono armonici, consequenziali, fluidi, compensatori della massa del corpo, rispetto alla quale incedono: è loro l’attaccamento alla terra, le legature, il ductus quale gesto manuale e corporeo; rendono la scrittura coreografica col corpo, come fosse una pratica infinita, manichea, per dirla con Roland Barthes. Il corpo è anche rumore, scia, è uno strisciare, è espressività, è fiducia verso una sensazione provata, ed esperita. Si uniscono, a due a due, i ballerini, rimarcando i propri spostamenti con i movimenti delle braccia, tracciando linee nell’aria: afferrano un concetto, e lo allontanano. L’altro da loro svolge, nel ritmo narrativo del balletto, sulla base dello schema canonico elaborato da Greimas, la funzione di aiutante: aiuta ad assecondare un movimento, un abbraccio che non si tocca, al fine di allontanare un concetto pesante, greve come il sasso riposto per terra, a seguire la direzione della sbarra. È speculare, il movimento dell’aiutante, a tratti sorregge, a tratti si sovrappone: è davvero possibile ‘ascoltare un gesto’? Sì, se in quel momento non c’è un ‘io’, ma solo la persona che si ascolta, e di cui si assecondano le linee, come fossero (trentatré) punti di sospensione.
Un insegnamento, quello di Manuela Giulietti, che procede per elementa, come quello dei maestri calligrafi. Il fulcro, il fuoco della prospettiva di questo ambizioso progetto si oggettiva nella porta della Sala Cutu dell’Associazione Culturale Teatro di Sacco, verso la quale i corpi dei danzatori si ammassano, intersecando le loro linee. Un’uscita? O un’entrata? Una fine? O un inizio? …………………………… Trentatré puntini di sospensione.
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