L’ ”apparato” universitario appare sempre più basato sulla teoria e sulla conoscenza polivalente ma superficiale di materie che formano i giovani solo a metà, senza stabilire alcun contatto con il mondo del lavoro. Ulteriormente, l’università negli ultimi decenni si è votata ad un sistema aziendalistico fine a se stesso, creando corsi di laurea discutibili in quanto non orientati a creare occupazione né figure professionali spendibili sul mercato; delocalizzando in ogni dove per incrementare il numero di iscritti, cattedre, o peggio per accontentare i capricci di qualche politico di turno. Il paradosso è che comunque, nonostante tali vulnus, i nostri laureati sono particolarmente apprezzati all’estero, soprattutto per la conoscenza delle materie scientifiche: non a caso molte volte leggiamo di interessanti scoperte fatte dai nostri connazionali in Università prestigiose, anche se quasi esclusivamente in materie quali fisica, chimica, biologia e medicina.
Al contrario, nella maggior parte degli altri Paesi europei, la formazione è differenziata e mirata a precisi indirizzi e finalità, e il rapporto tra gli Atenei e il sistema produttivo è stretto e simbiotico, in modo da creare un unico filone tra l’orientamento agli studi universitari, la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro. Sorge spontaneo allora chiedersi perché questo in Italia non avviene. Vi è da dire, in proposito, che le problematiche sono diverse, sfaccettate e di non immediata lettura.
Partiamo dal presupposto che in molti, troppi casi, il corpo docente ha un’età media elevata, e che negli anni questi abbiano incrementato il loro staff di collaboratori e assistenti, spesso tralasciando la meritocrazia. Molte volte infatti il numero di ricercatori al seguito di un docente ne denota il “potere accademico” anziché il valore scientifico. Ciò che più manca però in Italia è il filo diretto con le imprese e il tessuto produttivo. Difatti, a richieste sempre più specifiche provenienti dal mondo imprenditoriale si risponde troppo spesso con un “prodotto” generalista, vale a dire con un laureato che di fatto risulta ancora da formare prima che sia pronto per intraprendere un percorso professionale. Una situazione ben differente dagli standard di figure professionali europee, che le Università formano, preparano e indirizzano direttamente alle aziende.
Come affrontare, allora, questo declino? Per prima cosa, instaurando un collegamento diretto tra Università e scuole secondarie, in modo da favorire scelte consapevoli in merito a prospettive e aspettative occupazionali. In più, urge costruire un legame forte e produttivo tra mondo accademico e impresa, di modo che le facoltà formino i ragazzi sulla base delle esigenze delle aziende. Queste, al contempo, devono abbandonare le riserve e aprirsi alla realtà accademica, favorendo stage durante il periodo di studio oltre che condividendo prodotti e risultati raggiunti anche grazie all’apporto degli studenti accolti. Altra proposta interessante è che le Università stesse si occupino dell’aggiornamento professionale di addetti e operatori già inseriti in azienda: solo così può sorgere infatti quella compenetrazione di due mondi che apparentemente sembrano a tenuta stagna.
In definitiva, la condizione dell’istruzione universitaria italiana appare un percorso accidentato. Dalle problematiche descritte l’Umbria non è certo immune e per questo, siamo chiamati a farci carico di tale situazione e a ripensare il sistema universitario all’interno della regione in modo da renderlo nuovamente volano di sviluppo e non un apparato polveroso, burocratico e non al passo con i tempi. Posto che le università sono le istituzioni depositarie della conoscenza e rappresentano il principale veicolo per la diffusione delle innovazioni e dei cambiamenti in tutti i settori disciplinari, un’istituzione universitaria è anche garanzia di crescita e di miglioramento per il territorio in cui è insediata. Non sempre, però, i rapporti e le relazioni tra università e contesto sociale ed economico in cui operano sono tali da garantire una comunicazione efficace e il trasferimento del bagaglio di innovazione e di competenze dall’università al territorio. Preso atto di tali difficoltà ma anche delle opportunità offerte dalla collaborazione tra università, territorio e mondo del lavoro, non ci resta che agire!
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