La differenza – La differenza tra i due tipi di risarcimento è la seguente: gli errori giudiziari tengono conto delle sentenze definitive che vengono ribaltate grazie ai processi di revisione, mentre l’ingiusta detenzione riguarda le assoluzioni e le custodie cautelari indebite oppure più lunghe del dovuto. La legge sulla privacy proibisce inoltre la diffusione dei dati relativi alle persone che ottengono il risarcimento.
Una dovuta precisazione – Un chiarimento è d’obbligo: la Corte d’Appello del capoluogo umbro è competente territorialmente a giudicare le sentenze errate provenienti da Roma; si può insomma dire che la responsabilità degli errori sia attribuibile ai magistrati della capitale, mentre i nostri si trovano semplicemente a quantificare la portata dei risarcimenti, che tuttavia in questo caso risultano estremamente elevati. Per fare un esempio riguardante proprio la nostra regione, in Umbria la giustizia sbagliata ha portato a risarcimenti di molto inferiori, pari a 328.529 euro per nove casi (liquidati dalla Corte d’Appello di Firenze).
Il peso in Italia – Tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni nel periodo gennaio-marzo 2016 l’Italia ha speso poco più di 15 milioni di euro, mentre dal 1992 ad oggi gli indennizzi totali ammontano a circa 630 milioni. Secondo una recente inchiesta del giornalista Andrea Malaguti, pubblicata su La Stampa, ogni anno nel nostro paese circa settemila persone vengono arrestate e poi giudicate innocenti, mentre i risarcimenti per le sentenze sbagliate, che seguono per la loro quantificazione diversi parametri – come la lunghezza della detenzione e il danno cagionato alla reputazione – sono in vertiginoso aumento anche per quanto riguarda l’ammontare. All’interno di tale quadro, i dati del Sud Italia impattano sul totale per quasi il triplo rispetto a quelli del Centro-Nord.
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